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Pat Beverley, l’insaziabile

Un teppista del parquet, una zecca irrispettosa? Scoprite la sua storia e cambierete idea

Gianmarco Pacione

22 ottobre 2019

“Sei felice? Va tutto bene Pat?”

Conoscere Patrick Beverley, prima di giudicarlo, è un dovere, un’ispirazione. Per farlo bisogna partire da questo virgolettato, da queste due domande che spesso, anzi, sempre accompagnano le telefonate tra lo specialista difensivo dei Clippers e Lisa, sua madre.

“Quando l’orologio segna l’orario che ti ho detto sveglia la mamma, ok? Devo solo dormire un po’ per poi arrivare a casa…”

West Side di Chicago, un bambino con gli occhi grandi e pensierosi osserva il vuoto all’interno di una scalcinata Ford Tempo. Al suo fianco una donna dorme sfinita, ha appena concluso il terzo lavoro della sua giornata. Il piccolo Patrick attende lo scorrere del tempo ammirando i duri lineamenti di quella donna, si rende conto che, vittima della stanchezza, non riuscirebbe a percorrere nemmeno un altro metro della statale senza addormentarsi al volante.

Lisa Beverley cresce il proprio figlio nel mare in tempesta della solitudine materna: lo fa lavorando come estetista, come operatrice di un call center, come baby-sitter. Occupa praticamente tutte le ore del giorno con il pensiero fisso di regalare una vita dignitosa al suo Pat, di regalargli ore di scuola, ore di campetto. Del padre c’è poco da dire: classico desaparecido disperso nelle ventose strade di Chicago, trascinato negl’inferi umani dall’abuso di crack e alcool.

Basta questo affresco d’infanzia per capire cosa spinga Patrick Beverley ad essere il giocatore più affamato della Lega, il cane da guardia temuto dai più grandi, l’incendiario antieroe detestato dai nobili del Gioco. Nella mente del figlio di Lisa non c’è e non c’è mai stato spazio per il bon-ton da parquet: l’eleganza, il dolce stilnovo cestistico nel suo credo sono sintomo di castrazione emotiva, di debolezza, di resa.

“Fanculo, sappiamo come ci si sente a non avere luci in casa”

Tuona così mamma Lisa nei nevosi sobborghi di Dnipro, Ucraina, anno 2008. La vita ha condotto i due ancora al buio, ad un oceano di distanza dall’Illinois. Beverley a 19 anni sta provando la prima esperienza overseas, costretto a prendere questa decisione dopo l’allontanamento da Arkansas a causa di problemi accademici.

Così eccoli, seduti sulle poltrone di uno scarno appartamento ucraino, in attesa dell’alba e del primo giorno di allenamenti in un contesto estremo, inaffrontabile. Beverley alla sua prima stagione da professionista fatica anche solo a scambiare un dialogo completo con i suoi compagni, con il suo allenatore. Si limita a stare in palestra per ore, ore e ancora ore, davanti allo sguardo severo ed esigente di mamma Lisa. Il rookie è una figura misteriosa per chi gli ruota intorno, nessuno comprende come faccia quel ragazzo ad allenarsi così tanto, a lasciarsi scorrere addosso le iniziali critiche per lo scarso rendimento, le derisioni per il talento limitato.

Il cervello di Beverley è tarato su frequenze diverse, uniche. Durante una partita di campionato prendono fuoco degli spalti, i giocatori delle squadre corrono impauriti, Pat osserva la scena tranquillo, impassibile. In pochi sanno che suo cugino sedicenne, la persona a cui più era legato, solo pochi mesi prima era stato trovato a terra crivellato di colpi d’arma da fuoco; in pochi sanno che Pat ha deciso già da tempo di non farsi nemmeno sfiorare dalla paura, ma solo di farsi lambire da essa.

“La gente pensava che me ne sarei tornato a casa. Non l’ho fatto, perché in realtà non avevo un posto dove andare”

Dal porto fluviale di Dnipro al Pireo. Beverley nella seconda stagione europea vivacchia ai margini del progetto Olympiacos. Gioca pochi minuti, non riesce a trovare spazio nelle rotazioni, eppure si allena mattina, pomeriggio e sera, diventa un incubo per i compagni. L’anno seguente scopre il freddo russo, a San Pietroburgo, dove vince il premio di mvp dell’Eurocup in maglia Spartak. Poi, insperata, arriva la chiamata dagli Houston Rockets.

“Non me ne fregava un cazzo di chi avessi di fronte. Il mio atteggiamento in campo è lo stesso che avevo nelle strade. Tu sei il miglior giocatore, io sono il miglior difensore”

A Houston nessuno dei giocatori conosce il figlio di Lisa, iniziano a studiarlo seguendo i suoi duelli con Jeremy Lin. Appena Lin si siede Beverley lo fa alzare, appena Lin si toglie le scarpe per rilassarsi, Beverley lo costringe a tornare sul campo. “Non posso prendere il tuo posto se tu non sei pronto e non giochi”, lo sentono urlare a bordocampo.

Dal 2013 al 2017 Pat aumenta la sua credibilità nello spogliatoio e nella Lega, conquistandosi un posto nello starting five Rockets e tracciando i connotati di un personaggio unico nel mondo NBA. È un Ron Artest cerebrale, è un Dennis Rodman in miniatura, è uno stalker senza ritegno. Nulla è costruito o artificiale nel suo modus operandi, tutto è figlio di una straripante, ferina necessità interiore di prevalere sull’altro, di dimostrare a sé stesso, a sua madre, al suo passato che tutto è raggiungibile, conquistabile, distruttibile.

“Ci sono 10 milioni di bambini come me a Chicago, LA, New York, Atlanta, Oakland, che affrontano gli stessi problemi senza farcela: non hanno una voce. Io parlo per loro, io gioco per loro”

Un bambino del West Side di Chicago, follemente innamorato di Kevin Garnett, che si ritrova ad iniziare la sua ottava stagione NBA con un contratto da 40 milioni di dollari fresco di firma. I Clippers gli hanno regalato Kawhi Leonard e Paul George: il sacro Graal del Larry O’Brien Trophy sembra non essere utopia per il figlio di Lisa. Per raggiungerlo Pat sta attaccando da qualche mese post-it motivazionali in ogni stanza della sua casa, all’interno della sua macchina, negli spogliatoi delle palestre d’allenamento.

“Championship”, “Vantaggio del campo”, “Ricordati i tuoi obiettivi”, “First Team All-Defensive Team” recitano alcuni di questi. Li passa in rassegna ogni sera prima di andare a dormire, ogni giorno prima di cominciare l’allenamento. Quest’estate non si è fermato un secondo, proprio come insegnava mamma Lisa girando vorticosamente la Windy City: in vacanza è stato visto nuotare per ore attorno alla barca ormeggiata, correre in spiaggia con delle Timberland ai piedi, tirare 400 jump shots consecutivi.

“Il corpo può andare tanto lontano quanto la mente glielo permette”

Mamma Lisa può finalmente dormire serena, il piccolo Pat dagli occhi grandi e attenti ha preso da lei e difficilmente la deluderà. Il cattivo dell’NBA, la zecca irrispettosa, quel profilo maledetto che a tanti fa storcere il naso, forse, da oggi, avrà qualche ammiratore in più. Forse tra qualche mese potrà sorridere davanti alla luce gloriosa delle Finals. Forse. Se dovesse succedere risuoneranno immediatamente quelle parole intime e laconiche.

“Sei felice? Va tutto bene Pat?”

“Mamma, sapendo che tu sei felice, anch’io lo sono”

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