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Pedalare verso il futuro. Edoardo Affini

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Tempo di lettura 5 minuti

Abbiamo intervistato il giovane ciclista mantovano, talento della Mitchelton-Scott e della Nazionale Azzurra

Gianmarco Pacione

10 dicembre 2019

Edoardo Affini è un ragazzo umile, a 23 anni ha appena concluso la sua prima stagione da professionista confermando quanto di buono aveva fatto intravedere nel suo percorso giovanile e dilettantistico. Col suo metro e novanta ha già scoperto come danzare efficacemente sui pedali, come spingerli vorticosamente anche al fianco dei grandi delle due ruote.

L’ha fatto con serenità, pacatezza e fiducia: valori che traspaiono dopo pochi istanti di conversazione. In maglia Mitchelton-Scott sta vivendo un sogno coltivato tra sacrifici, spostamenti e costanza. Ci ha parlato delle medaglie europee e mondiali, di miti ed emozioni, ci ha descritto un habitat nuovo, mutato dalle stradine di campagna del mantovano al pavé della Parigi-Roubaix.

Da dove nasce la tua passione per il ciclismo, ci sono trascorsi nella tua famiglia?

All’interno della mia famiglia c’è sempre stata la passione del ciclismo. Mio nonno Giulio ha inforcato per primo la bicicletta e mio padre l’ha seguito: possiamo dire che io rappresenti la terza generazione di questa tradizione familiare. Loro non erano corridori professionisti, erano semplici amatori. Il vero e proprio colpo di fulmine è arrivato quando, ancora piccolino, ho visto passare una corsa a Buscoldo, il mio paese. Da lì ho deciso che avrei provato a pedalare anch’io e così sono entrato nel team San Pellegrino, una squadra del mantovano.

A quali ciclisti ti sei maggiormente legato e ispirato durante la tua adolescenza?

Un nome su tutti, Fabian Cancellara. Ho profondamente ammirato le sue cronometro, le sue pedalate sul pavé… Era un grande leader, aveva un carisma unico.

Quando e come hai capito che avresti potuto specializzarti come cronoman? E soprattutto, ti senti tale?

È stato un processo naturale, ho semplicemente visto che c’era la possibilità di far bene e ho continuato a migliorarmi. Fossilizzarsi su una specialità, però, ha poco senso. Devi essere malleabile, affidabile, in un contesto di squadra non puoi permetterti di far bene solo una cosa. Il mio pallino è proprio questo: essere il più possibile funzionale per la squadra. 

Una buona fetta di maturazione l’hai fatta all’estero. Ci descrivi questa scelta?

Arrivavo da un paio di stagioni non entusiasmanti. Avevo 19, 20 anni, probabilmente il mio corpo stava ancora cambiando e l’ambiente qui non mi aveva pienamente convinto. Mi ha cercato una squadra olandese dilettantistica e appena è arrivata la chiamata ho deciso di partire. Il primo periodo nella SEG Racing Academy è stato di assestamento: dovevo imparare una lingua nuova e per la prima volta ero distante da casa. In Olanda il trattamento che ci riservavano era molto più vicino al mondo professionistico, l’organizzazione era completamente diversa rispetto all’Italia. Solo negli ultimi anni qui hanno provato a mettersi alla pari, ma con un contesto come quello del progetto SEG sono pochissime le realtà tricolori che reggano il confronto. Vivevamo in un campus nei pressi di Eindhoven, alternavo periodi intensi di allenamenti in Olanda (soprattutto a ridosso delle gare) a settimane di attività in Italia.

In un 2018 particolarmente vincente quali ritieni siano state le tue più grandi soddisfazioni?

È stato un anno splendido, ho vinto 5 corse e ho fatto qualche piazzamento prestigioso. La soddisfazione più grande è stata la vittoria del Campionato Italiano a Cronometro: lo inseguivo da tanto e mi era sempre sfuggito, sembrava una maledizione. Ero arrivato secondo, terzo e quarto… Alla fine sono riuscito a farcela.

Nel 2019 il passaggio al professionismo. Com’è scaturita questa decisione e come l’hai vissuta?

Mi è arrivata una proposta dalla Mitchelton-Scott, una squadra prestigiosa, con un progetto ben definito. Quando ci siamo sentiti mi hanno prospettato un piano serio e concreto di crescita, davanti a questo scenario non ho potuto che accettare.

Qual è il gap tra il dilettantismo e il professionismo in termini di allenamento e sforzo mentale?

Devo ammettere che non ho sentito un salto incredibile. L’esperienza in Olanda mi ha preparato perfettamente al professionismo sotto molti punti di vista: dalla banale conoscenza della lingua inglese (fondamentale in un team prevalentemente australiano e neozelandese), alla gestione degli allenamenti e dei ritmi nella vita di tutti i giorni.

Cosa pensi di questa annata d’esordio? A cosa sono legati i ricordi più vividi e le sensazioni più belle?

È stato un anno più che positivo, ho portato a casa 3 vittorie: una in linea, una crono e una crono a squadre. Sono arrivato terzo agli Europei e ai Mondiali crono. A questo devo aggiungere che sono riuscito a portare avanti un calendario importante, che comprendeva anche le classiche più ambite.

Proprio tra le varie classiche c’è stato qualcosa in particolare che ti ha estasiato o colpito? Qualche particolare che ti abbia fatto realizzare di essere veramente nel gotha del ciclismo?

Certo, l’esempio più eclatante è la Parigi-Roubaix. Una corsa brutale, ho capito sulla mia pelle perché la chiamino ‘l’Inferno del Nord’. Ho avuto la fortuna di correrla senza troppe pressioni, dovevo semplicemente cercare di sganciarmi con la prima fuga, ma non c’è stata. Dentro il velodromo, gli ultimi minuti di corsa, vedevo doppio: è stata una prova durissima. Nelle Fiandre mi sono sentito all’interno dell’università del ciclismo, l’atmosfera di festa era contagiosa, le strade erano piene di gente, mentre pedalavo percepivo un clima unico: i fiumi di birra, l’odore di patatine fritte… Sono sensazioni che ti sfiorano solo per qualche istante, non puoi assaporarle pienamente perché sei al limite delle tue forze. In generale è soddisfacente trovarsi spalla a spalla con ciclisti che fino a poco tempo fa vedevo solo in tv o di sfuggita in Nazionale: Nibali, Sagan, Viviani, avere vicino campioni di questa caratura m’inorgoglisce, mi fa pensare che adesso c’è qualcuno che in tv vede me.

Quali sono gli obiettivi a breve e a lungo termine?

Nel breve termine voglio confermare quanto fatto di buono in questa stagione d’esordio professionistico. Mi piacerebbe inanellare prestazioni buone e continue, vorrei progredire nelle classifiche generali e  tagliare nuovi traguardi con la maglia Azzurra. Far parte della Nazionale italiana e conquistare, come accaduto quest’anno, un terzo posto nei Campionati crono Europei e Mondiali di Alkmaar e Harrogate, dà una spinta a fare sempre di più.

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