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Rupeni Caucaunibuca, la stella cadente

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Tempo di lettura 7 minuti

Voli persi, soldi buttati e sparizioni inaspettate. Storia del rugbista senza regole

Matteo Floccari

29 novembre 2019

Il mondo dello sport è pieno di “what if”, “cosa sarebbe successo se”. Storie di incredibili vicende e potenziali fenomeni che si sono persi, magari brillando una sola notte o poco più. Il mondo del rugby, tramandatore di codici di rispetto di comportamento da secoli, ne offre una assolutamente imperdibile, ed è la storia di Rupeni Caucaunibuca, pazzesco atleta, fijano di nascita e apolide per spirito, letteralmente indomabile sul campo e nella vita.

Tra le varie stazioni del viaggio all’interno della sua funambolica vita, partiamo da quella che forse è la più importante: la Coppa del Mondo del 2003, disputata in Australia. La nazionale fijana nella fase a gironi era inserita nel Gruppo B, assieme a Francia, Scozia, Stati Uniti e Giappone. Match d’esordio proprio coi galletti francesi, l’11 ottobre 2003. Come spesso capita in questo genere di tornei, le nazionali del Pacifico riescono a compattarsi e rendere la vita difficile a chiunque. Così va anche quella partita, almeno fino all’inizio del secondo tempo. Fiji sotto per 24 a 11 ma pienamente in partita. L’estremo Ligairi apre sulla sinistra un pallone che arriva nelle mani di Caucaunibuca. L’allora 23enne ala fijana piazza un’accelerazione di una ferocia quasi mai vista prima, seminando sulla sua strada tre francesi che possono solamente pensare ad un placcaggio che non arriverà mai. Meta trasformata e 24 a 18 sul tabellone, ma, come a volte capita coi fijani, è la follia a prendere il controllo della mente di Rupeni, che qualche istante dopo la sua incredibile marcatura decide di intervenire in una rissa, correndo verso il flanker Olivier Magne e colpendolo con un pugno prima che il francese risponda con la stessa moneta. Per l’arbitro, l’irlandese Rolland, gesto assolutamente da punire e doppio cartellino giallo, coi nervi che saltano totalmente e il match che si chiude sotto un diluvio di mete francesi fino al 61 a 18 finale.

Come conseguenza di quel gesto, Caucaunibuca viene squalificato per due partite, dovendo così saltare le sfide contro Stati Uniti (vinta 19 a 18) e Giappone (altro successo per 41 a 13). La data del ritorno, segnata in rosso sul calendario, era il 1 novembre, quando la sfida alla Scozia sarebbe valsa come uno spareggio per accedere ai quarti di finale, enorme premio per la vincitrice di quel match. Schierato titolare all’ala sinistra, Rupeni decide di far subito diluviare sugli scozzesi, piazzando dopo 12 minuti la prima fiammata: accelerazione e tre avversari fulminati per inchiodare in meta alla bandierina. Al 35esimo minuto un altro tuono, seguito da un lampo vestito di bianco: partendo dalla sua metà campo, Caucaunibuca si divora i 55 metri che lo separano dall’area di meta schiacciando i punti del 14 a 6. Ancora una volta però la disciplina si rivela il punto debole dei pacifici, puniti nel secondo tempo dal piede dell’ineffabile Chris Paterson, uno dei cecchini più letali della storia di ovalia. 22 a 20 il punteggio finale, Scozia ai quarti di finale e Fiji costrette ad un breve viaggio per tornare a casa, avendo però lasciato la sensazione di avere con sé il nuovo crack del rugby mondiale. Il ragazzo non lasciò certo impassibili gli scout presenti al Mondiale, e dalla ricca Europa parecchie teste iniziarono a girarsi verso di lui. Ai tempi il fijiano giocava in Nuova Zelanda con la selezione provinciale di Nothland e la franchigia dei Blues, tra Whangarei ed Auckland.

