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Vincere nella tragedia: Keke Rosberg

Nell’anno più sciagurato della Formula 1 fu un 33enne finlandese a trionfare

Matteo Fontana

2 ottobre 2019

Vincere senza (quasi) vincere. Vincere nella tragedia. Keke Rosberg ha vissuto questi stati d’animo. Il 1982 fu un anno terribile per la Formula 1. Lui, il finlandese volante, pilota coraggioso, apprezzato, con i baffi folti e lo sguardo lieto, futuro padre d’arte (suo figlio è Nico, trionfatore con la Mercedes nel 2016) conquistò quel Mondiale all’ultimo Gran Premio, negli Stati Uniti, a Las Vegas. Sulla Strip, tra le luci sconfinate, i casinò e il deserto attorno, il Circus salutò una stagione spaventosa. Il successo di Keke, nella memoria collettiva, rimane legato alle sciagure che segnarono quel periodo.

Rosberg guidava una Williams. Nel 1981, a 33 anni, aveva deciso di staccare. La sua carriera era stata caratterizzata da molti applausi per lo stile che aveva ma da pochi punti. Difficile farne con scuderie scarsamente competitive come quelle per cui aveva corso: la Theodore, la Wolf, l’ATS e la Fittipaldi. Se ne andò in vacanza in California senza grandi rimpianti. Poteva finirla anche lì, non sarebbe stato un cruccio. Invece, all’improvviso, la Williams lo chiama e gli chiede se gli va di provare la macchina in alcuni test in Francia. Keke prende l’aereo. C’è una possibilità  reale di ottenere l’ingaggio, visto che Alan Jones, il campione australiano del team, si ritirerà . Le prove in pista di Rosberg sono favorevoli. Frank Williams, il patron, sceglie lui. E, di fatto, per un sorprendente giro della sorte, la prima guida diviene proprio Keke. Così inizia il Mondiale del 1982. La monoposto del finlandese è buona, ma non pare poter lottare per il titolo, non essendo dotata di un motore turbo. I fatti che seguiranno saranno agghiaccianti.

Qualifiche per il Gran Premio del Belgio, circuito di Zolder, 8 maggio. Gilles Villeneuve, l’amatissimo fuoriclasse della Ferrari, sta cercando di piazzare l’ultimo giro utile. Si scontra con la March del tedesco Jochen Mass. La sua vettura si impenna, si schianta. Villeneuve muore. Per i ferraristi e per tutti gli appassionati della Formula 1 è un lutto da cui sarà  impossibile riprendersi. Montreal, GP del Canada, 13 giugno. La gara sta per partire, Didier Pironi, anche lui pilota della Ferrari, è in pole position. La Rossa, però, ha dei problemi con l’accensione. Pironi segnala il guasto, ma la corsa comincia ugualmente. Tutte le macchine che lo seguono evitano la Ferrari, tranne Paletti, italiano che guida un’Osella e parte dal ventitreesimo posto, in coda al gruppo. Non ha la visuale sufficiente per correggere la traiettoria, tampona Pironi. Per Paletti non c’è nulla da fare: stava per compiere 24 anni. Hockenheim, Gran Premio di Germania, prove libere, sabato 7 agosto. Pironi ha fatto segnare, il giorno prima, il miglior tempo. Sotto la pioggia che cade, va in scia alla Williams di Derek Daly, che si scosta per superare la Renault pilotata da Alain Prost. Pironi se la ritrova davanti e ci si scontra. Come accaduto a Zolder a Villeneuve, la sua Ferrari decolla e poi piomba a terra. La vita di Pironi verrà  salvata: plurifratturato, sottoposto a una lunga operazione, si riprenderà , ma da quel giorno la sua esperienza in Formula 1, di fatto, finirà. 

Era un Mondiale maledetto, quello. Keke Rosberg si trovò in testa alla classifica piloti non per caso, certo, ma tutte quelle terrificanti circostanze avevano inclinato il destino. Il 29 agosto, al via del GP di Svizzera, che fu corso, però, in Francia, a Digione, la Ferrari non poté allineare nemmeno una vettura. Rosberg duellava per il titolo con Prost, con John Watson, della McLaren, stessa scuderia di Niki Lauda. Fu quel giorno che Keke riuscì, infine, a vincere il suo primo Gran Premio. Ne avrebbe conquistati altri quattro, prima di lasciare la Formula 1, nel 1986. Fu a Digione che diede la svolta alla propria carriera, sorpassando Prost e salendo sul gradino più alto del podio. Pironi era ancora primo nella graduatoria, con 39 punti, ma dopo Hockenheim, per lui, non avrebbero potuto esserci altre possibilità  di guadagnarne. Rosberg, con la vittoria in Francia, lo superò, salendo a 42.

Il finlandese aveva le mani sul Mondiale, quasi senza accorgersene. L’unico rivale che restava era Watson. Con due GP davanti, il margine era rassicurante, e fu intaccato in minima parte dalla prestazione negativa della Williams di Rosberg a Monza, con un piazzamento senza punti. Rimaneva Las Vegas, con il divario di 42 a 34 a favore di Keke su Watson che anticipava che con un quinto posto sarebbe stato il finlandese ad avere la meglio. Il 25 settembre, Rosberg gestì la gara con raziocinio, senza azzardare troppo. Fu, infine, proprio quinto. Watson chiuse secondo, alle spalle di un emergente pilota italiano, Michele Alboreto, al volante di una Tyrrell. Terminò in questo modo uno dei Mondiali di Formula 1 più tragici. Per quanto avvincente fino all’ultimo, quanto si verificò in quel tremendo 1982 ebbe in Keke Rosberg, il vincitore, un anomalo attore non protagonista. La storia l’aveva scritta il dolore. Eppure lo spettacolo era andato avanti, e mai avrebbe potuto essere diversamente. Sarebbe stato così per sempre.

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