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Ugo Frigerio, marciando nel nome dell’Italia

“Viva l’Italia!”. Gridava così, dopo ogni vittoria, il più grande marciatore della storia tricolore

Alzava le braccia al cielo e gridava “Viva l’Italia!”, Ugo Frigerio. Lo fece per la prima volta ad Anversa, nel 1920, in occasione di giochi olimpici belgi. Allora aveva solo 18 anni.

Solo qualche mese prima lavorava come tipografo presso la Gazzetta dello Sport. Passando nei pressi di Parco Sempione era rimasto affascinato dalla marcia: da quella camminata faticosa, da quell’armonica progressione di passi.

Il raggiungimento del massimo sforzo, restando sempre a contatto con la nuda terra, gli era immediatamente parso una metafora della vita, un viaggio da intraprendere e glorificare.

Dopo alcuni mesi di allenamento, appena maggiorenne, era riuscito a conquistare il titolo nazionale.

In fondo se lo aspettava, il giovane Ugo, aveva sempre nutrito l’ambizione dei grandi, da sempre era consapevole di poter raggiungere qualcosa in più di una semplice scrivania nella redazione rosea.

“Sono un autentico milanese della città di Sant’Ambrogio… La città che fu culla e roccaforte degli Sforza e dei Visconti. E per essere più esatto dirò anche che venni al mondo nella cara e bella Milano il 16 settembre dell’anno 1901. Mio padre, Enrico, e Giuseppina Gussetti mia madre erano fruttivendoli a domicilio, e tenevano negozio in Via Tivoli”

Ad Anversa il figlio di fruttivendoli arrivò con la giusta miscela di gagliardia e incoscienza, finendo per dominare i 10mila e i 3mila metri. Vinse due ori e, con essi, la benevolenza del pubblico belga. Cronache dell’epoca descrivevano il suo atteggiamento istrionico e ammaliante, spettacolo cabarettistico nello spettacolo sportivo.

Il milanese aizzava la folla con gesti ampi durante la marcia, richiamava a gran voce l’incitamento degli spettatori, ma non solo. Urlava sprezzantemente ai giudici, chiedendo di valutare la sua andatura, forse per ricevere conferme d’idoneità, forse per vantarsi del suo stile eccezionale.

Nei tre giorni che separarono le due gare, consegnò alla banda locale degli spartiti di marcette militari italiane, chiese di suonarle durante il suo tragitto.

Al traguardo, dopo aver bissato quel “Viva l’Italia!”, regalò all’Olympisch Stadion una serie di funamboliche capriole, come se quei 13mila metri coperti in poco più di 72 ore non l’avessero stancato.

“Il clima e l’ambiente di Anversa, contrariamente alle previsioni dovute alla mia costituzione fisica non eccessivamente robusta, mi furono propizi. Mangiavo come un lupo, oziavo come uno ‘scugnizzo’ e dormivo come un ghiro: tre fattori che nel breve lasso di tempo precedente le gare, mi dettero forza e vigoria come mai ne ebbi. (…) All’ultimo giro avevo trecento metri di vantaggio. I miei occhi già incominciavano a sprizzare gioia. Entrando sul rettilineo finale mi accorsi che sull’alto della Torre della Maratona il boy scout incaricato di innalzare il pavese (lo stendardo, n.d.r.) della Nazione dell’atleta vittorioso, non aveva atteso il responso della giuria per far garrire al vento l’amato tricolore. Che emozione! Quanta gioia! Mi sembrava che le gambe non mi volessero assecondare più la volontà di volare verso il traguardo. Finalmente il filo di lana venne spezzato dal mio petto ansante. Mi fermai quasi trasognato. Fu un attimo. Subitamente presi un fazzoletto dai tre colori che mi porgeva il mio trainer e con lo sguardo rivolto alla bandiera della Patria che maestosa co’ suoi colori scintillanti sventolava con a fianco il boy sull’attenti, gridai forte e ripetei forte Viva l’Italia”

Queste le parole scritte da Frigerio nel 1928, rimembrando gli emozionanti momenti vissuti in Belgio. Parole messe in fila in piena epoca fascista, affiancate sulla carta da ricostruzioni storiche più o meno veritiere, da atteggiamenti patriottici probabilmente ingigantiti con il solo obiettivo di compiacere il Duce.

