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Quando eravamo re

Prima delle notti magiche. L’estate in cui la Serie A era la capitale del mondo

Le luci avrebbero cominciato a spegnersi dopo aver scintillato, per un’ultima, indimenticabile volta, nell’occasione più attesa, il Mondiale del 1990. C’è stato un tempo in cui il calcio italiano era il più sognato, desiderato, ricco e famoso. Erano gli anni ’80, bellezza. Ve li ricordate? Il governo dei socialisti, Bettino Craxi, il nuovo boom economico, gente che di giorno viveva e di notte di più, le discoteche, le paillettes, Rocky, Rambo e Sting, il “Drive In”, Canale 5 e Italia 1 e Rete 4, “Bim Bum Bam”, “Fantastico” ed Heather Parisi, Pippo Baudo ogni sabato e tutte le domeniche, la locomotiva d’Europa. Quando eravamo re. Soprattutto con la Serie A, il campionato più bello del mondo. Era l’estate del 1984 e furono mesi che rappresentarono un picco che, forse, non è mai stato raggiunto, in seguito. Chissà cosa sarebbe accaduto se ci fossero stati i social network, allora, e il tam-tam senza sosta sui telefonini. L’Italia si fermava per il calciomercato. Che giorni, quei giorni.

L’hai visto Maradona? Oh sì, e chi se lo dimentica. La trattativa che lo portò al Napoli dal Barcellona fu clamorosa. Attenzione, perché il gap che c’era tra i due club, al tempo, per ambizioni e disponibilità, è paragonabile a quello attuale tra una squadra di medio-bassa classifica di A e una società di caratura internazionale. Non era un Napoli stellare, già, e veniva da un paio di stagioni difficili, con salvezze risicate, strappate tra i patemi. Pensare che potesse ingaggiare uno dei fuoriclasse più in vista del pianeta suonava come una follia. Eppure è successo davvero. Sapete perché? Semplice, era l’Italia, era la Serie A. La scena di Diego che sale sul campo del San Paolo con migliaia e migliaia di tifosi adoranti, con addosso una maglietta della Puma, saluta il pubblico, si concede un palleggio per la folla, è un’immagine di una potenza mediatica impetuosa. Anche a distanza di anni, se ne comprende la centralità, come quando ci si trova a essere testimoni di un evento storico. In A già giocavano Michel Platini e Zico, gli altri due campionissimi del calcio mondiale, acclamati, amati, sensazionali. Maradona era il completamento di un album di figurine che somigliava a una galleria d’arte. Come avere in casa un Picasso e un Van Gogh e aggiungerci un Botticelli originale. Già, questa era l’Italia, questa era la Serie A. Un torneo in cui il Verona si aggiudicava Hans-Peter Briegel, pluridecorato difensore del Kaiserslautern, e Preben Elkjaer, il deflagrante attaccante della Danimarca che aveva sbalordito all’Europeo giocato a giugno in Francia, quello in cui Platini aveva segnato 9 gol in cinque partite, trascinando i Bleus al trionfo. Il Milan prendeva Ray Wilkins, detto “Razor” per la precisione dei suoi lanci, il fulgido regista dell’Inghilterra, e con lui Mark Hateley, un centravanti emergente che, per il suo vigore atletico, si sarebbe guadagnato il soprannome “Attila”. Un suo gol, con un prodigioso stacco aereo, decise il derby di Milano e lo fece entrare nel mito rossonero per sempre. E, dall’altra parte della città, l’Inter si era assicurata la punta per eccellenza dell’epoca: Karl-Heinz Rummenigge, Kalle, il bomber spettacolare e dalla feroce determinazione che aveva messo a soqquadro la Bundesliga con il Bayern Monaco e mezzo mondo con la Germania Ovest. E poi la Roma che aveva Paulo Roberto Falcão, mentre la Fiorentina era andata a prendersi dal Corinthians un altro brasiliano che era una categoria dello spirito, un sentimento: o Doutor, Socrates, il più ribelle dei calciatori, un filosofo nel nome e nel modo di essere. Tutto questo, con il Torino che, sempre in quelle settimane, aveva ottenuto il sì di Leovegildo Lins da Gama. Per tutti, Junior, multidimensionale giocatore del Flamengo e della Seleção, terzino coi piedi da sopraffino centrocampista, esattamente il ruolo che andò a ricoprire in granata, segnando tempi da leggenda.

Era l’Italia del sabato italiano cantato da Sergio Caputo, l’anno prima, con quel pezzo che faceva così: “E in questo sabato qualunque un sabato italiano/ Il peggio sembra essere passato/La notte è un dirigibile che ci porta via lontano/ e adesso navighiamo dentro un sogno planetario/il whisky mi ritorna su, divento letterario/ma perché non vai dal medico/e che ci vado a fare/non voglio mica smettere di bere e di fumare”. C’era tutta l’anima del cambiamento, di una nazione che era passata per la stagione oscura del terrorismo, che sarebbe stata poi raccontata in una mirabile trasmissione, intitolata “La notte della repubblica”, da Sergio Zavoli. Il peggio era passato, o sembrava che fosse così. Il calcio interpretava l’ottimismo. L’Italia campione del mondo in Spagna nel 1982, la tripletta di Paolo Rossi al Brasile, l’urlo di Marco Tardelli a Madrid, Sandro Pertini, il presidente più amato, che esulta al Santiago Bernabeu, la partita a scopa con Dino Zoff, Franco Causio ed Enzo Bearzot, il commissario tecnico discusso e dopo eroe, l’uomo del buonsenso, divenuto un tormentone radiofonico con i Master che ci fecero sopra una canzone: “Son tutti figli di Bearzot”. Una classe lavoratrice che vedeva schiudersi davanti a sé un futuro meno sofferto, con la possibilità di condurre una vita degna. Impazzivamo per il Totocalcio, il 13 che era un sogno, il 12 poteva andare bene lo stesso, anche se non sarebbe stata la stessa cosa, quote popolari e montepremi miliardari, tu vuò fa’ l’americano alla maniera di un Renato Carosone rétro. Era il calcio italiano, signori, era la Serie A. Silvio Berlusconi ovvero Sua Emittenza che presto si sarebbe comprato il Milan, l’Avvocato Agnelli e Madama, “La Settimana Enigmistica” compagnia fissa sulla sdraio in spiaggia, la lunga estate calda, la messa la domenica, i motorini, le grandi compagnie ai giardini, i Duran Duran e gli Spandau Ballet. L’Italia era bella come un gol decisivo all’ultimo minuto. Nostalgia canaglia, vattene via: i riccioli di Maradona sono appassiti, niente potrà mai essere quel che è stato. Ci rimangono la Serie A, ce la facciamo bastare, e un vecchio blues che continua a suonare.

Matteo Fontana
Twitter @teofontana
Instagram @matteofontana1976

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