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Un ‘Genio’ di nome Dejan

Credere nel proprio pensiero, sempre. Ode a Dejan Savićević

“Credere nel proprio pensiero, credere che ciò che è vero per voi, personalmente per voi, sia anche vero per tutti gli uomini, ecco, è questo il genio. Date voce alla convinzione latente in voi, ed essa prenderà significato universale”

-Ralph Waldo Emerson- 

Risulta difficile, forse impossibile, pensare a un calciatore che abbia creduto così tanto nella propria, intima, essenza mentale quanto Dejan Savićević.

Era un ‘Genio’ il ragazzo nato a Titograd. Era un ‘Genio’ cresciuto all’ombra di grandi convogli ferroviari, di binari usurati, gestiti minuziosamente dal padre Vladimir.

Quelle lunghe, interminabili file di container parevano serpenti di ruggine e ferro, mostri metallici che, accompagnati dalla più stridula delle sinfonie, sgusciavano nel polveroso entroterra montenegrino.

Don Haskins coach rivoluzionario

Li seguiva con gli occhi, il giovane Dejan, con quegli occhi tanto neri da risultare imperscrutabili, con quegli occhi tanto profondi da celare una vena artistica inattesa, incomparabile.

Nelle strette vie del quartiere Stari Aerodrom, Vecchio Aeroporto, aveva appreso i mestieri della vita e del pallone; aveva compreso che il suo piede, il piede sinistro, poteva raggiungere velocità di gesto ed esecuzione non concesse ad amici, conoscenti, professionisti.

Sui campi sovrappopolati di Titograd, balcanici per estetica e definizione, aveva giurato tacitamente fedeltà al proprio talento, al proprio pensiero, al proprio calcio danzante e irretente.

“Il genio è la capacità di vedere dieci cose là dove l’uomo comune ne vede solo una, e dove l’uomo di talento ne vede due o tre”

-Ezra Pound-

Partì 22enne dal Budućnost, giunse a Belgrado seguendo il proprio istinto, come sempre.

Scelse la Stella Rossa nonostante le pressanti attenzioni del Partizan, pagò pesantemente lo scotto di una decisione inopportuna, venendo spedito in Macedonia per il servizio militare.

Per un anno intero osservò la ‘Zvezda’ dalla lontana Skopje: impotente esule del football, ingabbiato ad una capitale di distanza.

Appuntò componimenti e sinfonie calcistiche nella propria mente, attendendo spartiti verdi su cui riversare dribbling e ispirazioni.

Se il temporaneo confino gli impedì di giocare in campionato, nelle serate di Coppa Dejan potè invece liberare tutto l’estro incamerato in quelle lunghe e banali giornate di leva.

Nei mercoledì sera europei, il ‘Genio’ dei Balcani fece affiorare note mai sentite prima: assoli dai ritmi a tratti cadenzati, a tratti frenetici. 

Alle spalle di ‘Pixie’ Stojković, Savićević fu sogno e concretezza, fu vento rinascimentale e corrente futurista, fu musica classica e raffinata, fu Goran Bregović e follia.

Privato poi del fido ‘Pixie’ dai milioni marsigliesi, Dejan esaltò il significato primigenio di genius, divenendo “forza naturale produttrice”.

Da Pallone d’Oro non riconosciuto, guidò la Stella Rossa sul tetto d’Europa, arrivando ad alzare, proprio di fronte a Stojković e alla strapotenza OM, la Coppa dalle grandi orecchie.

Don Haskins coach rivoluzionario

“Quando un vero genio fa la sua comparsa nel mondo lo potete riconoscere grazie a questo infallibile segno: che tutti gli asini si uniscono per cospirare contro di lui”

-Jonathan Swift-

Un destino comune per uomini eletti, un destino a cui andò incontro Savićević stesso nei grandi palcoscenici della Nazionale jugoslava, da cui il montenegrino fu troppo a lungo emarginato, e della Milano rossonera, che spesso lo vide occupare stanchi seggiolini di panchine.

Bistrattato, criticato, quasi annichilito. Stampa e allenatori nostrani provarono ad azzerare l’artista montenegrino, provarono ad aggrapparsi a concetti razionali: alla poca disciplina tattica, all’indolenza, alla discontinuità, al carattere introverso e focoso.

Iconoclasti e censori si assieparono sotto l’altare del semidio calcistico arrivato dall’Est, lo fecero pietre e parole alla mano, nella spasmodica attesa del definitivo linciaggio.

Non ci riuscirono, almeno non completamente, illuminati a giorno, accecati da suggestivi lampi palla al piede, da pallonetti istantanei, da giocate decisive, profetiche: basti chiedere al ‘Dream Team’ blaugrana di Johan Cruijff.

“Il genio si muove nella follia, nel senso che si tiene a galla là dove il demente annega”

-Paul Valery-

Dejan Savićević nella demenza pubblica di quel calcio anni ’90 si è tenuto a galla, senza mai sconfessare la propria intima essenza, senza mai accettare scelte tecniche di buon grado o piegarsi al politicamente corretto, senza mai abbracciare filosofie di pensiero sacrileghe come il 4-4-2, il sacrificio, la corsa continua, la palla codificata.

Dejan Savićević si è fatto venerare, come solo gli esseri soprannaturali sanno fare. Si è fatto spazio in un mondo che, probabilmente, troppo poco ha accolto del suo verbo. E per chi in quella Parola crede ancora, forse, è stato meglio così. 

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