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Philip Boit, il kenyota delle nevi

Dalle mucche agli sci, dal sole al gelo: l’improbabile favola del primo fondista africano

Gianmarco Pacione

7 ottobre 2019

Eldoret è una cittadina arrampicata sui rossi monti del Kenya occidentale. Da sempre è ritenuta la culla delle bipedi frecce kenyote: da qui sono usciti i più talentuosi corridori su distanze medio-lunghe, mostri sacri del calibro di Kipchoge Keino, oro olimpico a Città del Messico ‘68 e Monaco ’72. Da qui è anche uscito un corridore sorprendentemente diverso, un giovane innovatore a cui non bastava la sensazione della terra calda sui piedi nudi.

Philip Kimely Boit per alcuni è stato un visionario pioniere dalla pelle d’ebano, per altri un folle sognatore: difficile trovare un equilibrio tra queste due correnti di pensiero, difficile preferire l’una all’altra. D’altronde Philip poteva scegliere qualsiasi sport: ha scelto lo sci di fondo, l’ha fatto in una terra senza sci, l’ha fatto in una terra senza neve.

A metà anni ’90 Boit correva come tanti altri suoi amici: sciami di ragazzini destinati ad accelerare sempre più il passo senza destinazione o meta garantita. I suoi piedi si muovevano veloci, le sue gambe erano tronchi stabili, la sua mente però era in attesa di qualcos’altro, di qualcosa di diverso… Ma cosa? L’opportunità di uscire dalla zona di comfort arriva durante l’inverno 1995: è un’inverosimile epifania. Nike lo seleziona e lo spedisce ad Helsinki per un progetto unico nel suo genere, fondato sul sogno di formare sciatori africani competitivi in vista delle Olimpiadi Invernali di Nagano 1998.

Boit si trova catapultato in un universo altro: un’immensa tela bianca di cemento e metallo, punteggiata da maglioni pesanti e cappelli di lana. “Quando sono arrivato ad Helsinki la temperatura era di -17 gradi, per me è stata una sfida” dirà in seguito ripensando allo shock culturale subito.

L’atleta kenyota viene immediatamente spinto verso lo sci di fondo, disciplina in qualche modo prossima alle qualità atletiche sviluppate in patria e comincia ad allenarsi a Lathi, uno dei principali centri finlandesi per lo sci nordico. “Non riuscivo a stare in equilibrio mettendomi gli sci. Continuavo a cadere”: i problemi agli esordi sono enormi, Philip fatica anche solo a fare qualche passo, figuriamoci a percorrere un tragitto di qualche chilometro.

Trascorrono quasi due anni e Philip s’imbarca per Nagano, per le Olimpiadi giapponesi del ’98, dove si presenta come unico partecipante e portabandiera kenyota. Gli avversari sono meravigliati dall’apparizione di uno sciatore africano ai nastri di partenza: si era solo vociferato della remota possibilità che un atleta esotico potesse provare ad affrontare la neve nipponica. Vedere Philip lì, in carne ed ossa, intento a sfrecciare ondulando con forza le braccia, lascia però basiti contendenti alle medaglie e addetti ai lavori.

Tra i 92 partecipanti alla corsa Philip Kimely Boit si classifica 92esimo, prendendo 8 minuti di distacco dal penultimo e oltre 20 dal re della disciplina, il norvegese Bjørn Dæhlie, che fa segnare all’arrivo un tempo di 27:24.5. È proprio l’otto volte campione olimpico ad attendere Boit pochi metri dopo il traguardo: un’attesa che si concretizza magicamente in un abbraccio forte, significativo. Il campione affermato che stringe a sé l’improbabile novizio, il plurimedagliato norvegese che celebra il figlio del Kenya. Poche settimane dopo Philip Boit chiamerà il suo primogenito Dæhlie per onorare il rivale dal grande animo.

Per il video di quello storico abbraccio cliccate qui

Al suo ritorno in patria il Nairobi Airport è brulicante di compatrioti festanti, lo sciatore viene accolto come eroe nazionale. “Continuavo a ripetere a tutti che ero arrivato ultimo. Tutti rispondevano che avrei dovuto ritenermi un campione perché, in fondo, ero l’unico kenyota presente alle Olimpiadi”.

Innamoratosi della disciplina ed impossibilitato a fare ritorno in Finlandia, Philip decide così di vendere tutte le sue mucche, comprare degli sci e cominciare un originale piano d’allenamento nella sua Eldoret. L’effetto della neve è impossibile da ricreare sugli aridi monti del suo Paese, allora Boit inventa una soluzione alternativa: monta delle rotelline sugli sci e inizia a girovagare lungo le strade statali spingendosi con delle rudimentali racchette. Lo fa per anni, riuscendo a competere in altre due Olimpiadi Invernali a Salt Lake City e a Torino. Nello Utah riesce addirittura ad arrivare 64esimo su 72 partecipanti, stabilendo il suo migliore piazzamento in carriera.

Oggi Philip Boit vive ancora ad Eldoret, dove dirige insieme alla moglie un piccolo negozio di generi alimentari. L’ha chiamato “SKIER Supermarket”. In patria è ritenuto una leggenda: se tanti kenyoti possono pensare di affacciarsi timidamente agli sport invernali è grazie a lui.

Da quel freddo pomeriggio giapponese Philip Boit e Bjørn Dæhlie sono rimasti grandi amici e, quando possibile, il fondista africano raggiunge la Norvegia per sciare insieme al campione di Elverum.

Gianmarco Pacione

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