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Steve McQueen: attore, pilota, leggenda

‘The King of Cool’, l’uomo che amava i motori più delle macchine da presa

Avrebbe compiuto 90 anni, Steve McQueen. L’avrebbe fatto forte del suo fascino impareggiabile, della misteriosa carica edonistica, del carisma ammaliante.

Era dandy, era virile, era un personaggio dannunziano trapiantato nei fasti hollywoodiani degli anni ’60 e ’70. Spericolato e donnaiolo, unico giudice di sé stesso. Giovani di tutto il mondo lo veneravano come simbolo di una controcultura sfrontata, libertina, senza padroni.

Steve non si è mai ritenuto un attore di enorme caratura, anzi, si è sempre sottostimato: un po’ per gioco, un po’ per limiti oggettivi. “Non sono un grande attore – diceva -, ci sono alcune cose che so fare, ma in altre faccio pena. C’è qualcosa, nei miei occhi da ruvido cane, che fa dire alle persone che sono un buon attore. Ma non sono così bravo…”.

Steve pensava a sé come a un pilota prestato alla recitazione. Già, perché il nativo dell’Indiana era un mago delle due e delle quattro ruote, un fulmine umano, disposto a sfidare infortuni, problemi contrattuali e, perché no, la morte, pur di sfrecciare oltre i propri limiti.

Sul set non aveva bisogno di controfigure o stuntman, suonava quasi come un’offesa per il ‘King of Cool’, lui stesso era controfigura e stuntman, perché solo nel pericolo e nella velocità riusciva a trovare l’estasi definitiva.

Una passione, quella per i motori, nata in tenera età. Ad appena 12 anni, trasferitosi da poco a LA con la madre, il giovane Steve costruiva già hot rod, vetture storiche modificate, con un amico. Era solo il primo tassello di un puzzle che sarebbe diventato sempre più complesso.

McQueen amava profondamente le auto sportive, la loro innata carica adrenalinica ed erotica. Una volta iniziata la carriera attoriale cambiò più automobili che vestiti. Il volante rischioso, la manovra spettacolare, le gomme stridenti, tutto faceva parte del personaggio McQueen.

Spider MG TC, Siata 208S, Porsche 356 Super Speedstar, Carrera GT, Lotus Eleven. ‘The King of Cool’ non si limitava a guidare bolidi scattanti per le strade di Hollywood, magari con una sigaretta accesa e gli occhiali a specchio: si metteva anche in gioco, scendendo in pista, approcciando gare sparse in tutta la California a cavallo degli anni ‘60.

Le case di produzione, preoccupate per la sua incolumità, lo pregavano di non rischiare, lo rincorrevano con contratti vincolanti e disperate richieste. Per girare i ‘Magnifici Sette’, per esempio, venne obbligato a vendere l’amata Lotus.

Ma Steve dalle piste non riusciva a stare lontano, anzi, di anno in anno alzava l’asticella, arrivando nel 1962 a firmare perfino un contratto da professionista per la squadra inglese di John Cooper, la BMC.

Sebring, Savannah, Fernandina Beach, ogni pausa dal set era ideale per rifugiarsi nel rombo dei motori, ogni pretesto era valido per mettere la febbricitante mano sulla leva del cambio.

Il suo grande omaggio alla passione di una vita arrivò con il film “Le 24 Ore di Le Mans”, un inno alla riflessiva solitudine del pilota, un prezioso spaccato documentaristico di una corsa leggendaria.

“Tanti vivono facendo male quello che fanno. Correre è importante per chi lo fa bene. Quando uno corre… Vive. E tutto quello che fa prima o dopo è solo attesa”.

Sembra quasi un testamento, una pubblica ammissione quella di McQueen durante una delle scene più intense del film. Le parole di un incurabile innamorato, di un uomo capace di vivere pienamente solo alla guida di una Porsche 908.

Steve McQueen volle correre la 24 Ore di Le Mans del 1970, trovò anche il grande Jackie Stewart come compagno di squadra. Le compagnie assicurative, però, lo fermarono: il suo viso e il suo corpo valevano ormai troppo per un salto nel vuoto di quel genere.

Fu forse la più grande sconfitta per il dandy dell’Indiana, fu un’insopportabile restrizione per il bellissimo capace di correre, in giovane età, anche con un gesso alla gamba. Fu, semplicemente, lo stop definitivo ai suoi sogni a motori.

Dieci anni dopo, alle 15.45 del 7 novembre 1980, Steve McQueen morì in una clinica di Ciudad Juárez. Un traguardo anticipato, ad appena 50 anni, tipica e sadica bandiera a scacchi di tanti giganti del panorama artistico e sportivo.

Fortunatamente, a ricordarci la sua immensità a distanza di 40 anni, restano le immagini, le pellicole e le parole: “Recitare è come guidare nelle corse, hai bisogno della stessa concentrazione. Devi scavare dentro di te e produrre molti vetri rotti. È doloroso”

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