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Rui Hachimura, il nuovo Sol Levante

Gianmarco Pacione

5 settembre 2019

Un’incredibile storia d’integrazione e riscatto sociale che, attraverso il basket, sta cambiando la cultura d’un popolo intero

ハーフ. Hāfu. Nel gergo popolare nipponico ci si riferisce così ai figli di unioni miste tra giapponesi “puri” e stranieri. Hāfu e hāfu, metà e metà: una definizione verbale apparentemente innocente, che nasconde sottopelle un drammatico disagio sociale.

“Mi guardavano come un fottuto animale o qualcosa di simile. Ecco perché ho deciso di venire negli Stati Uniti. Qui sono tutti diversi tra loro”. Parole e mestizia di Rui Hachimura, ragazzone ventunenne con la pelle d’ebano e il Sol Levante impresso, indelebilmente, sul cuore.

Nato nella Prefettura di Toyama dalla raffinata Makiko, madre giapponese, e Zakari Jabil, padre beninese, Hachimura rientra pienamente nel novero di quei giovani scherniti durante infanzia e adolescenza per le origini impure. Un prodotto della multietnicità inghiottito, come tanti altri all’interno dei geometrici e asettici sobborghi giapponesi, da un vortice di finta, violenta, indifferenza: un problema razziale silenzioso, fatto di gesti nascosti, parole sottovoce, sguardi irritati. Marciapiede dopo marciapiede, lezione dopo lezione, il giovane dalle gambe lunghe viene snobbato, a volte deriso per il colore della sua pelle; eppure in lui non diminuisce l’amore per la terra che gli ha dato i natali: ricambia diffidenza e cattiveria con sorrisi timidi e sinceri. Rui fin da piccolo è orgoglioso di essere giapponese e inizia a cercare una piena affermazione sociale attraverso lo sport. La prima scelta non può che cadere sullo sport nazionale, il baseball, dove le braccia affusolate non sono un ostacolo, anzi. Il figlio di Makiko gira la mazza con precisione e potenza, iniziando a crearsi una modesta fama. Poi, come un boato nel composto silenzio giapponese, arriva l’epifania a stelle e strisce: il dodicenne Hachimura s’imbarca e vola verso la Grande Mela, arrivando negli States per la prima volta nella sua breve vita. 

“Le persone a New York erano molto diverse tra loro. In Giappone sembrano tutte uguali. Era bello essere un ragazzo qualsiasi che camminava per la città. Era un’esperienza nuova per me. Ero anonimo”. Il diverso che si fonde con la normalità, accorgendosi per la prima volta di farne parte. Rui si rende conto di aver sempre ricercato disperatamente, durante tutta la sua infanzia, una sola cosa: l’anonimato. Viene folgorato in un istante dalla cultura americana e, al ritorno in patria, inizia a coltivare un mix di stereotipate passioni da americano medio: Fast and Furious, pizza, hamburger e, fortunatamente, pallacanestro. Già, perché in America, oltre alle persone, qualcos’altro aveva rapito gli occhi del piccolo Rui: la presenza costante, ad ogni isolato, di un playground.

La transizione dalla casa base al parquet avviene quasi naturalmente, il corpo sembra affrescato da Madre Natura per risaltare sotto i ferri. Dai 13 anni in poi il climax cestistico del nippo-beninese è più che ascendente: acquista esplosività da un mese all’altro, si costruisce una dimensione semi perimetrale prima, completamente perimetrale poi. Un diamante che fa brillare gli occhi ai pochi esperti locali. Un diamante grezzo, però, che presto viene catapultato dalle psichedeliche luci di Toyama ai centri di sviluppo delle nazionali giovanili. L’incantesimo cestistico fa effetto molto, troppo rapidamente, e i mondiali FIBA Under 17 lo espongono ad un potentissimo impatto mediatico, aumentato esponenzialmente dalla decisione di cominciare una carriera collegiale negli USA, a Gonzaga, in maglia Bulldogs. Chi prima distoglieva lo sguardo ora chiede un selfie, chi lo snobbava altezzosamente ora lo abbraccia augurandogli buona fortuna.

Nel campus di Spokane, Washington, Hachimura ritrova la tanto agognata America e, superati gli enormi problemi linguistici iniziali, arriva ad essere un intoccabile di coach Few. Nella stagione da junior, prima di dichiararsi eleggibile per il piano superiore, produce quasi 20 punti e 7 rimbalzi di media, passando dal 19 al 41% da oltre l’arco. La Rui-mania esplode definitivamente nel paese dell’imperatore Naruito: un’ondata di passione cestistica che sta culminando in questi giorni con la partecipazione della Nazionale ai Mondiali in Cina e che, probabilmente, raggiungerà un apice superiore e inimmaginabile durante Tokyo 2020.

20 giugno scorso. Il Barclays Centre, scintillante sede del draft NBA, è in fibrillazione. Un ragazzo di colore di quasi 2 metri e 10 si alza dalla sedia. È stato appena chiamato dall’impettito Commissioner Adam Silver alla numero 9: giocherà con i Washington Wizards. Il ventunenne abbraccia la madre bianca, imperlata e asiatica. Un abbraccio composto, dal vago sentore di ciliegio. Sul colorato completo indossato dal neo-giocatore NBA, all’altezza del cuore, capeggia una spilla: il disco rosso sullo sfondo bianco. Nello stesso istante, ad un oceano di distanza, un popolo orgoglioso si sta innamorando e aprendo ad un Giappone nuovo.

Un hāfu con il Sol Levante sul petto. Il figlio di Makiko e Zakari si eleva ufficialmente a volto dello sport giapponese insieme, ironicamente, alla tennista nippo-haitiana Naomi Ōsaka, anch’essa hāfu. Due giapponesi a tutti gli effetti che, tartassati costantemente dai media, non dimenticano mai di sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo le condizioni dei connazionali di origine mista. Due giapponesi che stanno facendo urlare a gran voce una minoranza capace, solo ora, di poter affermare orgogliosamente la propria appartenenza nazionale.

ハーフ, hāfu. 日本の, giapponese.

Gianmarco Pacione

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