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Picchiare per creare, l’arte di Omar Hassan

La boxe, la tela, i pugni e il tempo. Una chiacchierata con uno dei più talentuosi artisti contemporanei

La chiamano la ‘Nobile Arte’, sarebbe difficile trovare una definizione meno congeniale per la speciale boxe di Omar Hassan. Un intreccio unico nel suo genere, quello tra il gesto sportivo e la produzione artistica, che è valso al ragazzo milanese un climax ascendente di elogi, approvazioni e imitazioni.

Per comprendere la genesi del suo estro creativo bisogna tornare indietro nel tempo. Una sensibilità innata, quella di Omar, capace di fornire segni premonitori già in tenera età: “Da bambino in casa ero un incubo: spesso mi trovavano intento a colorare i muri del corridoio con i miei pennarelli. All’epoca era un gesto inconsapevole, naturale, poi con il passare del tempo c’è stata una presa di coscienza”.

La maturazione di Omar Hassan, classe ’87, avviene in un quartiere popolare milanese, groviglio di cultura urbana, ipercinetica street art e oscure tentazioni: “Le dinamiche della strada mi affascinavano. Si dipingeva a ritmo di hip hop, il lato creativo nel quartiere era senza limitazioni. In quegli anni ho assaporato la libertà di scoprire me stesso, con il tempo ho capito che la libertà, però, deve dare anche responsabilità”.

Responsabilità che nel sottobosco della Milano popolare tendono inevitabilmente a sbiadirsi, a camuffarsi in una pericolosa e accettata microcriminalità: “La mia salvezza è stata il pugilato. In palestra ho incontrato il maestro dei maestri, Ottavio Tazzi: nonostante i miei problemi di diabete ho fatto tutta la trafila sul ring, togliendomi grandi soddisfazioni e cominciando a farmi conoscere nell’ambiente. Purtroppo non sono potuto diventare professionista per una questione d’idoneità medica, ma sono rimasto comunque al fianco del maestro, aiutandolo per un po’ anche ad allenare”.

Gli allenamenti al sacco e la fuga nell’espressione artistica. L’adolescenza di Omar si alterna senza sosta tra queste due passioni totalizzanti, due cammini paralleli, almeno fino alla casuale unione: “La mia quotidianità era focalizzata su questi due poli. Verso i 15 anni mi sono ritrovato in un garage, davanti a una tela, e ho pensato di dipingere usando i guantoni: è stato il mio primo, istintivo, ‘Breaking Through’. All’epoca avevo solamente percepito che potesse essere qualcosa di grosso…”.

Un’opera archetipica, primitiva, un primo esemplare di quella serie pittorica che, a distanza di tempo, gli avrebbe fatto piovere addosso attenzioni internazionali e critiche ammaliate. L’atto sportivo che sposa quello artistico, l’energia dinamica che penetra il velo sensoriale, conquistandolo, il guantone che diventa pennello.

Con lo scorrere degli anni, quello che era un lampo intuitivo acquista un valore filosofico, grazie al percorso accademico di Omar: “L’Accademia di Brera ha cambiato il mio approccio all’arte, o meglio, l’ha evoluto, dandomi una base culturale e storica su cui imperniare il mio pensiero. Il professor Alberto Garutti è stato fondamentale durante quegli anni di apprendimento: senza lo studio la mia arte non avrebbe avuto senso”.

Nel periodo trascorso in Brera, il giovane milanese comincia a fondare la propria arte su principi come il tempo, vera e propria ossessione all’interno della sua produzione.

Così ecco il guantone che, impattando sulla tela, diventa traccia energetica e cromatica del flusso temporale. Così ecco il diretto, il gancio e il montante che vedono nobilitata la propria funzione: “Un concetto che metto sempre in chiaro è che non picchio per distruggere, picchio per creare. Il rischio del mio ‘Breaking Through’ è che la gente pensi a me come al classico figo che tira pugni solo perché esibizionista. Fortunatamente nella mia prima personale a Londra, nel 2015, la critica e il pubblico hanno subito risposto con entusiasmo e hanno percepito che ci fosse tanto dietro quel gesto. In quel caso mi sono anche esibito in una performance live. Da subito ho stabilito il numero di quadri che avrei creato con questo processo di action painting: 121, come i round che ho disputato durante la mia carriera nel ring. La mia arte non deve essere inflazionabile, non voglio essere vittima del mercato, ho avuto anche richieste di performance per grandi eventi extra-artistici in giro per il mondo, ma ho sempre risposto di no”.

Un matrimonio di successo, quello tra boxe e arte, che per Omar ha ragioni basilari, quasi preventivabili: “I gesti tecnici del pugilato sono gli unici del mondo atletico che possano essere pienamente interpretati a livello pittorico. La boxe per me è metafora di vita in ogni suo particolare. Durante la sua storia l’arte, sotto le più disparate forme, è sempre stata vicina a questa nobile disciplina: basti pensare a Michelangelo e Ernest Hemingway, entrambi grandi appassionati, a cui ho dedicato due opere speciali, due guantoni. Perché il guantone stesso può diventare una forma d’arte. Nel loro caso ho deciso di renderli monocromatici, uno bianco e uno nero”.

Osservando all’opera Omar, lo scenario viene scandito da gesti rapidi, incisivi, emotivi. Pollock, Fontana, si potrebbero paragonare centinaia di nomi illustri a questo modus operandi; l’artista milanese, però, ci fa menzione di un particolare punto di riferimento: “Il Gruppo Gutai giapponese (fondato nel 1954 ndr) mi ha sicuramente influenzato con il proprio lato sperimentale-performativo, con il proprio utilizzo del corpo che ricordava e s’ispirava in molti casi alle arti marziali. Nella boxe, invece, il mio idolo su tutti e Muhammad Ali: difficile fare un nome diverso… Tra i più attuali ti dico Canelo Alvarez, Lomachenko e Mayweather. Resto sul classico, alle arti marziali miste preferisco gli incontri sul ring: d’altronde anche in UFC i ko più spettacolari sono sempre quelli prodotti dal grande colpo, dal pugno pugilistico”.

In questo difficile 2020 dovevano essere molti gli impegni artistici di Omar Hassan, al momento tutti cristallizzati in una fase di stallo. Personali che prevedevano, oltre alla qui analizzata ‘Breaking Through’, anche altre impattanti serie del milanese: come ‘Injection’ e ‘Timeline’. “Ho investito tanto sulla mostra di Napoli, che ovviamente al momento è bloccata. Ho anche inaugurato questo modo di “disegnare” le mappe cittadine attraverso i vari quartieri, una pratica che intendo estendere ad altri luoghi. A Cremona avrei in programma una mostra istituzionale con la mia prima scultura monumentale: un comignolo gigante, dettaglio che mi ha sempre affascinato per la capacità di portare in alto l’intimità, le parole e i profumi casalinghi. Ovviamente tutto sarà rimandato, d’altronde al momento io stesso sono rinchiuso nel mio studio di Milano”.

Gianmarco Pacione

Credits

Omar Hassan

IG  @omarhassanarte
WEB omarhassan.art

27 marzo 2020

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