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Sotto. Sopra.

Quando sei una giocatrice di pallanuoto devi abitare entrambi i mondi, il sotto e il sopra. Sai quanto quel confine sia labile e quanto su di esso si giochi una sfida infinita. Dentro, sotto, ciascuna ha il suo mondo, le sue priorità, le sue paure. Ma fuori, sopra, ogni singolo elemento si unisce agli altri per creare un unico organismo: una squadra, una famiglia.

C’è un fenomeno scientifico chiamato tensione superficiale che fa sì che la parte di uno specchio d’acqua che si riflette nel cielo assomigli a una sottile pellicola. Questa pellicola costituisce un confine naturale tra il dentro e il fuori, tra il nascosto e il visibile.

Quando sei una giocatrice di pallanuoto devi abitare entrambi i mondi, il dentro e il fuori, il nasconsto e il visibile, il sotto e il sopra. Sai quanto quel confine sia labile e quanto su di esso si giochi una sfida infinita. Sotto, le tue paure, i colpi, il gioco sporco, quello che dagli spalti nessuno può vedere. Sotto, le tua gambe, che hanno dovuto sopportare sedute estenuanti di allenamento, i chilometri fatti per essere lì, i muscoli che bruciano per il dolore degli allenamenti e dei colpi ricevuti. Ma sopra, quelle stesse gambe ti fanno salire in alto per scavalcare il confine verso l’esterno, ti aiutano per salire sopra la superficie come una libellula, per liberare il tuo braccio teso nello sforzo di un tiro o per parare un pallone verso l’angolo in alto, lontano.

È sempre così, è tutto doppio e collegato.

Milano è una città che – da sempre e ancora di più adesso – guarda in alto. A Milano l’eccellenza è una regola, niente è banale, niente è facile, tutto va guadagnato, incluso un posto in squadra.
Come tutti gli sport ai massimi livelli, anche la pallanuoto femminile è tensione verso la perfezione, è focus feroce sui risultati, è una vita dura, divisa tra combattere con i propri limiti per vincere nella massima serie, e vivere la propria vita al di fuori dell’acqua, del cloro, della calotta.

È tutto in fluire, in divenire, vivi tra concentrazione ed irrequietezza.

A guardare gli occhi di Marzia scorgi quella luce e quell’irrequietezza che solo i vent’anni possono avere. Quegli stessi occhi che poi si aprono in un sorriso spontaneo quando le chiedo “cos’è per te la squadra?” e lei, dopo aver lanciato un’occhiata di sfuggita a quel gruppo variopinto di ragazze, mi risponde senza tentennare “la famiglia”.
In effetti una famiglia allargata, protettiva, la squadra è figlia di una società disegnata per accogliere, guidare, consigliare e spronare. I dirigenti sono lì, per non fare mai sentire sole le atlete, spesso lontane da casa centinaia di kilometri, e le ragazze sono come tutte le altre, alla fine. Con le loro fragilità, preoccupazioni, ambizioni e necessità, tutti lavorano senza sosta per incanalare queste energie in un percorso preciso, positivo, di crescita personale e che permetta a ciascuna di loro di dare il meglio in un ambiente sereno. Quando,così giovane, sei catapultato nella Serie A, sai che questa famiglia allargata è il tuo valore aggiunto, sai quanto non ci sia più un confine manifesto tra te e le altre.

