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Reggie, l’angelo in gialloblù

Quando Killer Miller suonò Spike Lee

Matteo Fontana

13 settembre 2019

Non si scherza con Reggie Miller. Nessuno può permetterselo, neanche se sei un regista di culto, simbolo della comunità afroamericana, apprezzato e rispettato in tutto il mondo, e ti chiami Spike Lee. Era così che funzionava nel 1994. Miller, già: uno dei più micidiali tiratori che si siano mai visti in NBA, capace di totalizzare percentuali imponenti, soprattutto quando sganciava il pallone da dietro l’arco. Trascinatore degli Indiana Pacers, Miller era il pupillo di un intero stato, di una terra in cui il basket è una religione. Dall’Indiana viene Larry Bird, in Indiana ha insegnato pallacanestro un coach tanto ruvido quanto paradigmatico quale Bobby Knight. Dalla California (high school a Riverside, la sua città natale, college a UCLA), Miller si trasferì a Indianapolis nel 1987, scelto al draft dai Pacers. Ci sarebbe rimasto per l’intera carriera, fino al ritiro, avvenuto nel 2005. Diciotto anni da leggenda, con il soprannome che presto lo identificò che ne descriveva le formidabili qualità: Killer Miller. Di titoli non ne ha vinti. Difficile emergere a Est in un periodo in cui a comandare erano prima i Boston Celtics, dopo i Detroit Pistons e poi, in maniera imponente, i Chicago Bulls di Michael Jordan. Miller era un fenomeno, ma non sempre la squadra lo seguiva a sufficienza. Tuttavia, quando si venne a creare la giusta alchimia, i Pacers fecero parecchia strada e giunsero anche a disputare la finale. Era il 2000, i padroni NBA erano diventati i Los Angeles Lakers di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal, Indiana perse per 4-2 e le ambizioni di Miller di conquistare un anello svanirono. Nella sua bacheca ci sono, però, due medaglie d’oro con il rinnovato Dream Team: quelle dell’Olimpiade di Atlanta, nel 1996, e del Mondiale del 1994. Proprio l’anno in cui si svolge questa storia.

Spike Lee ama il basket e tifa con grande passione per i New York Knicks. Appena può va al Madison Square Garden. Da molti anni NY lo delude e lo fa soffrire, ma c’è stato un tempo (pare un’era geologica fa…) in cui i Knicks erano i primi contendenti dei Bulls nella Eastern Conference. Con gente come Pat Ewing, Charles Oakley e John Starks, con un allenatore-mito del livello di Pat Riley a guidarli, il loro orizzonte li portava molto in là con le chance di successo. Quando Jordan, nell’ottobre del 1993, annunciò il ritiro – che sarà poi temporaneo – dal basket per dedicarsi al baseball, le opportunità per i Knicks di vincere salirono in maniera sensibile. Nel 1994, il cammino di New York si fece esaltante. Nell’Atlantic Division il loro comando fu completo: chiusero al primo posto, con 57 vinte e 25 perse. Si allinearono al via dei playoff con il passo della big. Lee poteva essere entusiasta per i risultati della squadra che aveva nel cuore. Era già affermato. I suoi film, da “Clockers” a “Malcolm X”, da “Fa’ la cosa giusta” a “Mo’ Better Blues”, erano dei capolavori che ne avevano decretato la grandezza. Nel frattempo, i Pacers di Miller finivano al quarto posto nella Central Division, con un record da 47-35 che li collocava in una posizione tutt’al più di outsider per la post season. Invece, mentre i Knicks danno ragione ai pronostici che la vedono come grande favorita sulla Costa Orientale (supera in scioltezza i New Jersey Nets e, al termine di una battaglia di sette partite, i Bulls senza Jordan) e si qualificano per le Finals di Conferenze, Indiana stupisce. Batte gli Orlando Magic con un secco 3-0, e dopo elimina gli Atlanta Hawks, che avevano chiuso da primi nella Central: la serie va in ghiaccio con un rovente 4-2 per i Pacers. Coach Larry Brown fa ruotare attorno alla demiurgica genialità di Miller una squadra forte nei muscoli e piena di talento: tra gli altri, ci sono Byron Scott, uno dei big dei Lakers al tempo dello Showtime, il poderoso centro LaSalle Thompson, cambio del granitico olandese Rik Smits, e dopo Dale Davis, Pooh Richardson e Derrick McKey. Una bella banda, già. Ed è con questi uomini che Indiana si gioca il Sogno con New York.

Prime due partite al Garden: 2-0 per i Knicks. Si va a Indianapolis e i Pacers non sbagliano. Vincono entrambe le gare e rimettono il conto della sfida in parità. Game 3, dunque, può essere l’ago della bilancia del confronto. Nella Grande Mela l’attesa è febbrile. Spike Lee si siede al suo posto, a bordo campo. Il regista è un vulcano di euforia: è come se giocasse lui. New York è scatenata, Indiana finisce presto all’angolo. Spike è fuori di sé dalla gioia. Non ha fatto i conti con Reggie. Miller buca la retina da Marte e da Saturno, innesca una clamorosa rimonta. I Pacers recuperano. A ogni tiro infilato dal campione di Indiana, Lee dà di matto, si fa sempre più linguacciuto, ricopre di improperi Miller. Che tace e continua a segnare. Di sicuro non è tipo da farsi impressionare, dato che, nella NBA, è tra i più usi a fare del trash talking un mezzo per sfidare e provocare gli avversari. In tanti gliel’hanno giurata per questo. Pure Jordan ha avuto da che dire con lui. Quindi, le piazzate di Spike non lo impressionano. E, appena ne ha l’occasione, gli rende la pariglia. Reggie è un angelo in gialloblù, il numero 31 si staglia sul profilo di fuoco del Garden, in un batter d’occhio ha messo 10 punti. Poi va in lunetta, per i tiri liberi che possono dare il sorpasso a Indiana, Haywoode Workman, point guard che si era vista anche in Italia, alla Scavolini Pesaro. Il primo libero va. Telecamere fisse su Miller, che guarda Spike e, con la mano destra, fa cenno, alzando quattro dita: “In the fourth quarter…”. Poi, Reggie si porta entrambe le mani al collo e il suo gesto richiama lo strangolamento. Per rendere più chiaro il messaggio, tira pure fuori la lingua. E Lee? Si alza, si porta sul limite della linea laterale, urla l’indicibile. Ma, quella sera, il vincitore sarà uno: Killer Miller, che con i suoi Indiana Pacers sbancherà il Madison Square Garden. Butta dentro altre triple, suggella il trionfo. Sarà 93-86, e all’ennesima “bomba” infilata, Reggie si volta verso Spike e gli dice: “It’s over bitch!”. Non serve la traduzione, presumiamo. È l’1 giugno del 1994.

Questo è un racconto che non ha il lieto fine. I Pacers perderanno in casa, alla Market Square Arena, gara 6, e poi saranno battuti dai Knicks alla “bella” del Garden. Ma anche New York berrà l’amaro calice, persino più doloroso, gettando via le Finals con gli Houston Rockets, un suicidio cestistico da cui, di fatto, la franchigia non si è più ripresa. Come in un film di Spike Lee, il riso era amaro e non poteva durare per sempre. Però, concedetecelo, senza darci dei nostalgici: che tempi, quei tempi.

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