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Nobiltà obbligata, Jamal Murray

Il kung fu, la neve, la meditazione. Un Bruce Lee in NBA

Soffiava il vento, un vento gelido, di quelli che sferzano mani, occhi, pensieri.

Soffiava il vento e Jamal Murray non se ne curava, sedeva a gambe incrociate, alla ricerca della pace interiore, del battito rallentato, immaginando la sfera Spalding tra le sue mani.

Era il tipico clima dell’Ontario, era la neve ai margini del playground casalingo, era la routine di un ragazzo particolare, unico, destinato alla grandezza cestistica.

Una nobiltà obbligata, quella di Jamal Murray, una raffinatezza in parte artificiosa, che sul parquet incanta, seduce.

Una signorilità generata da anni di allenamenti provanti, di fortificazioni mentali erette fatica dopo fatica, meditazione dopo meditazione.

“Sono nato in una casa in cui il kung fu era tutto”

Da Bruce Lee a Jackie Chan, il padre Roger avvicina fin dalla tenera età il primogenito alle arti marziali miste. Serate trascorse sul divano, ad osservare in religioso silenzio pugni coreografici e nunchaku roteanti.

Al fanatico Roger, però, non basta che il figlio ammiri quei funamboli asiatici della violenza, esige che li analizzi: “Indicava la televisione da vicino e mi faceva notare il loro equilibrio, il lavoro di piedi, la pazienza e la forza del loro pensiero”.

L’intento di papà Murray diventa chiaro fin dal primo momento: applicare la filosofia marziale alla pallacanestro, rendere il figlio una sorta di ponderato e inscalfibile maestro del parquet. Per farlo, obbliga l’adolescente Jamal ad abbandonarsi completamente al concetto di lavoro.

Flessioni nella neve, corse collinari ad ogni tiro libero sbagliato, interminabili esercizi di ball-handling inframezzati da qualche sorso di tè caldo, per evitare il congelamento dei polpastrelli.

I film di Bruce Lee vengono trasposti nella fredda realtà canadese, nella screpolata lingua d’asfalto adiacente casa.

Si crea presto una mistica attorno alla figura di Jamal.

All’interno della comunità locale si storcono i nasi davanti a un ragazzo iperattivo, accompagnato ogni secondo dal severo sguardo paterno.

Le luci della palestra liceale restano accese fino a tardi, tardissimo: un’abitudine che Murray non si sarebbe mai scrollato di dosso.

“Durante un ritiro con la nazionale giovanile canadese chiesi a Jamal di smettere di allenarsi”, racconta coach Rowan Barret, papà del noto RJ, “Al termine delle canoniche ore con la squadra, lui si fermava a tirare all’infinito. Decisi di farmi consegnare le scarpe, per evitare che continuasse fino a notte inoltrata. Più tardi vidi le luci del campo ancora accese e sentii un pallone rimbalzare: Jamal stava tirando scalzo”.

Niente videogiochi, niente cellulare, niente uscite con gli amici. La crescita di Murray veste i panni di un lungo ritiro spirituale indotto.

Nei momenti di pausa dall’attività fisica, gli viene richiesto di prendere del tempo per sé stesso, immergendosi nella meditazione.

Focalizzare l’avversario, focalizzare i propri gesti tecnici, le proprie scelte.

A Kentucky, al servizio di John Calipari, brilla come nessun altro nella storia dei ‘Wildcats’: segna 20 punti a partita e s’impone come miglior freshman (dal punto di vista realizzativo) nella storia dell’ateneo.

L’ingresso nel mondo dei grandi, però, non è quello atteso. In Colorado ritrova il vento gelido del suo Ontario, ma non il fondo della retina.

Nella rarefatta NBA fatica ad ingranare, non riesce a trovare il giusto flusso, la giusta continuità.

Solo grazie al bagaglio personale Murray riesce ad affrontare questo momento negativo. Il ventenne canadese non si scompone, decide di trovare rifugio nei propri capisaldi: la meditazione e il lavoro.

Inizia a capitare, frequentemente, di trovarlo la prima mattina disteso su qualche divano della struttura d’allenamento dei Nuggets. Viene svegliato dagli addetti alle pulizie, distrutto da nottate di esercizi individuali e video guardati in loop.

“A volte gli dobbiamo spiegare che il troppo non aiuta: l’impegno va bene, ma serve una misura”, commenta il presidente Tim Connelly.

Nonostante gli avvertimenti societari e alcune panchine punitive, la posizione di Murray non cambia di un millimetro: “La fatica è una cosa, gli infortuni un’altra: essere stanchi per un allenamento extra non fa parte del mio modo di essere”.

Un modo di essere che oggi ha fatto definitivamente deflagrare la point guard arrivata dal nord. 50 punti in gara 4 contro i Jazz, 42 in gara 5.

Una galleria di canestri spaziali, avvitamenti aerei, fiondate soffici dopo vorticosi cambi di mano.

Quello che impressiona di Murray è il controllo del corpo, dell’uno contro uno, è lo scarico aereo in una frazione di secondo, è l’obiettiva onnipotenza offensiva.

Le zero palle perse nelle ultime due gare, poi, sono un numero francamente incomprensibile, soprattutto alla luce dei possessi giocati palla in mano.

Ora sì che può definirsi nobile, Jamal Murray, ora sì che può forgiarsi del titolo di maestro marziale della palla a spicchi.

Nella bolla di Orlando si è definitivamente concretizzato il sogno di papà Roger: Bruce Lee può anche giocare a basket.

Gianmarco Pacione

Sources & Credits

 

 

Photos sources:
https://www.nba.com/nuggets/photogallery/jamalmurray201718
https://www.denverstiffs.com/2020/8/17/21372687/jamal-murray-is-well-on-his-way-to-stardom Video sources: https://www.youtube.com/watch?v=PEKJzv4H0P8

26 agosto 2020

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