Tutte contaminano tutte, per andare a formare un organismo palpitante, fremente, teso alla ricerca di una vittoria, ma soprattutto di una crescita. Sono ragazze, sono giovani, vivono quello che tutte le ragazze vivono, ma in maniera accelerata, per un tempo dedicato e pianificato. Almeno, questo è quanto si vede dall’esterno. Dentro, sotto, ciascuna ha il suo mondo, le sue priorità, a volte da condividere.
Le ragazze vivono come in un campus, assieme, alle porte di Milano e vicine a piscina e palestra. Nell’idea della società questo è il modo migliore per creare un legame potente, oltre lo sport, più profondo, vincolante, quasi atomico. L’allenatore, un colosso di due metri, ex nazionale italiana e tre volte olimpionico, vive lì vicino. Nessuna volontà di controllo, solo supporto e iniezioni di coraggio e carattere. Si ha bisogno di un capo da seguire quando si apre la caccia, si vuole un esempio. Troppe le parole sui social network, che anche qui bippano incessanti; in acqua ed in palestra si comunica, certo, ma gli esempi determinano il tono di voce da usare.
Gaia, il capitano, e le altre, sono tutte libere di esprimersi singolarmente ma con la necessità di armonizzare tanti caratteri in un monoblocco solido; quanto più solido e inscalfibile dall’esterno, tanto meglio.
“È andare insieme controvento, perché sai che è così che si prende il volo”.

Gli appartamenti risuonano spesso di canti a squarciagola. Si cucina insieme, si mescolano ricette e tradizioni, modi di stare a cena; si butta sul tavolino quanto si porta dai non frequenti viaggi verso casa. Ovunque sia casa, qui alla fine c’è mezza Italia, un pezzo di Balcani e la Siberia. Tutto a disposizione di tutte, tutte che hanno lasciato un bel pezzo del tutto per esser qui.
Mentre sei ospite di quella famiglia allargata, senti parlare di idee e di futuro, di maglia della nazionale e di rivincita contro “quella che, vedrai, la prossima volta non passa..”. Ma anche di problemi quotidiani di lavoro – molte delle ragazze, oltre alla pallanuoto sei giorni a settimana, lavorano – e magari di sogni che sono “cose da donne! “
Gocce che diventano onde di colori ed emozioni. A volte ti ci riconosci, o ti piacerebbe riconoscertici.

“Squadra” è dedicare otto ore al giorno agli allenamenti, con un allenatore che spinge il limite del sopportabile oltre le attese e le abitudini. Mente e muscoli vengono fatti a pezzi e ricomposti in una combinazione sempre più efficace, come se fosse una matematica sempre più potente per risolvere l’irrisolto.
“Quando sono venuta qui dalla Serbia mi sono sentita improvvisamente sola, felice di essere stata scelta, ma lontana da tutto e tutti quelli che mi volevano bene, mi chiedevo se sarei stata accettata. Poi abbiamo nuotato tutte insieme, un giorno, come i delfini..” sussurra Jelena, non certo per timidezza, lei che è un vulcano, ma per rispetto, come se accarezzasse una ad una le compagne. E il senso di questo meccanismo sta proprio nel fatto che insieme lo compongono, forse neanche è un meccanismo, ma un organismo. Quello stesso organismo che non avrebbe senso se anche un singolo capello di qualcuna di loro mancasse. “A volte ti isoli, hai bisogno di cercare la tua forza, il tuo coraggio. Poi togli gli auricolari, e allora l’acqua diventa il tuo modo per trovare qualcosa da dare, qualcosa da buttare in vasca insieme a tutte le altre”.

“Squadra” è sacrificio, è abbandonare tutti i problemi negli spogliatoi. Ci penserai dopo. È proteggersi, sempre, quando l’emozione prende il sopravvento, quando la sconfitta brucia più del cloro negli occhi. È felicità condivisa quando vinci. La squadra è sfaccettata ma solida come un diamante: è l’animo guerriero di Gaia, l’ironia di Jelena, la dolcezza di Giulia e di Sara, l’eleganza di Ursula, l’energia di Arianna, l’entusiasmo di Svetlana e Marzia. Ma squadra è anche e soprattutto amore. Nina mi ha raccontato “ho scritto al suo ex”, indicando lo sguardo dolce al suo fianco, “per dirgli che è un gran coglione”.

Un meccanismo perfetto, auto-bilanciato, self-healing dicono altrove. Da lontano si vede solo armonia e coraggio.

Foto: Alessandro Lorenzelli
Testo: Alessandro Lorenzelli e Mara Folcio

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