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Una ruota davanti al mondo, ‘Major’ Taylor

La storia del ciclista afroamericano che, con le sue pedalate, infranse record, odio e barriere razziali

‘Major’. Nell’Indianapolis di fine ‘800 è conosciuto con questo nomignolo il giovane Marshall Walter Taylor. A conferirglielo è il suo lavoretto quotidiano, svolto all’esterno di un negozio di biciclette: ore trascorse in equilibrio sul sellino, tra giochi di magia e pedalate inconsuete.

‘Major’ nel 1890 ha poco più di 10 anni e spende i suoi pomeriggi come piccolo fenomeno da baraccone. Deve attirare passanti dalle tasche gonfie, il suo spettacolo circense deve forzare la borghesia bianca dell’Indiana a comprare una bicicletta, a provare ad emularlo.

Guadagna 6 dollari a settimana, il giovanissimo Marshall, spiccioli collezionati per esibirsi e, a serrande abbassate, pulire il negozio del signor Tom Hay.

Non è un militare, non è un poliziotto, eppure tutti lo conoscono come ‘Major’. Il motivo è semplice, indossa sempre una divisa da ‘maggiore’ dell’esercito: forse una trovata pubblicitaria, forse un capo d’abbigliamento ereditato dal padre, veterano della guerra civile.

Siamo in un’America lontana, in piena fase transitoria, dove resistono palpabili i detriti dello schiavismo, dove echeggia distante e sfuocato il XIII emendamento, entrato in vigore solo un decennio prima.

In questo contesto socio-culturale, Marshall Walter Taylor si eleva per doti trascendenti, uniche. Sembra nato per stare sui pedali, per stringere a sé il manubrio e farlo volare.

Il singor Hay decide così d’iscrivere il proprio garzone-giocoliere ad una gara locale sulla distanza delle 10 miglia. Marshall Walter Taylor, a soli 13 anni, vince staccando di 6 secondi tutti gli adulti impegnati nella corsa.

Inizia in questo modo, con un traguardo tagliato in testa, il faticoso scontro con la società del giovane ‘Major’.

Nell’Indiana l’adolescente fenomeno viene immediatamente emarginato, più volte gli viene impedito di correre. Si vede etichettare, senza appello, come pària delle due ruote. 

‘Birdie’ Muger, un attento manager e imprenditore ciclistico, decide di farsi carico del sempre più sfiduciato lampo dei pedali, portandolo con sé a Worcester, nel Massachusetts, a diversi confini di distanza dal bollente Indiana.

“È bastato poco tempo per capire che a Worcester non c’era lo stesso livello di pregiudizio razziale presente a Indianapolis”, scriverà Taylor nella sua autobiografia.

Nella tiepida East Coast, Taylor spinge il manubrio a velocità mai viste prima. Infrange record, trionfa su ogni traguardo, sprinta come un essere soprannaturale.

Il corpo scuro e potente inizia con sempre più costanza a sfrecciare e fendere le polverose strade del ‘Cuore del Commonwealth’, stupendo frugali osservatori e addetti ai lavori.

La vorticosa frequenza di pedalata di Taylor convince il suo manager al grande balzo nel professionismo.

Il primo grande evento da pro coincide con una gara epica, con un balzo nel vuoto della fatica sportiva, con la sfida più dura per qualsiasi ciclista: la 6 giorni del Madison Square Garden.

Nel gotha di New York, ‘Major’ è l’unico pedalatore di colore a presentarsi ai nastri di partenza. Divora miglia e miglia per ore, ogni giorno, resistendo miracolosamente alle gomitate subite dagli avversari, alle allucinazioni e alle cadute causate dall’eccessiva durata degli sforzi.

Alla fine della 6 giorni arriva ottavo, percorrendo 1732 miglia in 142 ore, quasi 3mila chilometri: per intendersi, la stessa distanza che separa New York da Houston.

Si ferma in preda a visioni noir, un giornalista presente gli sente dire: “Non posso andare avanti senza sicurezza. Un uomo mi sta inseguendo con un coltello”.

Nonostante l’infelice conclusione, il suo nome balza immediatamente agli onori della cronaca. Per il popolo americano diventa il ‘Black Cyclone’, il ciclone nero.

E proprio come un ciclone, a soli 20 anni, nel 1899, si laurea campione del mondo sul singolo miglio.

Diventa il secondo afroamericano della storia a poter vantare un titolo di quella caratura: prima di lui solo al pugile canadese George Dixon era stata riconosciuta la corona mondiale unificata dei pesi piuma.

Anche davanti alla crescente fama e  alle sempre più pressanti richieste di esibizioni in giro per il mondo, il fuoco oscuro del razzismo continua a soffiare su Taylor.

