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Più di una tennista, Maria Sharapova

Il tennis saluta una campionessa, un fenomeno del marketing, una regina

“Come ti lasci alle spalle l’unica vita che tu abbia mai conosciuto?”

Maria Sharapova ha ufficialmente abbandonato il tennis agonistico. L’ha fatto con una lunga e commovente lettera, l’ha fatto con classe e tenacia, pietre miliari di una figura che per anni ha segnato il panorama tennistico mondiale.

Prodigiosa, bellissima, vincente. Una favola dai lineamenti siberiani, iniziata presto, prestissimo. “Avevo quattro anni a Sochi, in Russia, così piccola che le mie minuscole gambe pendevano dalla panca su cui ero seduta. Così piccola che la racchetta che ho raccolto accanto a me aveva il doppio delle mie dimensioni. Quando avevo sei anni, ho viaggiato in tutto il mondo ed anche in Florida con mio padre. All’epoca il mondo intero sembrava gigantesco. L’aereo, l’aeroporto, l’ampia distesa americana: tutto era enorme, così come il sacrificio dei miei genitori”.

Maria aveva qualcosa di speciale, se n’era accorta Martina Navratilova, e aveva consigliato alla famiglia Sharapova di trasferirsi oltreoceano, di scommettere tutto sulle doti innate di quella slanciata bambina.

Dieci anni dopo quella bambina sarebbe diventata la prima russa ad alzare le braccia sul prato verde del centrale di Wimbledon, facendolo ad appena 17 anni. La poco più che adolescente era balzata istantaneamente agli occhi di tutti: una stella precoce, un’atleta perfetta, un prodotto irreplicabile.

La vita della Sharapova è stata un’esponenziale marcia tra primati, domini nei ranking mondiali e Slam vinti. Una carriera polarizzante, costruita su una forza mentale ineguagliabile, su un fuoco sacro atavico, su una dedizione stacanovista.

La ‘Sirena siberiana’ era un angelo di fuoco, una modella dalla racchetta precisa, violenta. 188 cm di longilinea aggressività, una mente forte, edificata a compartimenti stagni. Il suo era un tennis puro, inscalfibile, fatto di attacchi da fondo campo studiati e logoranti. Pochi ghirigori, pochi eccessi: tutto era equilibrato, pragmatico.

La Sharapova è stata una guerriera, una killer affascinante. La sua fama negli anni ha travalicato il semplice campo, arrivando a segnare indelebilmente il mondo fashion e della comunicazione sportiva. È stata icona di bellezza e marketing, una potenza mediatica ed economica con pochi precedenti, basti pensare al proprio patrimonio che si aggirerebbe intorno ai 200 milioni di dollari: gran parte dei quali giunti da sponsorizzazioni e investimenti. Motorola, Land Rover, Canon, Nike, Tag Heuer, Evian, Gatorade, Tropicana… Una figura potente, altamente spendibile sugli schermi e sui giornali del mondo intero.

‘MaSha’ ha rivoluzionato il tennis femminile, e non solo, in termini di visibilità. Da giocatrice si è trasformata in brand, in imprenditrice di sé stessa, della propria immagine. È riuscita a svariare negli ambiti più disparati: dalla creazione di linee di abbigliamento, al personale marchio di caramelle, le “Sugarpova”. Ha incarnato alla perfezione il concetto di atleta-azienda, affidandosi sempre ad un innato fiuto per gli affari.

Non è un caso che il suo congedo finale dai campi sia stato riservato proprio a due testate del calibro di Vogue e Vanity Fair. Con ‘MaSha’ lo sport si è intrecciato alla moda, la performance sportiva si è alternata con quella televisiva, pubblica. Tutto è sempre avvenuto con estrema naturalezza, le contaminazioni reciproche non sono mai risultate deleterie, forzate.

Lascia definitivamente il tennis una regina indiscussa, lo fa accompagnata dalle sue urla caratteristiche, dal cappellino saldo e dalla coda dorata, dagli occhi fieri, dalle luci del jet set e dai flash dei paparazzi.

Perché Maria Sharapova è stata più di una semplice tennista. È stata invincibile, è stata icona di uno sport, è stata dea nell’olimpo delle racchette, è stata un brand, è stata, semplicemente, ‘MaSha’.

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