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Roberto La Paz, “El Negrito” della serie A

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Tempo di lettura 5 minuti

La storia dimenticata del gigante di Montevideo, primo calciatore di colore nella massima serie italiana

Gianmarco Pacione

6 novembre 2019

In un periodo storico bollente, con la querelle Balotelli in pieno sviluppo mediatico, è giusto scavare nel passato per risalire ad una storia di calcio affascinante e dimenticata: quella del primo calciatore nero a calcare i campi di Serie A.

Luis Roberto La Paz nasce in Uruguay a Canelones, periferia di Montevideo, nel 1919. Ha le spalle larghe e una pelle colorata di miele scuro. Con il suo metro e 85 e gli oltre 80 chili risulta un gigante, svetta tra compaesani meravigliati dalle dimensioni del suo corpo. Luis viene spinto immediatamente a calciare il pallone, o meglio, un groviglio di stracci a forma di pallone: difficile pensare a qualcosa di diverso nell’Uruguay dell’epoca. Nelle polverose strade di Canelones prende forma il suo stile di gioco unico. In paese si dice che danzi goffamente sopra la sfera, gli spettatori delle partitelle locali osservano attoniti quella possente massa corporea: il ragazzone mulatto sposta a piacimento avversari inermi, incapaci di leggerne i movimenti e di contrastarne i polpacci titanici. La Paz è un attaccante di indole stravagante, senza la passione del gol; spesso risulta troppo impegnato a pensare al dribbling successivo, alla giocata per irridere il difensore. Rete e portiere paiono non interessargli.

I suoi esordi calcistici sono celati da una coltre di misteriosa magia sudamericana. Si ritiene abbia giocato nel Peñarol per alcune stagioni, trascinando i “Carboneros” di Montevideo nel periodo coincidente con lo sviluppo della Seconda Guerra Mondiale. Poi, tra il ’45 e il ’46 cambia quartiere e si stabilisce al Sud Ámerica. Proprio qui viene visionato da scout italiani ante litteram. Raffaele Sansone e Michele Andreolo (campione del Mondo con l’Italia nel ’38) vengono spediti da Pasquale Russo, presidente del Calcio Napoli, a scovare giovani talenti sudamericani. Dopo un lungo viaggio della speranza in piroscafo, i due selezionano Rodrigo Candales, terzino del Nacional, Angelo Cerilla, centromediano del Rionegro e proprio Luis Roberto La Paz.

Il ritorno in Campania è lungo e faticoso. Una volta attraccati in porto, davanti agli occhi degli atleti uruguaiani si profila lo spettrale scenario di un centro urbano pesantemente segnato dal conflitto bellico: una città in ginocchio, intenta a rimettere insieme i cocci dopo anni durissimi e falcidianti. La Paz viene parcheggiato per qualche mese alla Frattese, squadra famosa nel secondo dopoguerra per ospitare continuamente amichevoli di lusso con squadre come Juventus e Milan. Il motivo è semplice: il campo di questa piccola realtà della provincia napoletana è il più bello dello Stivale, vanta un prato unico in un periodo in cui spesso, anche in Serie A, ci si ritrova a giocare tra sabbia e sparuti fili d’erba. La Paz in questa finestra temporale è abbastanza convincente, mettendo a segno qualche rete (una propria contro il Milan in un incredibile Frattese-Milan 4-1) e contraddicendo il suo passato da attaccante disaffezionato al gol. Per arrotondare inizia a fare il camionista, o almeno così narrano voci dell’epoca.

Dopo un breve periodo di rodaggio La Paz inizia a vestire la maglia azzurra della prima squadra cittadina, esordendo nel 1947 contro gli eterni rivali juventini. Proprio in questa occasione diventa il primo calciatore di colore a giocare una partita della massima serie italiana.

Il pubblico del Vomero s’innamora immediatamente di quel colosso scuro, ammira i suoi passi cadenzati, ondeggia eccitato davanti al suo modo unico di duettare con il pallone. Inebetiti mastini italiani provano a rincorrerlo lungo tutto il perimetro del campo, lui sorride sornione, specchiandosi nella propria qualità tecnica elitaria, vista in pochi altri interpreti del pallone in bianco e nero. Il popolo partenopeo non gli perdona una sola cosa: l’astinenza dal gol. Una carestia che pare voluta, figlia dell’indolente ricerca del tocco in più, del passaggio non necessario.

“Se sta scartanne tutt’o Vommero” è l’imprecazione più utilizzata dai folklorici tifosi locali.

Si legge in uno stralcio di cronaca d’epoca, riferito ad un Lazio-Napoli finito a reti bianche: “La Paz ha confermato, domenica allo stadio, le sue doti di funambolo e artista istintivo. Con le sue gambe a ragno e la sua strana andatura ‘El Negrito’ ha arrecato molti fastidi alla difesa avversaria”.

Fuori dal prato verde La Paz veste i panni dell’instancabile donnaiolo. Voci lo vorrebbero impegnato in decine, centinaia di relazioni con giovani napoletane ammaliate dal fascino esotico e dall’accento sudamericano di quel gigante del fútbol. La società arriva a chiuderlo a chiave in casa, ogni sera allo scoccare delle dieci, per controllare i suoi istinti predatori. La Paz non si cura della tentata segregazione forzata, lega lenzuola e panni, si cala dalla finestra e s’inoltra negli spasmodici ritmi notturni napoletani.

Nelle tre stagioni trascorse all’ombra del Vesuvio, secondo dati ufficiosi, va in gol 6 volte disputando 33 gare. La prima annata naufraga in una tragica retrocessione, creando imbarazzo all’intera città e dando vita al cosiddetto “Caso Napoli”: una richiesta di ripescaggio per motivi patriottici garantita alla Triestina l’anno precedente e negata, invece, alla società di Pasquale Russo. Il Napoli conquista di nuovo la massima categoria dopo due anni di gavetta, anni in cui La Paz calca campi di mezza Italia sorprendendo appassionati al primo contatto visivo con un calciatore di colore.

Poi scompare misteriosamente, ricomparendo oltralpe nella gemella Marsiglia. Una fuga forse premeditata, forse istintiva: leggenda vuole all’inseguimento di una ballerina in tournee. Il Napoli inizialmente apprende la notizia con incredulità, poi si vede versare dall’Olympique un discreto indennizzo (oltre un milione di lire dell’epoca) e dimentica rapidamente lo scanzonato uruguaiano. In Francia La Paz gioca anche a Montpellier (siglando 9 reti in 14 partite, record personale) e Monaco, per poi tornare trentaquattrenne ancora al Vélodrome per un’ultima incolore stagione.

La sua vita dopo il triplice fischio finale è un mistero. Per alcuni tempi pare lavori nel porto marsigliese, poi riappare in Italia negli anni ‘70 a Coverciano, dove segue il corso allenatori parlando un perfetto dialetto napoletano. Infine il buio, il silenzio. Oggi Roberto Luis La Paz avrebbe 100 anni, da oltre 50 se ne sono perse completamente le tracce.

Il segno nella storia italiana, però, resta indelebile. Il primo nero in Serie A oggi è più attuale che mai, soprattutto alla luce delle parole scritte dal compianto Antonio Ghirelli, grande giornalista e saggista napoletano che, a proposito del possibile rigurgito razzista ai danni di quel primo “colorato” sui prati verdi italiani scriveva: “L’idea stessa di razzismo è estranea alla nostra mentalità perché è estranea alla nostra storia”.

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