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Un triplo Axel è per sempre

Tonya Harding è stata la prima pattinatrice americana a completare un triplo Axel sul ghiaccio. Ma la sua vita era troppo vera per non essere complicata: dagli abusi della madre oppressiva fino al delitto che ha distrutto il suo talento immenso.

La figura più maestosa, elegante, leggiadra ed elettrizzante da compiere sul ghiaccio: questo è, il triplo Axel.
Come un gol in rovesciata del calcio, o quella rete di Marco Van Basten (ricordate, vero?) nella finale dell’Europeo del 1988 tra l’Olanda e l’URSS, oppure una smorzata in demi volée di Roger Federer al Centre Court dell’All England Club di Wimbledon. Meglio: è una pennellata di Van Gogh, è la firma di Picasso. Una pepita d’oro pescata in un fiume sconosciuto del Klondike. E lei, Tonya Harding, una ragazza arrivata dall’Oregon, cresciuta tra gli abusi mentali e fisici, uscita dagli sterrati fuori Portland, era stata la prima americana a completarlo, nel 1991.
Soltanto la giapponese Midori Ito l’aveva preceduta, soltanto altre sei l’avrebbero imitata.
Ce n’era già abbastanza per entrare in una pinacoteca colma di capolavori, ma la vita di Tonya è sempre stata troppo vera per non essere complicata. Una madre dispotica, incapace di provare affetto e oppressiva. Un padre adorato ma che aveva lasciato il tetto coniugale quando era bambina. Un fratellastro che la molestava.
Poi, un ragazzo che sarebbe diventato suo marito, Jeff Gillooly. Le era bastato uno sguardo per convincersi che lui poteva essere l’amore che l’avrebbe portata via da una casa in cui la violenza era quotidiana e litigi sostituivano le parole. Si sbagliò, perché l’incontro con Jeff avrebbe distrutto il suo talento immenso e incompreso.

I giudici di gara faticavano a premiarla nelle votazioni.
Tonya era punk in uno sport in cui persino Beethoven sarebbe stato considerato rumoroso, era irregolare in un luogo dove la prima richiesta era il rispetto ai dogmi, era rissosa, sfrontata, insicura e per questo all’apparenza strafottente ed arrogante. Stretta in poco più di un metro e mezzo d’altezza, sul ghiaccio esprimeva la personalità di una Napoleone venuta dal Nord Ovest degli States. Tutto l’opposto di Nancy Kerrigan, l’amica-nemica, la rivale, la concorrente interna, il volto pattinato dello skating, leggera, una bellezza vitruviana, la Grazia dipinta su una lastra bianca. Alle Olimpiadi di Albertville, nel 1992, Nancy si era presa il bronzo, Tonya era arrivata quarta e credeva che tutto fosse finito. Non ci sono sponsor per chi non conquista una medaglia.
Sarebbe andata a fare la cameriera, come quella madre con cui aveva interrotto i rapporti.
Quando il CIO stabilì che i Giochi Invernali non si sarebbero svolti dopo quattro anni, ma già nel 1994, a Lillehammer, il Sogno tornò. Tonya si era sposata con Jeff, aveva divorziato, ma tra loro c’era quella sorta di rapporto di dipendenza malato, una stretta laocoontica, per cui non riuscivano a staccarsi definitivamente l’uno dall’altra, nonostante le botte, le ordinanze restrittive che lei aveva ottenuto contro di lui, il perenne conflitto domestico. Tornarono insieme, e fu a quel punto che Tonya perse tutto. Bionda, minuta eppure possente, con le gambe che, quando si tendevano, la spingevano in alto, un calabrone che si trasformava in libellula, schiaffeggiando il passato e il presente, rincorrendo il futuro. Lillehammer sarebbe stata Oz, la strada dei mattoni gialli l’avrebbe condotta fin lì, nella ribollente quiete gelata della Norvegia.
Doveva solamente superare l’ultima selezione, i Campionati Nazionali che si sarebbero tenuti all’inizio del 1994. L’Apocalisse, ora.

