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Vince Carter non finirà mai

L’NBA non sarà più la stessa senza ‘Vinsanity’

Ha chiuso con una tripla, in una State Farm Arena semideserta e impaurita. L’ha fatto con la sua solita, inossidabile classe. Un’eleganza gestuale unica, inconfondibile, che l’ha reso materia di culto e venerazione. Già, perché Vince Carter per la pallacanestro è stato più di un semplice giocatore.

Vince Carter per i tanti fanatici è stato il poster in camera, Vince Carter è stato ore di highlights consumati maniacalmente, Vince Carter è stato un sogno ad occhi aperti.

Se nel mondo dei grandi iniziò tutto nel 1998, esattamente 22 anni fa in quel di Toronto, gli esordi di Carter in high school restano una pietra miliare per il web cestistico.

Sgranate riprese di corpi posterizzati ci fanno gustare ancora oggi un ragazzo iperdotato, con il numero 15 già stampato sulla divisa della piccola Daytona Beach Mainland High School. Lo chiamavano ‘UFO’, i suoi mixtape liceali furono innovativi, anticipatori di un mercato futuro.

Il giovane Vince schiacciava, schiacciava violentemente. Abbozzava già quei gesti celebrativi che l’avrebbero reso un fenomeno commerciale: le piccole ali a livello della fronte, le pose statuarie accompagnate da urla selvagge ed esaltanti…

A North Carolina si vestì di bianco e celeste, trascinando i Tar Heels nel suo luna park. Un carosello di voli ad alta quota e aggressioni al ferro che riportarono alla mente del venerabile Dean Smith un ragazzo passato da Chapel Hill qualche anno prima, con il numero 23 sulla maglia.

Se in NCAA fu showman, in NBA fu profeta. Sbarcò a Toronto, terra di hockey e sport invernali, mutandone il volto in breve tempo. Un messia della palla a spicchi, capace d’indottrinare l’intero popolo Raptors e di regalare alla franchigia del nord quella fan base che, ancora oggi, è cuore palpitante della Scotiabank Arena.

In quella terra selvaggia portò in dote un dono dal valore inestimabile: l’esaltazione visiva.

In mezzo ai dinosauri divenne pterodattilo, creando istanti di pallacanestro unici, magici. Accompagnato in un primo momento dall’abbacinante talento del cugino T-Mac, Carter fu per Toronto quello che Jordan rappresentò per Chicago: un paragone da prendere con le pinze, chiaro, ma che gli fruttò il soprannome di “Air Canada”.

Per capire cosa significò Vince Carter per Toronto basta dedicare un’ora allo splendido documentario “The Carter Effect”, prodotto anche da LeBron James e presente su Netflix.

La Vinsanity, l’abbandono della razionalità e delle normali leggi della fisica, regalò anni di pura estasi a tutti gli appassionati, catalizzando l’attenzione anche oltreoceano su quel moderno Icaro.

Il passaggio ai Nets fu burrascoso: al termine dell’ennesima stagione intensa ma distante dai vertici della Lega, s’interruppe un matrimonio apparentemente felice, con una trade che lo consegnò nelle mani, anzi, nella mente di Jason Kidd.

Ai Nets Carter raggiunse la piena maturità, con il professore di San Francisco a dettare tempi e alley-oop. Richard Jefferson divenne suo copilota, degno compagno di volo. Nei playoffs del 2006 ‘Air Canada’ viaggiò a quasi 30 di media, piegandosi solo ai designati alla vittoria finale: gli Heat di D-Wade.

Dopo il New Jersey, Carter iniziò ad errare nelle franchigie più disparate: anni privi di stabilità e concreti progetti. Orlando, Phoenix, Memphis e Sacramento, con una parentesi più longeva nel Texas, in maglia Mavericks, dove Carter riabbracciò Jason Kidd e accrebbe incredibilmente la sua incisività del perimetro.

A Dallas i 30 anni erano ormai superati e Carter provò a rimodellare il suo stile di gioco, ritagliandosi un ruolo da sesto uomo. Proprio oltre la terza decade di vita, l’intelligenza di Carter si manifestò pienamente: consapevole di un corpo integro ma, allo stesso tempo, provato da anni di salti lunari, Carter formò un altro sé stesso, alternando sporadici ritorni ai fasti antichi ad una presenza costante e incisiva in zone del campo fino a quel momento poco esplorate.

La metamorfosi funzionò, regalando al nativo di Daytona Beach altri 10 anni nella Lega dei sogni. Una Lega che l’ha visto ancora attivo in questo 2020, a 43 anni suonati.

Se in NBA non è mai arrivata la gioia del titolo, lacuna indolcita dalle tante convocazioni alla kermesse dell’All Star Game e dagl’innumerevoli record realizzativi infranti; lo stesso non si può dire dei Giochi Olimpici, dove Carter conquistò l’oro nel 2000.

Un’edizione a cinque cerchi, quella di Sidney, che lo vide polarizzare l’attenzione mondiale con una delle più maestose schiacciate della storia: quella su Frederic Weiss, la cosiddetta ‘schiacciata della morte’.

Perché Vince Carter non ha partecipato alla storia, l’ha scritta, entrando nelle case, nei computer e nei cellulari di milioni di appassionati.

Perché Vince Carter ha aggiunto un qualcosa alla pallacanestro, una sensazione di gioia e leggerezza intangibile, di onnipotenza e fascinazione corporea.

Perché la Vinsanity non finirà mai, resterà viva nelle bocche spalancate delle prossime generazioni. 

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