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Secretariat, l’irraggiungibile

Rose Namajunas ha sempre trovato il suo habitat naturale dietro le linee nemiche. In terra ostile. Ancor di più lo sarà stavolta, alla Jeunesse Arena di Rio de Janeiro. Domani sfiderà Jessica Andrade per il titolo UFC dei pesi paglia. Nell’anello di fuoco c’è entrata spesso, Rose. Può essersi scottata, a volte, ma la paura non le ha mai fatto male. Sarà così di nuovo, nella notte carioca.

Aveva quel nome che somigliava a un dispaccio da servizi di spionaggio: Secretariat.
Gliel’avevano dato su suggerimento di Elizabeth Ham, un’impiegata di Meadow Stables, la fattoria in cui era nato, a Caroline County, in Virginia. Miss Ham aveva in precedenza lavorato per Norman H. Davis, delegato, nel 1932, alla Conferenza sul Disarmo di Ginevra: la sede della segreteria della Società delle Nazioni. Secretariat, dunque.
Era il 30 marzo 1970 quando nacque, frutto dei lombi di Bold Ruler e del grembo di Somethingroyal, di cui era il quattordicesimo puledro. Quello che avrebbe sconvolto gli Stati Uniti riuscendo in un’impresa che tenne con il fiato sospeso l’intera nazione, nel pieno degli anni della presidenza Nixon e del tragico fallimento della guerra del Vietnam: la vittoria della Triple Crown.

Era di una bellezza vitruviana: un sauro con il manto splendente e, scrive John Jeremiah Sullivan nel suo capolavoro “Cavalli di razza”, “con balzane bianche su tre delle quattro zampe e una stella bianca tra gli occhi”.
Il fantino con cui galoppò verso la gloria, Ronnie Turcotte, era un canadese che, nel 1972, aveva conquistato il Kentucky Derby e Belmont Stakes: due delle tre corse che compongono la Triple Crown. Turcotte aveva condotto un cavallo chiamato Riva Ridge. Dal 1948 nessuno era riuscito a completare quella straordinaria serie di successi che non aveva più trovato un padrone da quando il purosangue inglese Citation aveva trionfato. Poi vennero quei giorni di maggio in cui tutto iniziò. La tradizione vuole che il Kentucky Derby si svolga il primo sabato del mese. Nel 1973, era il 5, e all’ippodromo di Churchill Downs, a Louisville, oltre 100mila persone si assieparono per seguire la corsa. Il clima dell’avvenimento è popolare, con gli spettatori che cantano e si commuovono quando parte la canzone “My old Kentucky home”. Un evento che fa parte del calendario sacro dello sport, negli Stati Uniti. Secretariat era favorito, ma i cavalli hanno un’anima e per questo, anche dei demoni. Iniziò staccato e lontano dai primi posti. Era decimo, e pareva che le ambizioni che lo circondavano dovessero finire subito in frantumi. Turcotte, con una magistrale rimonta, lo spinse a sorpassare, uno via l’altro, tutti i purosangue che gli stavano davanti e sul traguardo chiuse con un tempo da record, scendendo sotto i due minuti.
Nessuno c’era mai riuscito.
Quello, però, era solamente il sontuoso antipasto di quanto sarebbe accaduto.

Due settimane dopo, il 19 maggio, si correva la Preakness Stakes, a Baltimora.
Secretariat dominò con un’espressione di enorme potenza. Completò il circuito in poco più di 1’53’’, secondo le rilevazioni del cronometristi del “Daily Racing Form”. Per quelli dell’ippodromo di Pimlico Race Course, invece, si attestò leggermente al di sopra dell’ 1’54’’, cosa che non gli avrebbe consentito di migliorare il primato di Cañonero II, il vincitore dell’edizione di Preakness Stakes del 1972. Soltanto molti anni dopo, nel 2012, la commissione corse del Maryland rivide la decisione e riconobbe il tempo fissato per Secretariat a 1’53’’ e 20 centesimi: più veloce di Cañonero II, quindi. La questione, tuttavia, nel 1973 era di lana caprina, a fronte di quel che sarebbe successo se Secretariat avesse vinto anche nell’ultima delle competizioni che valgono la Triple Crown: Belmont Stakes, il grande appuntamento che si svolge a Elmont, nello stato di New York, a giugno. Tutta l’America parlava del purosangue arrivato dagli allevamenti della Virginia, a poche miglia da Richmond, e del suo fantino, Ronnie Turcotte. Nelle tre settimane che anticiparono la gara, Secretariat fu ritratto sulle copertine delle principali riviste degli USA, dal “Time” a “Newsweek” e “Sports Illustrated”. Era un fenomeno culturale, mentre il Paese era travolto dalle tensioni del Watergate, con gli scandali commessi da tutti gli uomini del presidente. Il 9 giugno 1973 gli Stati Uniti si sarebbero fermati per assistere al compimento della Storia.

Pareva impossibile riuscire a resistere al ritmo che stava tenendo Sham.
Era l’avversario più fiero di Secretariat: secondo sia al Kentucky Derby che alle Preekness Stakes, condotto dal fantino panamense Laffitt Pincay Jr., il suo passaggio alla fama era per intero legato a quanto sarebbe accaduto a Elmont. Non si trattava solamente di vincere, ma anche di spezzare la divina grandezza del suo rivale. In quindici milioni erano di fronte alla tv, a seguire Belmont Stakes sulla CBS. In poco meno di 70mila, invece, avevano preso posto a Belmont Park, sugli spalti che contornavano il circuito. Sullivan racconta così lo spartiacque della leggenda: “Sham era in testa all’ingresso della prima curva. Volava – chi stava guardando la corsa sapeva che stava andando troppo veloce. La strategia di Secretariat, di qualsiasi cavallo, sarebbe stata rimanere indietro e lasciare che Sham si sfiancasse, ma Ronnie Turcotte decise di battersi. All’apparenza, una strategia folle. Tra la folla c’era chi strillava “È un suicidio!”. Non fu così: “Secretariat – continua Sullivan – lo raggiunse subito dopo la prima curva, e per la prima metà della corsa fu un duello tra due rivali. Poi, a un certo punto, Sham cominciò a crollare. Aveva spinto troppo, e Laffitt Pincay lo fece rinunciare in sofferenza. Secretariat era da solo, e Turcotte non aveva fatto altro che schioccare la lingua del cavallo”.

Non l’Apocalisse. L’Apoteosi, ora: “Fu allora che accadde, quella cosa incredibile – ancora Sullivan – Secretariat cominciò ad accelerare ancora. Al primo miglio aveva stracciato il record del Belmont Stakes, e a un miglio e un ottavo si era andato a prendere il record mondiale. Tutti – tra il pubblico, nella sala stampa, nel palco dove sedevano i proprietari e l’allenatore del puledro – si aspettavano che qualcosa andasse storto, perché era follia. Invece lui continuava a guadagnare sui cavalli più vicini”. William Nack, uno dei guru del giornalismo sportivo USA, scriverà, raccontandone l’incedere a Elmont: “Dà un senso a tutti gli sforzi dei riti mistici di sangue attraversato i quali è evoluto come un distillato, un atto climatico…”.

Il secondo arrivato, Twice a Prince, finì a trentuno lunghezze di distanza. La Triple Crown aveva un sovrano: Secretariat. Quattro anni dopo lo imiterà Seattle Sew. Nel 1978, Affirmed. Ne trascorreranno trentasette prima che il American Pharoah riesca a fare lo stesso: era il 2015. E nel 2018 sarà il turno di Justify.
Secretariat, però, resterà irraggiungibile.
Per sempre.

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