Spesso, durante le sue pedalate, gli vengono lanciati secchi di acqua gelata; nei raggi gli vengono inseriti bastoni e oggetti di vario tipo. I ‘colleghi’, oltre a ingiuriarlo con parole pesantissime, provano ad estrometterlo fisicamente dalle corse.

Celebre la zuffa con William Becker, registrata anche dal New York Times nel 1897. Becker, al termine di un vano sprint, arriva mezza ruota dietro il giovane afroamericano. Lo prende dalle spalle e lo scaraventa a terra, strozzandolo e coprendolo d’insulti. Gli viene imposta una  multa di 50 dollari.

E ancora, sono accertate le collaborazioni tra atleti bianchi per estromettere il ‘Black Cyclone’ dalle prime posizioni. La più famosa di esse è quella tra i fratelli Butler. Scriverà Taylor a riguardo: “Mi hanno continuamente spinto e tirato gomitate con il solo scopo di farmi stancare”.

Viene addirittura inventata una tattica per contenere le sue volate: una vera e propria strategia bellica, in cui 4 corridori si accordano per ‘impacchettarlo’, impedendogli di aumentare la frequenza di pedalata e coprendogli ogni possibile via d’uscita. E all’esterno delle piste le cose non vanno meglio, anzi.

Negli Stati meridionali viene spesso proibito a Taylor di prendere parte alle corse, gli vengono negati con regolarità pernotti e pasti caldi.

Riceve insistenti minacce di morte, gli vengono lanciati chiodi davanti alle ruote: ogni evento diventa una sfida personale con qualcosa di più grande dei semplici avversari.

Anche nella sfera privata la vita di ‘Major’ viene pesantemente intaccata dal torbido risentimento razziale.

Con i primi introiti economici, la stella d’Indianapolis compra casa in un quartiere strettamente bianco: la risposta del vicinato è un misto d’indignazione e protesta. 

Vengono indetti capannelli di guardiani e urlatori che, senza sosta, reclamano a gran voce l’allontanamento del giovane afroamericano dall’isolato. ‘Major’ non reagisce, si limita a resistere. 

Dopo aver vinto tantissimo in tutta l’America settentrionale, la giovane stella delle biciclette accetta di viaggiare in Europa e in Australia. Pone una singola condizione, che l’avrebbe accompagnato lungo tutto l’arco della sua carriera: le gare non possono tenersi la domenica.

Sarà proprio questo particolare a ispirare Otis Taylor per il componimento “He Never Raced On Sunday”.

Major’ è difatti un fervente religioso e non vuole macchiare il giorno sacro con le sue pedalate. Con sé porta sempre la bicicletta e la Bibbia: altro, dice, non gli serva.

Nel tour del Vecchio Continente vince 42 gare su 57, circondato da folle oceaniche di curiosi e appassionati. Durante il suo tour mondiale del 1903 arriva a guadagnare circa un milione di dollari attuali.

Taylor corre e trionfa fino al 1908 quando, appena 32enne, decide di ritirarsi.

Si iscrive immediatamente al Worcester Polytechnic Institute, per studiare Ingegneria, ma l’assenza del diploma liceale lo obbliga a rinunciare alla carriera universitaria.

Con una serie d’investimenti sbagliati dilapida drammaticamente tutti gli introiti della sua vita sportiva. Rapidamente vede crollare tutto quello che aveva costruito grazie alle sue gambe.

In un vortice incontrollabile perde la famiglia, perde le proprietà, perde la fama.

Nei primi anni ’30 si trasferisce a Chicago, dove prova a vendere porta a porta, senza fortuna, le copie della sua autobiografia.

Muore giovane, a soli 53 anni, per un attacco di cuore. Muore solo e dimenticato. I suoi resti vengono seppelliti in una tomba senza nome.

Solo a distanza di anni la sua figura tornerà a galla in tutto il suo splendore, in tutta la sua valenza sociale.

Taylor verrà riammesso nelle grandi pagine della storia grazie al lavoro di tanti giovani ispirati dalle sue gesta.

Nel 1948 i suoi resti verranno riesumati e posti in una tomba su cui verrà inciso: “Il ciclista campione del mondo che si è fatto strada duramente, senza odio nel suo cuore, un atleta gentiluomo e onesto, coraggioso e timoroso di Dio, dalla vita pulita. Un’eccellenza della sua razza, a cui ha sempre dato il meglio di sé. Andato ma non dimenticato”.

Negli anni verrà introdotto in tantissime Hall of Fame sparse per il mondo, gli verranno dedicati successi politici e sportivi, prenderanno il suo nome squadre ciclistiche in tutti gli Stati Uniti.

Il suo lascito riecheggia ancora oggi nella comunità afroamericana e nelle minoranze statunitensi in cerca di redenzione.

“La vita è troppo breve per qualsiasi uomo per avere amarezza nel suo cuore, è per questo che non provo alcun sentimento contro nessuno”.

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