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Stefano Sorrentino, gli occhi della tigre

20 anni e oltre di leadership e rigori parati. Un iconico portiere ha detto addio al grande calcio, noi l’abbiamo intervistato

Carisma, intensità, desiderio. Osservare Stefano Sorrentino tra i pali è sempre stata una pratica affascinante. Un portiere impetuoso, una personalità incontenibile, una pietra angolare di ogni squadra in cui abbia militato.

In questi giorni Sorrentino ha annunciato l’addio al grande calcio. Uno stop deciso dopo oltre 20 anni di solida carriera. L’abbiamo raggiunto, viaggiando insieme a lui tra ricordi, istantanee e sensazioni vissute all’interno della desolata landa disegnata dalla calce bianca. Una seconda casa, l’area di rigore, che ha portato il figlio d’arte a viaggiare in Italia e in Europa.

Abbiamo provato ad immergerci nel passato e presente di un numero 1 che ha segnato intere generazioni di calciofili. Ne è uscito un ritratto magnetico e sicuro. Un ritratto degno dei suoi guantoni.

Che ricordi hai del tuo primo impatto con il calcio?

Avendo il papà giocatore (Roberto, portiere tra le altre di Catania, Cagliari e Bologna ndr) si può tranquillamente dire che io sia nato in questo mondo. Spesso scherzo con chi mi fa questa domanda e dico che la mia carriera non è durata una ventina d’anni, ma 40: ovvero da quando sono nato. Ho avuto la fortuna di crescere in tempi in cui il calcio non era un mondo così ovattato e irraggiungibile. Andavo ogni giorno al campo con mio padre, stavo a contatto con gli altri calciatori, la mia infanzia si è sviluppata tra i prati verdi e spogliatoi.

Quali sono stati i tuoi idoli da giovane?

Ovviamente il mio grande idolo era papà. Faceva il portiere in Serie A, era impossibile pensare ad altri punti di riferimento. Certo, essendo del ’79 anche il mito di Maradona mi ha sempre affascinato, ma non poteva competere con chi avevo in casa. Una curiosità legata al rapporto con mio padre sta nella scelta del mio ruolo: la domenica lo vedevo sempre tornare a casa arrabbiato dopo un gol subito, in campo osservavo i compagni che esultavano dopo una rete segnata e lui che restava distantissimo, rinchiuso nell’area di rigore… Per questi motivi decisi di fare l’attaccante. Destino volle che ad un classico torneo pasquale mancassero i due portieri della mia squadra giovanile. L’allenatore, senza pensarci, mi chiese di mettermi tra i pali. Mi disse: “Ci vai tu perché tuo padre è un portiere!”. Io gli risposi che ci sarei andato solo se mi avesse dato la fascia da capitano. Lo fece e io vinsi il premio di miglior portiere del torneo. A premiarmi, manco a dirlo, fu proprio papà.

Che sensazioni ti ha regalato, nel corso degli anni, il fatto di essere sempre un numero 1. Come hai vissuto questo ruolo nevralgico?

Sono fiero e contento. Nel mio ruolo non mi sono mai accontentato, ho sempre cercato di tirare fuori il massimo da me stesso. La consapevolezza di aver vissuto tutte queste stagioni da protagonista è appagante. Avrei potuto fare il secondo in grandi squadre, certo, ma ho sempre avuto la necessità di sentirmi vivo: volevo lavorare incessantemente in settimana con l’unico obiettivo della domenica.

Il carisma è forse la qualità che più ha contraddistinto la tua carriera. È una dote innata, come dicono in tanti, oppure si può allenare?

Sono convinto che si possa coltivare ma, allo stesso tempo, sono convinto che serva una predisposizione particolare da parte del giocatore, dell’uomo. Sull’asfalto non si può seminare. Se caratterialmente non hai questo tipo di qualità, d’inclinazione, non puoi inventartela negli anni. Io ho avuto allenatori che hanno sviluppato, volontariamente e non, questo mio lato nel corso degli anni. Da adolescente ho vissuto periodi in cui giocavo poco: quei tempi hanno permesso che si accumulasse interiormente una rabbia sana, che esplodesse il mio lato agonistico.

