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‘The Greatest’, Jack Johnson

“Lui è stato il più grande”, disse Muhammad Ali. A inizio ‘900 un afroamericano sfidò la boxe bianca, vincendo


“Se vince l’uomo di colore, migliaia e migliaia di suoi fratelli ignoranti interpreteranno erroneamente la vittoria, saranno giustificate richieste di affermazioni molto più rilevanti della semplice uguaglianza fisica con i propri vicini bianchi”

Scriveva così nel 1909 il New York Times. L’uomo di colore in questione era Jack Johnson, il ‘Gigante di Galveston’, i suoi fratelli erano l’intera comunità afroamericana, costantemente vessati dalla segregazione e dall’odio razziale, la vittoria era quella del titolo di campione del mondo dei pesi massimi.

Ci era riuscito il figlio di due ex schiavi, aveva raggiunto l’agognato risultato dopo anni di disperata ricerca. Per arrivare ad incrociare i guantoni con Tommy Burns, si era imbarcato in un viaggio senza sosta, due anni di pedinamento in giro per il mondo. Burns evitava Johnson quasi quotidianamente, lo faceva intimorito dalla sua potenza di fuoco, lo faceva forte di un regolamento ferreo: separazione delle cinture, i bianchi da una parte, i neri dall’altra.

Johnson aveva seguito Burns per tutti gli Stati Uniti, ma anche in Francia, Inghilterra e Irlanda, ogni volta sedendosi a pochi centimetri dalle corde, ogni volta aizzando i media nazionali, proclamando la sua superiorità pugilistica.

Il match si concretizzò davanti ai 30mila dollari promessi a Burns e a un Sidney Stadium gremito in ogni ordine di posto.

“Nessun genocidio armeno può essere paragonato al massacro senza speranza che ha avuto luogo oggi. La lotta, se si può chiamare lotta, era come quella tra un pigmeo e un colosso”, commentò la penna di Jack London sulle pagine del New York Herald.

L’incontro venne sospeso alla 14esima ripresa dall’intervento della polizia locale, obbligata a interrompere una vera e propria mattanza.

Johnson, round dopo round, demolì anche la psiche dell’avversario, scherzandolo con larghi sorrisi e frasi ficcanti: “Povero Tommy, chi ti ha detto che sei un pugile?”, e ancora, “Chi ti ha insegnato a colpire, tua madre?”.

Per la comunità bianca americana fu uno shock tremendo. Il titolo più importante del panorama mondiale era ora in mano ad un afroamericano, ad un giovane imperdonabilmente nero che, fino a qualche anno prima, pitturava vagoni dei treni e combatteva con pugili della stessa razza in contesti di fortuna.

“Ora rimane una cosa. Jim Jeffries deve uscire dalla sua fattoria di erba medica e rimuovere il sorriso dorato dalla faccia di Jack Johnson. Jeff, dipende da te! L’uomo bianco deve essere salvato”, tuonò immediatamente la stampa. 

La disperata ricerca di una ‘White Hope’, speranza bianca da contrapporre al ‘Gigante di Galveston’, si concretizzò prima in Stanley Ketchel: peso medio e vittima sacrificale, colpito tanto violentemente da Johnson da sradicargli un grosso numero di denti. Poi venne implorato il leggendario James J. Jeffries, all’epoca ritirato da ben sei anni.

“Combatterò solamente per provare che un uomo bianco è migliore di un negro”

Disse così, accettando la sfida, l’ormai 35enne agricoltore. Nei mesi di avvicinamento al match scese da 150 chili a un peso forma di 100, presentandosi a Reno, Nevada, nella migliore forma atletica della sua vita. Il 4 luglio 1910 ebbe luogo il primo e vero ‘Match del secolo’.

In un clima di altissima tensione razziale, furono vietate le armi e la somministrazione di sostanze alcoliche agli oltre 20mila presenti, oltre alle diverse migliaia di persone assiepate all’esterno dell’arena.

