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Patty Mills, l’aborigeno

Re di questo mondiale, campione NBA, figlio di un popolo cancellato

Gianmarco Pacione

12 settembre 2019

Patty Mills è il giocatore più dominante di questo Mondiale. Lo ha dimostrato nei quarti contro una coraggiosa Repubblica Ceca: 24 punti di cui 16 nel primo, difficilissimo, tempo. 6/9 dalla lunga distanza, 4 rimbalzi e 6 assist: una partita totale, giocata da leader acuto.

Vedere giocare Mills è uno spettacolo di rara bellezza. L’occhio profano si concentra sul polso spezzato e sulla scia arancio Molten che colora inevitabilmente la retina; l’occhio esperto, invece, viene attirato dalla sua capacità unica di uscire dai blocchi in totale equilibrio, dalla serialità ed efficacia dell’esecuzione. La composizione geometrica del suo jumper è surreale: il 5 dei Boomers riceve sempre ad altissima velocità, il busto è in linea e rivolto al canestro, il caricamento è immediato.

L’arresto e tiro di Mills si libra in aria insieme alle caratteristiche treccine, s’infrange nella retina ricordando la melodia delle instancabili onde del suo mare Arafura. L’arresto e tiro di Mills, con il difensore disperso e confuso, parte costantemente dalla base, dal vorticoso movimento di piedi: una preparazione che ricorda fatalmente un ballo tribale, indigeno, primordiale.

Una danza, quella delle sue Under Armour, studiata, personalizzata e affinata profondamente negli anni. Passi ondulati e turbinosi simili a quelli ancestrali che Mills esegue a piedi nudi, davanti ai suoi parenti, ogni volta che ritorna nella sua patria. Perché Patty Mills non è un australiano comune, l’avrete notato: tra i Boomers è l’unico giocatore di colore, tra i 12 Aussies soprattutto è l’unico aborigeno.

“Il mio patrimonio, la mia cultura e la mia provenienza significano tantissimo per me, più di qualsiasi altra cosa”

La sua storia parte da un lontano mondo esotico, dalle Torres Strait Islands, punteggiato arcipelago a nord dell’Australia. Il padre è un indigeno locale, la madre, invece, è aborigena dell’ovest: due culture diverse, entrambe aggredite e fagocitate voracemente dall’insaziabile mostro del colonialismo bianco. Due culture incontratesi per caso a Canberra, nel cuore dell’Australia moderna.

Figlio classe ’88 di Yvonne e Benny, nato e cresciuto nella capitale, Mills assiste fin da giovane all’instancabile impegno sociale dei genitori, grandi attivisti nei movimenti a tutela degli indigeni australiani. Yvonne fa parte della così detta ‘Generazione Rubata’: un enorme numero di bambini aborigeni prelevato, per volere statale, dalle famiglie d’origine e trapiantato in famiglie adottive. Benny, invece, ha interrotto da giovane una secolare tradizione isolana, preferendo lo studio al mare, l’istruzione alla pesca di perle.

Sotto la pelle di Patty Mills trovano posto fin dalla nascita i valori di tre popoli. Una pelle mielata, scura, che durante l’infanzia gli costa lacrime, paura e rabbia. Negli anni ’90 l’atmosfera attorno agli indigeni australiani ha difatti un retaggio spietato e obsoleto: non è passato molto tempo dagli oscuri periodi in cui gli aborigeni erano vittime della profonda segregazione, impossibilitati anche solo ad usare bagni pubblici. Il giovane Mills trova nei genitori i suoi migliori amici, i più razionali consiglieri e inizia a rispondere alle vacue parole altrui con fiabesche prestazioni sul parquet.

“Tanti giovani indigeni stanno lottando, se hanno qualcuno che possa ispirarli è una grande cosa”

Aaron Baynes, il barbuto gigante australiano, è molto lucido nell’analizzare l’impatto della sua point guard titolare sulla società di cui lui stesso fa parte. Mills per i suoi tre popoli è stato un precursore: finita l’high school nel 2006, nonostante la limitata altezza (di poco sopra il metro e ottanta), vola in California a Saint Mary’s con una borsa di studio collegiale, diventando immediatamente protagonista della Division I e partendo titolare già nell’anno da freshman. 15 punti a partita la prima stagione, 18 la seconda: il grande salto arriva nel draft 2009.

Un aborigeno in NBA. Per l’Australia lo shock è enorme. Il movimento viene improvvisamente spinto da un atleta distante anni luce dal prototipo di australiano bianco, alto, con i capelli cristallizzati dal gel. Mills negli anni non si limita a giocare: seguendo l’esempio dei genitori parla, sensibilizza, è fiero della sua tripartizione culturale e non lo nasconde.

Dopo un inizio difficile nella Lega degli dei, il ragazzo di Torres Strait trova la sua isola perfetta in Texas, sotto la tutela del maestro Popovich. Dal 2012 ad oggi le prestazioni in maglia Spurs crescono esponenzialmente e Mills diventa fondamentale nelle rotazioni nero-argentate, arrivando a vincere un titolo da protagonista in uscita dalla panchina. Con Pop e compagni discute continuamente della sua storia, della sua gente, espone la sua spiccata sensibilità attorniato da uomini di grande caratura umana come Tim Duncan, Manu Ginobili, Boris Diaw…

Prima delle Finals 2014 contro LeBron e soci lo staff degli Spurs arriva a riunire tutta la squadra per parlare del Mabo Day, giornata paragonabile al Martin Luther King Day, incentrata sulla figura dell’attivista aborigeno Edward Koiki Mabo. Mills si commuove senza nasconderlo. A distanza di pochi giorni abbraccia il Larry O’Brien Trophy, sollevando il vessillo delle Torres Straits Islands insieme al connazionale Baynes.

“Non ho mai dimenticato chi sono e non lo farò mai”

Oggi Mills sta guidando la sua Nazionale in quella che potrebbe essere un’impresa storica: ennesimo tassello di un periodo dorato per i Boomers, già galvanizzati dalla vittoria contro gli USA dello scorso mese, in cui Mills ha scritto 30 nella casella dei punti realizzati. Un sogno, quello di salire sul tetto del mondo, che sembra tutt’altro che irrealizzabile.

Durante la offseason, prima della spedizione in Cina, Patty è tornato a Torres Straits, sfruttando il legame con Under Armour per inaugurare campetti e avvicinare giovani generazioni di aborigeni alla pallacanestro. Una lotta la sua, jumper dopo jumper, per l’affermazione del valore culturale, storico e umano di popolazioni che hanno a lungo rischiato di essere spazzate via. Una faida aperta contro il nuovo che vuole cancellare, annichilire.

Tutta Australia è pronta a riunirsi davanti alla televisione, anche la parte più recondita, selvaggia e liminare. Tutti sono pronti ad assistere alla danza sul parquet del figlio delle Torres Strait Islands. Tutti sono pronti a vedere scrivere la storia ai canguri vestiti di giallo e verde. Una storia che, se si dovesse realizzare, avrà anche il colore del miele scuro, il colore del popolo aborigeno.

Gianmarco Pacione

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