Nel tuo percorso hai avuto anche delle esperienze all’estero in Grecia e in Spagna. Cosa ti hanno lasciato da un punto di vista sportivo e umano?

Consiglierei a tutti di viaggiare grazie al calcio, fuori dall’Italia sono cresciuto come uomo e come calciatore. Devi avere la sensibilità per comprendere a fondo i contesti in cui ti stai calando: sei un ospite, devi entrare con rispetto, attorno a te ci sono differenti culture e mentalità, ci sono idee di vita che devi imparare a capire. Se stai bene con gli altri allora vuol dire che sei riuscito a capire dove ti trovi, vuol dire che sei riuscito ad adattarti, e il periodo che ti aspetta non può che essere positivo.

A Verona e Palermo hai trascorso gli anni della tua maturità calcistica. Quali sono i momenti che più ti sono rimasti dentro?

Al Chievo ho vissuto più di 8 anni splendidi, sono il secondo per presenze in Serie A nella storia gialloblù dopo Pellissier. Per me è motivo di grande, grandissimo orgoglio. Sono particolari che non si dimenticano, che restano dentro. A Palermo 3 anni e mezzo intensi, come spesso accade nelle piazze meridionali. Anni di gioie e dolori, trascorsi anche con la fascia di capitano al braccio. Un’altra squadra a cui sono molto legato è il Torino: in maglia granata ho esordito, e questo non posso di certo dimenticarmelo.

Ti sei sempre esaltato nelle sfide dal dischetto. C’è qualche rigore che ricordi con maggiore trasporto?

Quello parato a Cristiano Ronaldo occupa sicuramente un posto speciale. Sembra strano, ma già la mattina della partita avevo la sensazione che avrei parato un rigore. L’avevo anche detto al mio testimone di nozze: “Oggi se c’è un rigore mi butto a sinistra e lo paro”. Così è successo. Un altro rigore dal sapore particolare è quello parato a Milito. Sapevo che ogni tanto tirava forte e centrale, così sono rimasto fermo. Tra i rigoristi più difficili che ho affrontato devo sicuramente fare il nome del ‘Mago’ Perotti, lui guarda il portiere negli occhi fino all’ultimo istante, attende anche un tuo impercettibile movimento. La mia bestia nera a Palermo era Miccoli: in allenamento faticavo tremendamente a farlo sbagliare dagli undici metri.

Gli occhi della tigre. Ci racconteresti da dove arrivano e cosa simboleggiano?

Nasce tutto da Rocky, un film e un mito che sono scolpiti dentro di me. Non accontentarsi mai, tendere sempre a qualcosa di più, cercare, tramite i sacrifici e il sudore, di migliorarsi: gli occhi della tigre sono tutto questo.

Come è maturata la decisione del ritiro definitivo? È arrivata naturalmente o è stata una scelta complessa?

Devo ammettere che è stata una decisione molto complessa. Ho vissuto dei giorni in cui sono andato in grossa crisi. Quando il calcio è protagonista nel tuo vissuto quotidiano, poi diventa difficile pensare di abbandonarlo. A 40 anni, però, era il momento giusto. Quest’estate non ho trovato mete che mi soddisfacessero e ho avuto la possibilità di stare a lungo con le mie figlie: sono stati mesi sereni e felici. Solo durante questa finestra temporale ho realizzato che fosse effettivamente arrivato il momento di dire stop.

Cosa ti aspetti adesso dalla vita? Resterai comunque nel mondo del pallone?

A febbraio inizierò un corso a Coverciano per diventare Direttore Sportivo. Poi vedremo il da farsi. L’idea di diventare procuratore mi stimola molto, potrebbe essere un nuovo capitolo della mia vita.

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