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Sortilegio sui Campi Elisi

Parte da Bruxelles un Tour che, orfano di Chris Froome e Tom Dumoulin, appare più che mai aperto. I francesi sognano di spezzare l’incantesimo che dura dal 1985. Tra il dire e il fare, di mezzo c’è però un ragazzo colombiano

Il Tour numero 106 parte da Bruxelles, salotto di casa Merckx; arrivo come di consueto a Parigi dopo 3460 chilometri su ventun tappe. Il 19 luglio sono in programma i festeggiamenti per il 100° anniversario della maglia gialla (fu assegnata per prima volta nel 1919 e vestirla all’undicesima tappa fu proprio un francese, Eugene Christophe. Il Tour lo vinse però poi un belga, Firmin Lambot). Ai Campi Elisi la Marsigliese non la cantano dal 1985, quando Bernard Hinault pose il suo quinto sigillo. Altra grandeur, altro secolo.

Un digiuno che sa di maledizione. Con Dumoulin e Froome in infermeria, e una selva d’incognite sulla condizione di un Geraint Thomas a secco di successi quest’anno e reduce dalla caduta al Giro della Svizzera (niente fratture per fortuna per lui), i francesi si presentano più agguerriti che mai. Il trio Bardet, Barguil e Pinot promette scintille, ma al di là delle buone intenzioni, il verdetto lo emette solo la strada.  E da trentaquattro lunghissimi anni non dice bene. Cinque volte tra i dieci, due sul podio, secondo al mondiale di Innsbruck lo scorso anno, Romain Bardet punta dritto sulla Grande Boucle. A quasi 29 anni è ora di capire cosa voler fare da grandi. Quest’anno si è per lo più nascosto: il Tour è la sua ossessione, ma i 55 chilometri da correre a cronometro tra individuali e a squadre, rimangono per lui un bel problema. Warren Barguil dopo due anni da inferno in cui era persino arrivato a pensare di smettere, ha appena conquistato la maglia di campione transalpino: è uno scalatore puro anche lui allergico alle lancette. Coraggio ne ha da vendere, a volte anche oltre i criteri della logica. La maglia di campione di Francia lo ha rivitalizzato e gli dà gran carica e fiducia. Proverà ad andare oltre la maglia a pois conquistata due anni fa e fare una classifica. Difficile fare di più. Thibaud Pinot è uno che infiamma le corse: peccato che spesso le corse abbiano finito per imprigionare nelle fiamme lui. Talento in abbondanza, sulla sagacia tattica ci sarebbe un po’ da ridire. Un cavallo selvaggio, allergico agli ordini di scuderia e gli steccati; capace di alti e bassi forse come nessuno, è capace di tutto. Prendere o lasciare. Dei tre francesi alla partenza da Bruxelles è quello a presentarsi con il maggior credito. Il destino è nelle lune della sua testa. Per i successi di tappa, i cugini d’oltralpe possono poi contare su Julien Alaphilippe, ma quello è un premio di consolazione, perché l’obiettivo conclamato di quest’anno è spezzare l’incantesimo della maglia gialla. Purtroppo per loro, i conti si troveranno a farli con clienti per nulla accondiscendenti: dopo il trionfo alla Liegi Jakob Fuglsang al Delfinato ha dimostrato di essere un corridore buono non solo per le corse di un giorno; Valverde è alla soglia dei quarant’anni ma è sempre Valverde; Adam Yates scalpita per dimostrare di non essere inferiore al fratello Simon che un grande giro, la Vuelta dello scorso anno, l’ha vinto; Rigoberto Uran, secondo un paio di anni fa, è dato in forma come non mai e ha un squadra molto forte al suo servizio; vorremmo sbagliarci, ma su Nairo Quintana pare stia lentamente calando un inesorabile tramonto. Un colpetto di pedale potrebbe pur sempre darlo. Di Thomas abbiamo detto; e allora per i francesi può finalmente essere la volta buona? Difficile, perché ancora non abbiamo parlato di colui che al via si presenta come il più forte di tutti: costretto al forfeit al Giro in seguito alla frattura della clavicola per una caduta in allenamento a una sola settimana dal via da Bologna, Egan Bernal si è riaggiustato in fretta e sulle salite del Giro della Svizzera le ha suonate a tutti con tanto di acuto da applausi sul San Gottardo. Il favorito numero uno è per noi lui. Da vedere come il Team Ineos gestirà il rapporto al suo interno con Thomas.

Infine gli italiani: Vincenzo Nibali, che in Francia arriva con le fatiche del Giro nelle gambe, dice di non pensare alla classifica, ma un posto sul podio potrebbe guadagnarselo; Fabio Aru non doveva nemmeno esserci, ha sciolto ogni riserva solo qualche giorno fa. Al campionato italiano ha dato cenni di ripresa. Rivederlo in corsa è già una gran bella cosa: a differenza che in passato può correre con la testa libera da pressioni. Verrà quel che verrà.

Si prospetta un bel Tour con sette arrivi in salita tra Vosgi, Massiccio Centrale, Pirenei e Alpi; lungo il percorso non mancano i pellegrinaggi a santuari del pedale come Tourmalet, Izoard e Galibier. Sette i traguardi anche per i velocisti, a cominciare già dal primo giorno a Bruxelles, quando Elia Viviani proverà a realizzare il sogno d’indossare la maglia gialla, Sagan e compagnia bella permettendo. Dal 2012, solo Vincenzo Nibali è stato in grado di spezzare l’egemonia  britannica. Senza lo iellato Chris Froome l’occasione parrebbe ghiotta, e così sono ora i francesi a farci più che un pensierino. Attenti che non sia il solito giochetto della bolla di sapone. Le illusioni sono le più dolorose delle sconfitte. Succedeva anche ai tempi in cui a far saltare il banco e farli incazzare era Gino Bartali; tanto tempo fa, ma magari stavolta potrebbe toccare a un ragazzo colombiano con gli occhi buoni, capace però di morsi letali quando serve. E chissà che allora Paolo Conte non ci regali per lui un’altra perla. Non ci dispiacerebbe affatto.

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