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Rocky Graziano, la roccia italoamericana

Lottò per sopravvivere nelle strade e nei riformatori, poi trovò la gloria per sé stesso e per la comunità tricolore

“La lotta per la sopravvivenza è la vera lotta”

Diceva così Rocky Graziano, nato Thomas Rocco Barbella. Era cresciuto nell’East Side newyorchese, crogiuolo di culture e delinquenza. In quel pozzo oscuro di vite e morti rapide erano irlandesi e italiani a vedersi riservato un primato poco nobile, quello di comunità più avvezze alla criminalità.

Thomas Rocco Barbella era figlio di un discreto pugile di quartiere, in zona suo padre era conosciuto come ‘Fighting’ Nick Barella. Nick amava i guantoni e amava la birra. Compiuti i 3 anni, il piccolo Thomas si vide obbligato a scontrarsi con il fratello più grande, davanti agli attenti occhi paterni.

Incontri che andavano in scena ogni sera, ospitati dalla casa popolare in cui viveva la famiglia di origini abruzzesi e siciliane. Incontri tra inconsapevoli infanti, che finivano solo in caso di pianto di uno dei due fratelli.

Bisognava arrangiarsi nell’East Side degli anni ’30, Thomas imparò subito a fare propria l’arte dei furti e dei piccoli lavoretti illegali. “I never stole nuttin’ unless it began with an ‘A’: a truck, a car, a wallet…”, “Non ho rubato nulla che non iniziasse con ‘UN’: un camion, una macchina, un portafoglio…”.

Nella New York selvaggia, il giovane Barbella si fece un nome come picchiatore temuto e rispettato. “Nei miei anni nel Lower East Side sono stato il miglior picchiatore di strada della storia. Non ho mai perso un incontro per strada. Mai. Pensavo di poter dare una lezione anche a Jack Dempsey, Joe Louis o chiunque altro. Ero fantastico”.

Tra un furto di rame e una riscossione di debiti, Thomas abbandonò la scuola a poco più di 10 anni. I banchi erano un impedimento per quella carriera alternativa e redditizia iniziata agli angoli delle strade. “Ho lasciato la scuola per la ‘pneumonia’ (polmonite). Non perché ce l’avessi, ma perché non riuscivo a pronunciare la parola”.

Thomas iniziò ad entrare e uscire dai riformatori, a costruirsi un personaggio degno dei ‘Goodfellas’ scorsesiani. Durante uno dei tanti tentativi statali di convertire usi e costumi dell’italoamericano, il futuro campione mondiale dei pesi medi conobbe anche Jake LaMotta, il ‘Toro Scatenato’ del ring che, con lui, condivise lo stesso background socioculturale.

Proprio in uno dei passaggi dietro le sbarre, Thomas venne spinto da un secondino a perseguire la carriera pugilistica. Erano bastate un paio di combinazioni destinate ad un altro detenuto per far brillare gli occhi a quel poliziotto appassionato di boxe.

Dopo una breve parentesi nell’esercito conclusa nel peggiore dei modi, con un congedo obbligato per subordinazione e, si disse, con uno scambio di saluti non proprio affettuoso con un superiore, il poco più che adolescente Barbella iniziò a dedicarsi unicamente al pugilato.

Si generò così la leggenda della roccia dell’East Side. ‘The Rock’, questo il soprannome attribuitogli per l’attitudine sul ring. Impavido, ai limiti dell’incoscienza, Barbella assorbiva pugni senza un’apparente tattica difensiva. Era guidato dalla semplice certezza che, anche incassando un numero incredibile di ganci e diretti, la sua forza ferina avrebbe comunque prevalso sull’avversario, un suo destro avrebbe comunque fatto breccia nel mento nemico.

Cambiò il suo nome in Rocky Graziano, per insabbiare un passato oscuro, per purificare gli anni di marachelle e sfide alle istituzioni. Sposò Norma Unger, sensibile, elegante e istruita donna di origini ebraiche. Norma evitò sempre di presentarsi a bordo ring, preferì accudire il marito solo al ritorno dalle cruente battaglie inscenate lungo tutti gli anni ’40.

Perché quando si osservavano i match di Graziano, si osservavano massacri umani, uomini spinti ai propri limiti, obbligati a flirtare con la morte. Graziano non era tecnico, non era una mente fine, era una macchina da scambi selvaggi, un incosciente cannibale in cerca di sangue e vittorie. Porre l’avversario in uno stato catatonico, in un irrazionale flusso di violenza, era la sua più grande qualità.

I suoi incontri parevano lotte gladiatorie, duelli in cui l’italoamericano rifletteva insegnamenti e abitudini maturate nelle strade dell’East Side. Nel ring come sui marciapiedi, il figlio di Nick combatteva per la sopravvivenza, per la propria salvezza. “Il suo viso aveva la forma della mappa di New York”.

Nella trilogia con Tony Zale toccò l’apice della propria carriera e raggiunse il titolo dei pesi medi. Zale, anche lui figlio d’immigrati polacchi, era pugile sublime, dal carattere impassibile e dalla soprannaturale capacità d’incassare qualsiasi fendente.

Proprio l’Uomo d’Acciaio Zale sconfisse Graziano il 27 settembre 1946, mettendolo a terra durante il sesto round. Il favore gli venne ricambiato il 16 luglio seguente, quando Graziano uscì dalla mischia con le braccia alzate, l’avversario stremato a terra e la cintura di campione.

Quel secondo incontro fu uno spettacolo brutale, un inno alla violenza regolamentata, con i due contendenti presto coperti di sangue e dolore. Il drammatico show venne replicato il 16 luglio 1947, con uno scontro ai limiti dell’assurdo. Colpo dopo colpo, i 3 round videro susseguirsi una serie infinita di pietre potenzialmente terminali.

Vinse Zale, ponendo fine ad una delle trilogie più affascinanti della storia pugilistica. Graziano si ritirò pochi match dopo, incrociando i guantoni per l’ultima volta con Sugar Ray Robinson.

La vita di ‘The Rock’ fece immediatamente gola al mondo hollywoodiano e nel 1956 Robert Wise girò la pellicola ‘Lassù qualcuno mi ama’. Una storia di redenzione e crescita umana, quella di Graziano. Una parabola ascendente, in cui un giovane ragazzo di strada riuscì a vincere 67 incontri da professionista, in cui un avanzo di galera si trovò a maneggiare popolarità e riconoscimenti, riuscendoci nel migliore dei modi.

Già, perché Graziano, grazie anche (se non soprattutto) all’influenza della moglie, divenne filantropo e uomo illustre. La boxe lo trasformò in uomo retto, dalla parlata sagace e dai gesti onorevoli.

Una favola umana proseguita prima in vari programmi televisivi, in cui Rocky funse da opinionista e narratore, poi nelle pizzerie aperte a suo nome, presenti a partire dagli anni ’60 nel territorio newyorchese.

Al suo funerale, nel 1990, parteciparono più di mille persone, compresa una grossa fetta della comunità italoamericana dell’East Side. ‘The Rock’ era uno di loro. ‘The Rock’ ce l’aveva fatta.

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