Chi non conoscesse già la fine della storia o decida di fermarsi qui, potrebbe anche pensare ad un happy ending, ma andando poche righe più sopra, e continuando a leggere, si parla di “what if”, e per comprendere meglio la vita di Caucaunibuca serve fare un salto indietro nel tempo. Nato il 5 giugno 1980, Rupeni è cresciuto a Nasau, villaggio del distretto di Bua nell’isola Vanua Levu. Lì ha vissuto tutta la sua infanzia, assieme ai genitori e ai suoi cinque fratelli, ma la cosa più interessante è capire come funzioni la vita in questo remoto angolo del Pacifico. Come da lui stesso raccontato, la giornata passa in maniera clamorosamente semplice: ognuno fa quello che vuole. Chi ha voglia di coltivare la terra lo fa, chi vuole pescare si arma di canna e ci prova, chi preferisce non fare niente si rilassa fin o sera. Ogni giorno così, per tanti lunghi anni, senza pensare alla scuola, abbandonata anche troppo presto. E’ la volontà di dare una casa più grande ai suoi genitori la molla che poco prima dei 20 anni gli fa lasciare Nasau, provando a mettersi in luce giocando a rugby, senza dubbio lo sport nazionale alle Fiji. Inserito in squadre dilettantistiche, Caucaunibuca riesce a farsi notare sin da subito, tant’è che già nel 2001-2002 viene convocato con la Nazionale di Rugby a 7 fijana, brillando e attirando l’attenzione di molti. Arriva così l’ingaggio con la provincia neozelandese di Northland, la cui squadra gioca a Whangarei, nell’Isola Nord, dove Rupeni inizia a scoprire quanto il mondo sia diverso dalla sua vita a Nasau. Senza saper parlare inglese, ma con un preciso obiettivo in testa, apprende che non esistono solo banconote da 2 o da 5 dollari, le uniche in circolazione a casa sua, ma anche tagli più grandi, molto più grandi: quasi ci rimane secco scoprendo l’esistenza dei 100 dollari neozelandesi, ma soprattutto realizzando la possibilità di guadagnarne migliaia giocando con l’ovale. Nel 2002 la firma con la franchigia degli Auckland Blues gli permette finalmente di costruire la tanto agognata casa, che verrà simbolicamente ribattezzata “Auckland” dalla sua anziana zia.

Complice il predetto Mondiale del 2003, e le grandi prestazioni con i Blues, ecco planare su di lui le squadre del ricchissimo campionato francese, con l’Agen che la spunta e lo porta in Europa per schierarlo nel campionato probabilmente più competitivo al mondo, il Top 14. I primi due anni, almeno per quanto riguarda il rugby, mantengono fede alle promesse e confermano Caucaunibuca come arma non convenzionale: in entrambe le stagioni vince la classifica marcatori del torneo, con 16 e 17 mete segnate in 25 e 23 partite giocate, permettendo al suo Agen due buoni piazzamenti, al settimo e quinto posto. Nel contempo però iniziano ad avanzare una serie di problemi, che influiranno pesantemente sulla carriera di questo splendido tronco d’ebano volante. Sempre più spesso infatti Rupeni arrivava (quando arrivava) agli allenamenti in ritardo, in certe occasioni spariva completamente senza dare alcuna notizia di sé. La data del suo ritorno dalle vacanze estive era praticamente un mistero, con ritardi di settimane e in un’occasione anche di un mese. A domanda posta su queste situazioni, lui stesso replicava dicendo di essere fatto così: la sua crescita in un sistema privo di dettami come quello del villaggio, gli impediva di darsi delle regole, ben conscio di quanto questa vita fosse logica per lui ma tossica per un’atleta professionista.

Le radici sono una componente fondamentale nella storia di Rupeni. Nel giro di un anno passò da una vita rurale ai ritmi occidentali, non riuscendo però ad abituarsi alle logiche di un mondo che non gli apparteneva. Questo per sottolineare la complessità del personaggio, che dopo lo sfavillante inizio di carriera non riuscì a trovare il bandolo della matassa della sua vita, e contemporaneamente della sua carriera. Di recente ha ammesso di aver fatto tanti errori, comprese le misteriose sparizioni che gli costarono tutto. Com’è possibile che un talento come lui abbia chiuso la carriera con sole 7 presenze in Nazionale? Dall’estate 2005 la sua presenza diventò sempre più ingestibile, con aerei persi, allenamenti saltati, convocazioni mancate. Un anno dopo, a causa di un non precisato virus tropicale, si presentò ad Agen due mesi dopo l’inizio della stagione, conclusa poi con una meta in 11 presenze. Inutile soffermarsi sui pazzeschi andirivieni delle stagioni seguenti, ancora ad Agen e poi Tolosa dove, chiamato come rimpiazzo dell’infortunato Yann David, disputò 12 match in due anni. Nel 2013 tornò a Northland, prima di chiudere nell’improbabile campionato dello Sri Lanka, paese dove se il cricket è religione il rugby è quanto mai un’entità misteriosa.

Il termine misterioso ritorna sovente nella storia di Caucaunibuca, anche parlando di soldi. Dei migliaia di dollari incassati nella sua carriera non rimase nulla. Alcol e, sue testuali parole, “aiutare le altre persone”, furono la sua rovina nel periodo transalpino, dal quale tornò a casa senza un centesimo. Oggi vive nel suo villaggio di Nasau, dove il figlio di 11 anni già gioca contro ragazzi di tre più grandi. Daniel Leo, ex-giocatore da 29 caps con Samoa, ha lanciato una campagna di crowdfunding tramite l’associazione no-profit Pacific Rugby Players Welfare, per permettere a Rupeni di avviare un’attività nel suo villaggio.

Forse un giorno si rivedrà un Caucaunibuca calcare i grandi palcoscenici del rugby mondiale, e allora per Rupeni sarà come ricevere il dono di una seconda opportunità, ancora una volta nelle gambe di un ragazzo di Nasau. La vita toglie, la vita dà.

Il link per aiutare la campagna a sostegno di Rupeni Caucaunibuca è il seguente: bit.ly/2ZVK5WY

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