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Stockton to Malone

Simboli di Salt Lake City e di un basket meraviglioso. Eterni sconfitti, eterne leggende

Era lui ad avere l’espressione da quieto portalettere della provincia americana, ma il soprannome ‘Mailman’ (postino) l’avevano dato al suo socio. Insieme hanno formato una delle più paradigmatiche coppie della storia della NBA: John Stockton e Karl Malone sono stati gli emblemi di una franchigia, gli Utah Jazz, che con loro non è riuscita a vincere l’anello soltanto perché è capitata al posto giusto nel momento sbagliato, quando a dominare c’era Michael Jordan, con i Chicago Bulls. Eppure, chi ama il basket e ripensa a quello che si giocava a Salt Lake City, nella città  dei Mormoni, e rivede le mani di velluto di John e il fisico possente, con il corredo di una capacità  realizzativa extralarge, di Karl, non può che avvertire una sensazione unica.
Si incontrarono nello Utah nel 1985. Stockton aveva già  disputato la prima stagione nei “pro”. Veniva da Spokane, stato di Washington, Montagne Rocciose, poco più di 100 chilometri di distanza dal confine con il Canada. Quando all’high school gli avevano messo gli occhi addosso i college di metà  USA, John aveva declinato le offerte per restare a casa: scelse Gonzaga, pur sapendo che non avrebbe potuto competere per i vertici NCAA. Poco male, l’importante era non allontanarsi da Spokane, dalla famiglia. Ci sarebbe stato modo di spostarsi, se l’avesse deciso il destino. Fu così che andò. Salt Lake City, 1984: Utah lo chiama, Stockton ha appena fatto parte del “gruppone” della nazionale degli Stati Uniti per le Olimpiadi di Los Angeles. Il coach, il seminale Bobby Knight, non l’aveva portato ai Giochi, ma nel frattempo John aveva incontrato, tra i preselezionati, Karl Malone. Il loro appuntamento era solamente rinviato. Di un anno, appunto. Nel draft del 1985 c’è chi snobba Malone, i Jazz ne approfittano e lo mettono sotto contratto, tredicesima scelta del giro. Il binomio con Stockton è agli albori. Nessuno immagina fin dove arriverà.
Karl viene dalla Lousiana. Lì è nato e cresciuto, con il padre Ed Turner che ha lasciato sua mamma Shirley quando aveva tre anni. Sono gli anni ’60, nel Sud degli States è ancora fortissimo il peso della discriminazione razziale. Lui la sfida nel modo appreso dai valori della madre: lottare, lavorare duro, giorno dopo giorno, con uno senso del sacrificio inderogabile. Sarà  con questi presupposti, mai abbandonati, che Karl Malone si trasformerà  in uno dei più grandi campioni NBA di ogni tempo, un sontuoso realizzatore, cui il nickname che lo accompagnerà  per l’eternità (‘Mailman’, già) viene assegnato per la facilità con cui “recapita” i palloni a canestro. Alle Olimpiadi di Los Angeles, come Stockton, viene convocato e poi “tagliato”. All’università di Lousiana Tech è una presenza imponente e decisiva. Preferirebbe essere chiamato dai Dallas Mavericks, per rimanere vicino a mamma Shirley, ma Jazz dovevano essere e Jazz sono. L’intesa con John Stockton sarà  immediata. Anzi, sono proprio gli assist del compagno di squadra, che in breve si eleva al ruolo di miglior playmaker della NBA, a esaltare Karl, ala forte che inanella record e segna con impressionante regolarità: il Postino, dunque. Peccato che, prima di MJ, la Lega sia dominata dal duello tra i Los Angeles Lakers e i Boston Celtics. Magic contro Larry, Johnson contro Bird, due supersquadre, di quelle che delimitano il perimetro di un’epoca. Il basket di Utah tocca vette di pura delizia, ma di arrivare in fondo non se ne parla. Nella Western Conference il comando totale è dei Lakers, inoltre il roster dei Jazz non ha sufficiente profondità. Serve una svolta per fare sogni più grandi. E quel giorno, infine, arriva.

Jerry Sloan è il coach che fa virare le prospettive di Utah. Già è un tormentone squisito quello “Stockton to Malone” che chiarisce gli equilibri della squadra. La combinazione è insolita e proprio per questo narrativamente accattivante: il ragazzo sceso dalle Montagne Rocciose, con il fisico che non è esattamente quello di un wrestler, al fianco del talento che si è forgiato in Louisiana, uno spettacolo blues che illumina Salt Lake City.

Sloan fa sterzare i Jazz, con Stockton e Malone che trascinano, mentre si impennano le quotazioni di Mark Eaton, centro intimidatore, barba da boscaiolo, una sorta di totem del “pitturato”. Lungo quest’asse, Utah inizia a accumulare titoli, vincendo la Midwest Division nel 1989 e nel 1992. Sono stagioni formidabili, con la guida di Sloan che delinea una filosofia di gioco che unisce estro e forza fisica, una miscela che rende i Jazz un modello.