Tonya Harding la selvaggia, la bulla, la rube, gaglioffa e ispida. Nancy Kerrigan, ovvero il volto pulito degli Stati Uniti. Quelli di Bill Clinton e della nuova onda del Partito Democratico, dopo più di un decennio di comando repubblicano, dopo il reaganismo, dopo la guerra in Iraq di George Bush.
Non ci vuole molto per tirarne fuori un romanzo, neanche da dire che cosa occorra per cavarci una formidabile storia giornalistica, di quelle che riempiono i palinsesti e fanno schizzare verso altre galassie le vendite dei quotidiani, delle riviste, persino dei bollettini di quartiere. Il 6 gennaio 1994 la Kerrigan, al termine di una seduta di allenamento a Detroit, la città che ospitava i Campionati, viene aggredita da uno sconosciuto, che la colpisce con una spranga al ginocchio destro. Nancy urla disperata. Il danno fisico si rivelerà fortunatamente meno grave di quanto temuto, ma la Kerrigan non parteciperà alla competizione, vinta dalla Harding.
Tonya, all’improvviso, diventa la regina del pattinaggio artistico. Il suo sorriso, alla fine della prova di Detroit, invade gli schermi di tutta l’America, attratta non solo e non tanto dall’evento sportivo in sé, ma dal contorno creato da quanto accaduto a Nancy. Eppure Tonya Harding non può essere una ragazza perbene per la way of lifedegli USA. Lei con le sue sfuriate, lei con i suoi guai, lei con la sua corte di perdenti nati che le gira attorno. E saranno proprio loro a rovinarla e a tramutarla in un “mostro” cospiratore, una traditrice, una bugiarda che ha rinnegato tutti i sani valori americani. Dalle indagini svolte sul caso Kerrigan, risulterà che a organizzare tutto sarebbe stato Shawn Eckhardt, affidandosi a un certo Shane Stant, autore materiale dell’aggressione. Eckhardt è uno strambo amico di Jeff che si spaccia per guardia del corpo di Tonya, con tendenze a spararla grossa, fino a cadere in una palese mitomania. Dichiara di avere agito su suggerimento di Gillooly, intenzionato a tagliare fuori la prima avversaria della sua compagna. La frana comincia dalle rivelazioni di Eckhardt, interrogato dall’FBI. Il mondo sognato da Tonya si sta per disintegrare.

La Harding partecipa alle Olimpiadi.
Si piazza ottava, mentre Nancy Kerrigan riesce a rientrare in tempo per Lillehammer ed è medaglia d’argento. Tonya è inquieta, spaurita, dispersa tra le luci della ribalta e le stanze degli investigatori. In quelle settimane ha ammesso di aver saputo del piano orchestrato per colpire Nancy soltanto dopo i fatti, accusa Jeff, che rivolge contro di lei gli addebiti. Viene ritrovato un appunto  in cui Tonya ha segnato gli orari degli allenamenti della Kerrigan. La sua posizione si aggrava, sebbene lei ammetta soltanto di essere responsabile di omessa denuncia.
I giudici non si impietosiscono: viene condannata a tre anni con la condizionale e a pagare 100mila dollari di multa, a devolverne 50mila a Special Olympics, l’associazione impegnata nello sviluppo di progetti per atleti con disabilità, versandone altri 10mila per le spese legali, con l’aggiunta di 500 ore di servizio sociali. Soprattutto, però, viene radiata dalla Federazione Statunitense di pattinaggio. Non potrà più gareggiare, né allenare.
Tonya la dura, Tonya la rozza, Tonya la strega, Tonya la bad girl: colpevole fino a prova contraria, mai presunta innocente. Così aveva deciso il pubblico, questa la sentenza emessa dai media e dalla gente, come se i dubbi non esistessero e che l’unica legge fosse quella del Far West: impiccalo più in alto. E a lei avevano tolto la Salvezza. Poi le hanno dedicato canzoni, libri e un film-capolavoro, intitolato semplicemente “Tonya”, che, nel 2017, è stato pluripremiato, ricevendo Oscar e Golden Globe. La protagonista è Margot Robbie, splendida attrice australiana: “Le stesse persone che l’avevano sostenuta si accanirono contro di lei. È la natura umana: ci appassioniamo ai drammi altrui ma giudichiamo senza riflettere”, ha detto, parlando di Tonya.
Quel triplo Axel continua a splendere in una notte stellata, lassù nell’Oregon, a mille anni luce di distanza da qui.

Matteo Fontana
Twitter @teofontana
Instagram @matteofontana1976

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