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Non solo Azzurro

Sabato l’Italia vestirà di verde, quante altre volte la Nazionale ha abbandonato l’Azzurro?

Gianmarco Pacione

7 ottobre 2019

Puma ha svelato oggi il nuovo kit “Rinascimento” destabilizzando una grossa fetta di calciofili italiani. È stato scelto il verde come colore dominante, una decisione romantica e legata alla nuova generazione che sta velocemente popolando la rosa di Roberto Mancini: un gruppo giovanissimo, in cui 12 giocatori devono ancora spegnere le 25 candeline.

Il precedente storico, da cui ha preso vita l’originale idea, è distante nel tempo 65 anni. Bisogna tornare al 1954, quando l’Italia affronta l’Argentina in un Olimpico stracolmo ed eccitatissimo: finisce 2-0 con le reti di Frignani e Galli. L’Italia gioca in maglia verde per la prima e unica (fino ad ora) volta della sua storia. Da quel momento in poi è la Nazionale Juniores a vestirsi così, almeno per tutti gli anni ’50, utilizzando quel particolare colore come simbolo di speranza per i giovani talenti destinati alla Nazionale maggiore.

Dal 1954 al 2019, dall’Olimpico senza copertura all’attuale gioiello della Capitale. L’Italia rinascimentale affronterà la Grecia con la stessa originale variante cromatica dei suoi illustri antenati. Ci sono state altre occasioni, però, in cui gli Azzurri hanno abbandonato il loro colore rappresentativo nel corso dell’ultimo secolo.

15 maggio 1910. La genesi della maglia Nazionale non è tinta di azzurro ma di bianco. L’esordio ufficiale avviene contro i cugini francesi, in una sfida tra pionieri del football in cui tutti i giocatori vestono i pantaloncini del proprio club abbinati ad una t-shirt neutra. Solo a distanza di un anno, contro l’Ungheria il 6 gennaio 1911, gli antesignani del pallone nostrano indossano la prima divisa ufficiale azzurra: colore scelto dalla FIGC in omaggio alla Casa Savoia e allo stendardo rappresentativo della famiglia, dove regna il cosiddetto “blu Savoia”, un blu intenso ispirato alla tinta del manto di Maria Vergine.

17 febbraio 1935. L’Italia, in pieno regime fascista, oltre al fascio littorio cucito sul petto si presenta per la prima volta con una maglia completamente nera in un incontro ufficiale. È una decisione presa direttamente da Benito Mussolini. Questo episodio è bissato nei quarti di finale dei Mondiali di Francia 1938, quando l’undici di Pozzo scende in campo con un completo all black, aizzando il pubblico di Marsiglia e ricambiando i fischi con uno stentoreo saluto romano. Una pura mossa di propaganda politica, rafforzata dal 3-1 inflitto ai padroni di casa e seguita dalla vittoria del secondo Mondiale consecutivo. L’Italia abbandona poi il fascio littorio solo al termine della Seconda Guerra Mondiale, sostituendolo con l’attuale tricolore.

14 novembre 1994. Non si parla di Nazionale maggiore ma di Under 21. In un episodio pittoresco, passato alla storia per la sua assurdità, l’Italia scende in campo vestita di rosso. Gli avversari croati, difatti, pur consapevoli di dover giocare in blu, si presentano a Caltanissetta con le divise bianche: colore che combacia perfettamente con i kit preparati dallo staff italiano. Priva di maglie azzurre in territorio siciliano, la delegazione FIGC decide di chiedere un aiuto al Nissa, squadra in quegli anni militante in Eccellenza. Dopo una lunga ora d’attesa la muta rossa viene consegnata ai giocatori e la contesa ha inizio. Finisce 2-1 per la giovane Italia di Del Piero, Tacchinardi e Fabio Cannavaro.

Chissà se l’idea di Puma lascerà spazio, in futuro, ad altri artistici ritocchi sulla canonica divisa Azzurra. Il passato ci ha regalato esempi di un’Italia-arcobaleno: il futuro cosa ci riserverà? Sicuramente sabato sarà strano, stranissimo, vedere la nostra Nazionale di verde vestita.

Gianmarco Pacione

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