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Shigeki Tanaka, il maratoneta radioattivo

Scampato alla strage di Hiroshima, medaglia d’oro a Boston: la storia del giapponese più veloce della bomba nucleare

Gianmarco Pacione

24 settembre 2019

“Tutto era piatto. L’acqua sgorgava ovunque da tubi rotti, abbiamo visto corpi galleggiare sulle macerie. Alcune parti della città erano state delimitate dalla polizia, nei grandi edifici erano spariti tutti; alcuni muri erano ancora in piedi ma erano incrinati e inutili. Tutto doveva essere abbattuto”

Ha ancora le braccia tese verso il cielo Shigeki Tanaka quando riferisce queste parole all’inviato del Boston Globe. Il pubblico americano, stretto attorno a lui, osserva nevrotico quel corridore dagli occhi a mandorla: gioire per un “Giap” è strano, stranissimo, qualcuno si allontana in preda a dubbi esistenziali, altri alzano i cappelli e si abbandonano ad urla di gioia liberatorie. Siamo nel 1951 e il bagliore di Hiroshima e Nagasaki non ha ancora smesso di acciecare le menti di mezzo mondo: solo 6 anni prima si sparava a chi avesse quei lineamenti, solo 6 anni prima era improponibile la presenza di un nipponico alla Maratona di Boston. Ora un ossuto figlio del Sol Levante sta sorridendo a macchine fotografiche e giornalisti, ha appena chiuso il percorso con un tempo di 2:27:45.

“Atomic Boy”, “Questo atleta è radioattivo”, “Un tempo di corsa nucleare per la bomba di Hiroshima”, “Impossibile affrontarlo senza un contatore Geiger” …

Strilla così la stampa a stelle e strisce il mattino seguente. Un’ironia cupa, postbellica, irrispettosa. Shigeki Tanaka il 6 agosto 1945 ha 14 anni e abita a una trentina di chilometri da Hiroshima, disperso nella profumata periferia rurale. Quel giorno a colpire la sua attenzione sono una luce brillante e un rumore flebile: pochi istanti di preoccupazione, poi il ritorno all’attività di sempre, alla metodica corsa su distanze lunghe, lunghissime, infinite. Passo dopo passo, respiro dopo respiro. Il suo popolo è in guerra e quel rumore ovattato svanisce in breve tempo dalla sua mente, viene rimpiazzato dal calpestio delle foglie, dal fruscio degli steli colpiti dal suo corpo in movimento.

A Shigeki piace solamente correre, non l’ha mai nascosto. Fin da piccolo segue senza meta i rivoli d’acqua della valle Taishaku, macina strade sterrate per arrivare a scuola, raggiunge lo stadio di Saijo da Shōbara, la sua piccola cittadina: 20 chilometri per arrivare, qualche ora di allenamento, altri 20 chilometri per tornare a casa.

Il Tanaka adolescente ha già le gambe curve e la mente di ferro, sente la dolce brezza sul volto ogni giorno e sogna l’esordio in competizioni internazionali. Il sogno resta tale fino al 1951, cristallizzato dal divieto imposto a tutti gli atleti giapponesi di gareggiare all’estero: un confino triste, invalicabile e frustrante. La convocazione alla Maratona di Boston arriva inaspettata dopo anni di corse a vuoto e sacrifici apparentemente inutili.

“Mentre i soldati americani stanno combattendo e morendo in Corea, anche i ragazzi coreani dovrebbero combattere per proteggere il proprio Paese invece di correre maratone”

Mors tua vita mea. Walter Brown, presidente della Boston Athletic Association, decide di convocare 4 nipponici per rimpiazzare i coreani presenti nelle edizioni precedenti: una mossa politica, figlia della contemporanea Guerra di Corea. Shunji Koyunagi, Hiromi Haigo, Yoshitaka Uchikawa e Shigeki Tanaka si trovano così catapultati nella maratona internazionale più antica del mondo. La pressione è immensa, un intero Paese attende il risultato dei quattro ragazzi volati attraverso il Pacifico. I soldi per la spedizione vengono donati da persone comuni, compaesani, appassionati d’atletica, ex combattenti: tutti desiderosi di veder trionfare un giapponese in terra americana. Prima di partire viene insegnato agli atleti a mangiare con forchetta e coltello, i corridori vengono addirittura obbligati a frequentare un corso intensivo di buone maniere.

“Se è riuscito a sopravvivere alla bomba atomica potrà anche sopravvivere alle nostre strade e colline”

Tom Kanaly è solo uno dei tanti reporter che, scherzando lugubremente sul recente passato storico, presenta Tanaka come uno dei favoriti in vista della corsa. Il nipponico non si scompone, non si lascia condizionare e si presenta allo sparo d’inizio indossando delle calzature particolari, uniche. Sono scarpe piatte, leggere, con l’alluce separato dalle altre dita: una forma strettamente legata ai Tabi, calzini tradizionali risalenti al XVI secolo. Passeranno alla storia come “split-toe”. A produrle è la Onituska Tiger, un’azienda nata a Kōbe da appena due anni, oggi chiamata comunemente Asics.

La gara di Tanaka è una melodia serrata e modulare, un conciso haiku di 42,195 km. In molti dicono di non avere visto in tutta la storia un corridore affrontare con la sua tenacia le colline bostoniane; tanti si meravigliano vedendo sbucare dall’ultima curva, a poche gittate d’asfalto dal traguardo, un “Giap” con scarpe bizzarre.

Secondo alcuni resoconti storici il popolo di Boston inizia istantaneamente a rumoreggiare, esplodendo in deplorevoli fischi per condannare quel muso giallo di 53 chili. Troppi figli d’America erano stati uccisi, troppe giovani vite erano state falcidiate dall’esercito di Hirohito. È lo stesso Tanaka, però, a smentire quanto riportato da giornali ingannevoli: “Sono stato entusiasta della reazione che ho ricevuto da parte del pubblico vicino al traguardo. Questo mi ha reso più felice di qualsiasi altra cosa perché, in fin dei conti, ero un giapponese negli Stati Uniti”.

Tanaka chiude la maratona mancando di appena due minuti il record. Dirà sempre di aver rallentato per non farsi male, preservandosi per la ricerca dell’oro nelle Olimpiadi di Helsinki dell’anno seguente. Tanaka però non correrà in Finlandia e non vincerà altre gare internazionali: verrà frenato bruscamente da problemi fisici e troverà lavoro all’interno di un grande magazzino di Tokyo.

In Giappone la sua figura viene istantaneamente mitizzata e diventa un punto di riferimento per l’ondata successiva di maratoneti del Sol Levante. Oggi vive ancora nella sua terra e di tanto in tanto fa ritorno in quella Boston che l’ha visto sorridere e trionfare. Dice di non aver ancora digerito quel nomignolo, “Atomic Boy”: sostiene sia veramente di cattivo gusto. Lo fa presente con pacatezza, stando ancora ritto su quelle gambe curve e forti.

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