Non basta ancora, però, per competere per l’anello, e neanche per centrare la finale. A Ovest ci sono gli ultimi infuocati bagliori della L.A. dello Showtime, poi sale alta la stella dei Portland Trail Blazers, con Clyde ‘The Glide’ Drexler e Terry Porter, e anche quella dei San Antonio Spurs, con l’avvento di David Robinson, l’Ammiraglio. Non è tempo per Utah, non ancora. Nel frattempo, tuttavia, John e Karl entrano nella leggenda.

Olimpiadi 1992, Barcellona. È l’ora del Dream Team, la Squadra dei Sogni, con tutti i più grandi fuoriclasse della NBA, da Jordan a Magic, da Bird a Charles Barkley, da Robinson a Scottie Pippen, da Pat Ewing a Drexler. Ci sono anche Malone e Stockton, in quella pattuglia che avrebbe rivoltato il basket. Non tanto per l’ovvia medaglia d’oro e per la larghissima superiorità mostrata in Catalogna, quanto perché fu quello l’istante in cui il fenomeno della pallacanestro USA divenne definitivamente globale, una passione collettiva, che esulava dal contesto dei semplici amanti del Gioco. I campioni del Dream Team erano le icone di un modo di essere, di uno stile, di un nuovo sistema, di uno sport che si faceva business e che, proprio per questo, sapeva ottenere consensi e attirare interesse sempre più planetari. Un’altra era si era aperta. John Stockton e Karl Malone ne avrebbero fatto parte. E, stavolta, sarebbe andati vicinissimi a guadagnarsi quel titolo di World Champions che avrebbero meritato ma che sfuggì sempre.

Il problema è che, ancora, il momento non era quello giusto. Nella Western divampò la grandezza degli Houston Rockets. Hakeem Olajuwon era l’epitome del pivot ideale: devastante sul piano atletico, dolce al tiro. Tant’é, con Michael Jordan che si era ritirato dalla NBA per dedicarsi al baseball, i Rockets si misero alle dita due anelli. E i Jazz? Continuavano a divertire, e spesso a incantare. Stockton era il mago dei passaggi vincenti, Malone il micidiale stoccatore. Il magistero di Jerry Sloan era al suo picco. Collezionavano primati e vittorie, ma non abbastanza. Finale di Conference persa con Houston nel 1994. Nel 1996, altra finale, con i Seattle Supersonics di ‘Reign Man’, il Regnante: Shawn Kemp. Di nuovo sconfitta, per 4-3. Sulla coppia deve aleggiare una maledizione. Che, però, all’improvviso, si spezza.

Questo racconto si chiude senza un vero lieto fine, o forse no. Sì, perché mentre i Jazz mettevano in fila splendide stagioni che poi sfumavano nel vento di playoff, MJ decise che ne aveva avuto abbastanza del baseball e che era tempo di tornare al basket. Fu così che i Bulls vinsero l’anello sconfiggendo i Sonics. Nei due anni successivi fu Utah a far traballare Chicago.

Ebbene sì, i Jazz arrivarono alla finale NBA. Accadde nel 1997 e nel 1998. Mai erano stati tanto completi. Stockton e Malone erano gli Yoda del parquet. Karl fu eletto MVP dell’intera Lega, il primo anno. John si riprese da un infortunio che gli fece perdere la prima parte della stagione. Quando rientrò, poco ci mancò che i Jazz non cancellassero la parola “sconfitta” dal loro vocabolario.

Ci andarono, alle Finals. Lo fecero quell’anno e pure quello dopo. Due volte in fondo, come non era mai successo. Sarebbe bello se andasse come in certi film sullo sport in cui, dopo che i protagonisti hanno raggiunto un traguardo, anche se poi sai che dovrebbe esserci un seguito, scorre il “the End”, con i volti felici di chi ce l’ha fatta. Qui, invece, Utah perse per 4-2 entrambe le serie, tiratissime, e con Jordan che risolse alla sua maniera.

Non ce ne furono più, di giorni così, ma John e Karl rimarranno per sempre un simbolo. Nella città  del Lago Salato e dei Mormoni, il miracolo erano sempre stati loro.

Matteo Fontana
Sources & Credits
   
Photos sources:
https://www.deseret.com/2019/4/5/20670112/morning-links-stockton-and-malone-called-overrated-warriors-treat-stallions-fans-to-free-gamehttps://www.pinterest.com/pin/298433912786198171/http://forum.ondarock.it/index.php?/topic/22532-il-topic-dellamarcord-cestistico/ 

Video sources: 
https://www.youtube.com/watch?v=3cTAA-zepOA
https://www.youtube.com/watch?v=5XLvqH9qoik

17 febbraio 2020

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