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Sir Stirling Moss, il gentiluomo del volante

Il rispettoso saluto ad un maestro delle quattro ruote, ad un uomo capace di trascendere lo sport

157,650 km/h. Si può riassumere in questo dato la grandezza di Sir Stirling Moss. Mille Miglia del 1955, il ‘Re senza corona’ si conquista un meritato trono, lo fa affrontando la corsa più bella del mondo ad una velocità mai replicata.

Non ci sono Ferrari o Fangio che tengano. A bordo della sua Mercedes, accompagnato dal particolare giornalista e aiutante Denis Jenkinson, il principe dei volanti britannici percorre il tratto tra Brescia e Pescara volando a 190 km/h di media: una velocità irreale.

“Credo che non mi capiterà mai più di vincere in condizioni così ideali di strada, di pubblico, di bellezze naturali, di efficienza del mezzo meccanico”

Quell’anno, delle 534 vetture schierate ai nastri di partenza, solo 274 videro la bandiera a scacchi da vicino. Un calderone infernale, tra polverose e insidiose strade statali, ali di folla ammaliate da frecce metalliche e ore di estrema concentrazione.

Quello di Moss fu un capolavoro automobilistico: ancora oggi risulta essere uno dei gioielli più brillanti esposti nella bacheca dei motori.

Leggenda vuole che, ancora con il viso dipinto da sudore e strade non asfaltate, dopo 10 ore 7 minuti e 48 secondi di guida spericolata e meticolosa, Moss si mise nuovamente alla guida: qualcuno disse per raggiungere l’aeroporto più vicino, direzione Londra, qualcun altro per prendere l’autostrada verso Stoccarda.

Un aneddoto, una vittoria che racchiude una figura strabiliante del panorama automobilistico.

Sir Stirling Moss è deceduto ieri, giorno pasquale dal retrogusto amaro per svariati motivi. Ha chiuso gli occhi serenamente nella sua villa londinese di Mayfair, aveva 90 anni.

Non è casuale la reazione mondiale a questa scomparsa, un commosso commiato guidato in primis da Lewis Hamilton: “Oggi bisogna dire addio ad una leggenda delle corse. Mi mancheranno le nostre conversazioni. Sono estremamente grato di aver condiviso momenti speciali con lui: due persone di epoche differenti, con background differenti, eppure il nostro comune amore per le corse ci ha reso camerati”.

Significative anche le parole di Eddie Jordan, fondatore dell’omonima scuderia: “La sua figura trascendeva lo sport. Quando ero piccolo tre figure avevano un’aura unica: Pelé, Ali e Stirling Moss”.

Lo chiamarono ‘Eterno secondo’ e ‘Il più grande pilota a non aver mai vinto un Mondiale’. Esordì in Formula 1 nel 1951 al volante di una HWM-Alta, si ritirò appena undici anni dopo: un addio forzato, dovuto al gravissimo incidente di Goodwood. Schianto che lo vide fratturato in più punti, in coma per un mese e semiparalizzato per quasi un anno.

In quel periodo dorato arrivò 7 volte sul podio generale, con quattro secondi posti (1955, 1956, 1957, 1958) e tre terzi (1959, 1960, 1961).

Versatile e instancabile, amante dell’adrenalina e del rischio, lungo tutta la sua carriera vinse 212 gare su 529 disputate. “Moss era il migliore dei miei tempi” disse non a caso Juan Manuel Fangio, avvallato da Enzo Ferrari.

Popolare e gentile, garbato ed elegante. Confidò di ricevere oltre 10mila lettere all’anno da ammiratori e, ovviamente, ammiratrici. Rispose sempre a tutti e tutte di proprio pugno.

Uomo di grandi valori, entrato nella storia per i gesti di estrema sportività. Come quello del 1958, quando protestò per la squalifica di Mike Hawtorn nel GP di Portogallo: l’esito fu il Mondiale perso per un singolo punto, proprio alle spalle di Hawtorn.

Il suo fascino, amplificato dall’abbigliamento e dall’atteggiamento sempre impeccabili, lo rese eroe e figura esemplare in tutta la Gran Bretagna.

Anche per questo preferì gareggiare quasi sempre con vetture inglesi, legato visceralmente alla propria terra e alla propria cultura: “È meglio perdere con onore in una vettura inglese che vincere con una vettura straniera”. Una volta, addirittura, si rifiutò di guidare una Maserati, obbligando il team ad apporre degli adesivi con la Union Jack ai lati della vettura.

Regalò saggezza con le proprie frasi misurate e incisive: “I rettilinei sono quei tratti noiosi che uniscono due curve”. E ancora: “ Credo che se un uomo volesse camminare sull’acqua, e fosse disposto a rinunciare a tutto il resto della vita per riuscirci, lo farebbe. Sono serio. Lo credo davvero”.

Non annunciò mai il suo ritiro ufficiale fino al 2011, trovando spazio di tanto in tanto in qualche gara o circuito: eventi legati soprattutto ad auto d’epoca. Fu commentatore televisivo, mentore per tanti piloti e anche attore in un capitolo di James Bond: difficile trovare un contesto più adatto al gentiluomo del volante.

L’Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico e Cavaliere è stato sconfitto solo da una lunga malattia. L’epica attorno alla sua figura resterà per sempre.

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