Con Benito Mussolini quel “Viva l’Italia!” assunse tutto un altro significato, divenne dichiarazione di superiorità italiana e obbligò il marciatore milanese a stringersi al fianco del regime.

Mussolini stesso fu firmatario dell’introduzione dell’autobiografia del campione olimpico. Testo dall’altisonante titolo “Marciando per l’Italia”.

La macchina propagandistica fascista inglobò rapidamente Frigerio nei propri ingranaggi, incuriosita dall’incredibile popolarità raggiunta dall’atleta lombardo.

Perché oltre ai due ori del 1920, il ‘Fanciullo d’Anversa’ si confermò anche nel 1924, nei 10mila metri, unica gara di marcia presente nell’edizione a cinque cerchi parigina.

“La mia classe ebbe il sopravvento e la vittoria italiana ebbe il suggello della Marcia Reale suonata da una musica militare francese a cadenza funebre”, ironizzò Frigerio.

Frigerio dopo il terzo oro olimpico varcò l’Atlantico, trovando palazzetti gremiti in ogni ordine di posto, ansiosi di veder esprimere il più grande marciatore al mondo in tutta la sua eleganza, in tutta la sua aerodinamica gestualità.

Osservato dal pubblico a stelle e strisce e da tantissimi italiani salpati in cerca di fortuna, Frigerio stabilì 6 record mondiali indoor. Poi fece ritorno nel Vecchio Continente, per preparare al meglio l’Olimpiade della sua definitiva consacrazione.

“Devo confessare che lo scrivere queste note di ricordi mi amareggia alquanto l’animo. Fra breve avranno luogo le nuove olimpiadi ed io non sarò ancora a quel posto di battaglia che ardentemente avevo desiderato: quel posto per il quale avevo preferito non prolungare la mia permanenza nella lontana America del Nord, perchè sapevo che ad Amsterdam le mie possibilità di trionfo erano le medesime che vantavo alla vigilia di Parigi”

Un’amarezza che prese forma dinnanzi all’assenza di gare di marcia nei Giochi olandesi. Una decisione, quella del Comitato Olimpico, che fece discutere e che lasciò di stucco il leggendario marciatore. 

Voleva un altro oro, il ‘Fanciullo d’Anversa’, si sentiva pronto a dominare anche la terra di Amsterdam. Nel 1925 aveva anche stabilito il proprio primato personale sui 10mila metri: 44’38’’0, un tempo maestoso.

Improvvisamente si vide derubato dell’ennesimo successo, della possibilità di far librare ancora in cielo quel “Viva l’Italia!”. La messa al bando della marcia cancellò il terzo capitolo di una leggenda destinata a rimanere incompiuta. Almeno fino al 1932.

Ugo Frigerio in concomitanza con i Giochi di Amsterdam decise di ritirarsi. Una resa incondizionata di fronte alle decisioni del CIO, un addio all’amata marcia a soli 27 anni.

Tornò a sorpresa quattro anni dopo, venuto a conoscenza della riammissione della  propria disciplina nella griglia degli sport olimpici. La rassegna losangelina, però, non prevedeva la marcia rapida, ma la specialità più lunga e faticosa: la 50km.

L’ormai divenuto ‘Uomo d’Anversa’ in California si presentò come portabandiera italiano, onore già ricevuto in occasione dell’edizione parigina. Più che trentenne, con alcuni anni d’inattività alle spalle, nessuno volle scommettere sul marciatore cresciuto a Parco Sempione.

Frigerio venne incaricato di fungere da lepre per i primi chilometri di gara, il suo orgoglio, però, lo condusse sul podio, con un’insperata medaglia di bronzo al collo.

Si dimostrò campione, ancora una volta. A poco contarono le settimane successive trascorse a letto, tra dolori lancinanti e vesciche divenute piaghe durante lo sforzo sovrumano sostenuto.

Dopo aver visto per l’ultima volta il tricolore sventolare nella più magica delle manifestazioni sportive, Ugo Frigerio si ritirò definitivamente, intraprendendo una carriera imprenditoriale nel settore dei formaggi.

Morì il 7 luglio 1968, sulle rive del Lago di Garda.

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