La ‘Grande Speranza Bianca’ venne annichilita da Johnson, finendo a terra due volte nel corso di 15 round. Il suo angolo si vide costretto a gettare la spugna, con il solo scopo di evitare un umiliante ko.

Istantaneamente l’America nera esplose in marce trionfali, scendendo nelle strade per celebrare quella che, a tutti gli effetti, risultava essere una dichiarazione di emancipazione razziale e di libertà.

La risposta della popolazione bianca più estremista fu violenta, sfociando in alcuni casi nel linciaggio. 23 afroamericani furono uccisi nelle ore successive al match.

Fuori dal ring la vita del ‘Gigante di Galveston’ divenne una costante e sfrontata autocelebrazione estetica, molte volte sconfinante in imperdonabili eccessi.

Spese tanto in macchine, gioielli e vestiti. Sovvertì con atteggiamenti irriverenti e, spesso, imprudenti, il cliché dell’umile e silente afroamericano medio, incoraggiando l’intera comunità a porsi obiettivi fino a quel momento impensabili.

Si sposò tre volte, tutte e tre le volte con affascinanti donne bianche. Relazioni spesso burrascose, intaccate da uno stile di vita mai moderato. “Lo amavo per il suo coraggio. Affrontava il mondo senza paura. Non c’era niente e nessuno che lo spaventasse”, disse di lui Irene Pineau, sua ultima moglie.

Con lo scorrere degli anni il corpo titanico di Johnson venne scalfito dai vizi, portandolo a perdere la cintura nel 1915, in quello che lui avrebbe poi definito un incontro combinato. Lo sconfisse il cowboy Jess Willard, a L’Avana, dopo 25 lunghissimi round: la combine non fu mai accertata.

Johnson all’epoca era un esiliato, costretto ad abbandonare gli USA per sette anni a causa delle continue vessazioni e denunce legate alla ‘Legge Mann’. Azioni legali che lo accusavano di favorire la prostituzione di donne bianche, nello specifico di “trasportare donne da Stato a Stato per propositi immorali”.

Un cavillo legislativo che permise di perseguire nottetempo il campione, in realtà trovato tutte le volte in compagnia di diverse amanti.

Dopo una lunga fuga internazionale tra Europa, Sudamerica e Messico, Johnson nel 1920 si costituì e venne subito incarcerato per un anno.

Una volta uscito di galera continuò a combattere per raggranellare qualche soldo, concludendo la carriera professionistica a 60 anni. In questo lasso temporale venne assoldato anche per una serie d’incontri privati, spesso nei giardini di ricchi estimatori.

Morì a 68 anni, si schiantò ad altissima velocità in una strada del North Carolina. Era abituato a correre forte Johnson, a questo proposito è legato uno degli aneddoti più emblematici della sua vita: a un poliziotto che lo stava sanzionando per eccesso di velocità non diede 50 dollari, ma 100, aggiungendo “Così potrò tornare alla stessa velocità”.

In quella superstrada nei pressi di Franklinton, però, non riuscì a governare il volante. Il ‘Gigante di Galvinton’ aveva fame e gli era appena stato rifiutato un pasto in un ristorante per soli bianchi.

Lasciò un’eredità immensa, che sarebbe stata raccolta da intere generazioni di afroamericani sportivi e non. Da Muhammad Ali a Miles Davies, il primo confessò di non essere il vero ‘The Greatest’, ma di venire dopo Johnson nella speciale graduatoria, il secondo compose l’album ‘A tribute to Jack Johnson’, pubblicato nel 1971.

Nell’aprile 2018 Donald Trump, dopo un’incessante pressione pubblica sospinta, tra gli altri, da Mike Tyson e Sylvester Stallone, decise di concedere la grazia postuma al pugile afroamericano, sollevandolo dalle accuse che l’avevano condotto in prigione.

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