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Salutate la libertà

L’unica vera colpa dei calciatori turchi è forse la codardia?

Gianmarco Pacione

16 ottobre 2019

Gli occhi sanguigni di Demiral, la robotica posizione della mano di Tosun, lo Stade de France colpito da un rito atteso eppure scioccante. I turchi l’hanno rifatto, un saluto al proprio esercito, alla patria, un saluto al capo supremo Erdogan, un saluto alla libertà d’espressione.

Non affrontiamo con leggerezza un tema complesso, però. Lo stanno già facendo in tanti, forse troppi. Commettere l’errore di sparare a zero sugli atleti legati ad Ankara sarebbe un ingiustificabile delitto intellettuale. Dietro a quelle mani tese, a quelle pose statuarie, si nascondono inevitabilmente fattori celati, mascherati abilmente da frasi nazionaliste e bandiere pubblicate sui social network. Una situazione politica e culturale difficile, difficilissima da maneggiare per giovani calciatori catapultati in un macrocosmo inquinato, uomini sovraesposti quotidianamente, bombardati da media internazionali e attenzioni che vanno ben oltre il campo.

Alcuni degli attori protagonisti crederanno fermamente a quel gesto, ne percepiranno il valore patriottico, riterranno di essere dalla parte della ragione. Saranno acciecati realmente dal valore intrinseco di quel modus operandi. Proveranno piacere sentendosi divinizzati nei dintorni del Bosforo: martiri dai piedi privilegiati, in guerra con lo straniero per volere della propria gente. Peccato per loro. Peccato per la loro traviata concezione del mondo.

Altri avranno semplicemente paura: una paura reale, tangibile, viscida e onnipresente. Esporsi dall’altro lato della barricata, negando il supporto a governo ed esercito, equivarrebbe a firmare una simbolica condanna a morte sociale. Chiedete ad Hakan Sukur, prima emarginato, poi esiliato nel suo bar in California. Chiedete a Deniz Naki, che quotidianamente sente pendere sulla sua testa una pericolosa spada di Damocle. Chiedete a chi, negli ultimi anni, è stato vessato in patria, incarcerato, annichilito solo per aver maturato idee divergenti dalla classe dominante filo-Erdoganiana.

Il mondo non è fatto di eroi, quelle sono storie per bambini, le trovate nei canali Disney. Il mondo è fatto di equilibri, di scelte ponderate, di valutazioni. Chi accusa i calciatori turchi di superficialità forse non capisce di sbagliare il focus della polemica: solo un ingenuo può pensare che quella gestualità sia figlia di un incosciente, poco ragionato, flusso emotivo, che sia un connubio d’ignoranza e strafottenza. Superficiale è piuttosto chi si limita ad aggredire verbalmente, a spargere odio su odio.

Sulla debolezza umana, sì, si può ragionare. Si può ragionare sulla codardia di giovani prediletti dal calcio, sulla fobia d’esporsi andando controcorrente, di mettere in pericolo anche i propri cari pur di salvaguardare la giustizia, la libertà d’espressione, il concetto di umanità. Atleti, uomini che potrebbero cambiare il corso delle cose, che potrebbero segnare enormi solchi nel pensiero di compatrioti lobotomizzati e bombardati da una propaganda incessante.

Viltà. Questa forse è l’unica vera colpa di alcuni calciatori turchi. Ragazzi che, in fondo, a quel gesto forse proprio non credono.

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