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“Believe it!”

Lunedì notte i Cavaliers di Virginia si sono aggiudicati il titolo NCAA nella finale di Minneapolis contro Texas Tech. Otto punti e un supplementare hanno segnato la differenza tra la gloria eterna e la grande occasione perduta. Il ritratto di un’età dell’innocenza che non c’è più, nonostante le lacrime, nonostante il profumo delle rose.

Otto punti segnano la differenza tra la gloria eterna e la grande occasione perduta. Otto punti e un supplementare, quello che ha deciso la finale NCAA di Minneapolis tra Virginia e Texas Tech. Era la partita delle sorprese, tra squadre che non erano mai arrivate tanto in alto. Lungo il tragitto del bracket erano caduti gli scalpi dei giganti storici del college basketball, da North Carolina a Duke. Allo US Bank Stadium si sono sfidati dei sentimenti, più ancora che dei giocatori. Otto punti: questa la distanza che ha consegnato ai Cavaliers di Virginia un titolo che negli Stati Uniti è, in senso sportivo, il ritratto di un’età dell’innocenza che non c’è più. Ed è stato, lo showdown di lunedì, più poesia che prosa, in un 85-77 che sta tutto nel pianto di Davide Moretti, il Maestro, come l’hanno chiamato a Lubbock, la città che ospita TTU e i Red Raiders. Lui, figlio di Paolo, che è stato uno dei più sontuosi talenti della pallacanestro italiana degli anni ’90, ora coach di Pistoia, ha trascinato la sua squadra fuori dal burrone in cui Virginia li aveva spinti più volte. La sua maglia numero 25 resterà per sempre nel ricordo di chi l’ha vista e di chi, a Minneapolis, non c’era. Ne ha messi 15, con i Cavaliers, e ha tenuto a galla i Red Raiders mentre Virginia imprigionava il genio di Jarrett Culver, lo splendido local hero nato vent’anni fa a Lubbock. L’italiano e il texano, a capeggiare questo gruppo che, come scrive George Watson, il media manager di TTU, all’indomani della sconfitta, “non è un fuoco di paglia. Texas Tech è qui per restare”. A cominciare dal suo coach, Chris Beard, votato dall’Associated Press quale miglior allenatore della stagione. L’alloro del vincitore, però, se l’è preso Tony Bennett, da dieci anni sulla panchina di Virginia, asceso tra le divinità venerate a Charlottsville, la casa dei Cavaliers.

La diavoleria di Minneapolis sta in quegli otto punti. E, ancor di più, nei tre di vantaggio che TTU si era ricavata a 13’’ dalla fine del secondo tempo, dopo essere rimasta perpetuamente sotto nel punteggio, messa sotto scacco dalla difesa di Virginia, dall’ispirazione dei suoi giovani campioni: Kyle Guy, figlio dell’Indiana, come Larry Bird, e poi De’Andre Hunter, il ragazzo venuto da Philadelphia. A piazzare nel canestro di Texas Tech il tiro da oltre l’arco che ha rimesso in parità la finale è stato lui, e sempre lui ha totalizzato 27 punti e 9 rimbalzi, dando ragione a Bennett, che ha spronato i Cavaliers nel momento in cui stavano andando a fondo: “Voi avete affrontato una pressione che nessuna squadra nella storia ha avuto”, ha detto il coach, e il riferimento era anche a quel che è avvenuto un anno fa, con Virginia che fu eliminata al primo turno, e per questo derisa, criticata e schernita. Il mondo si è capovolto a Minneapolis, e doveva essere destino, perché i Cavaliers già in semifinale avevano ripreso, e vinto, una partita che pareva aver decretato il loro commiato, con Auburn follemente beffata per i tre liberi omaggiati a Guy a un amen dalla sirena a siglare un terrificante sorpasso.
Spetta ai filosofi del Gioco elaborare una teoria sufficiente e necessaria per dire se ci sia più magnificenza nel successo di Virginia o un senso di rimpianto per il tocco di magia che avrebbe rappresentato la vittoria di TTU. Beard, alla vigilia della partita, aveva parlato di quanto, per arrivare a un giorno così, ci sia bisogno di una mistica convinzione collettiva. Il suo è un manifesto di quel che significa lottare nello sport e, senza forse, nella vita, e sull’esigenza di avere al fianco delle persone che hanno fiducia in quel che fai: “Crederci alle 10 quando sei fuori città, da qualche parte sulla strada. Crederci al mattino, crederci quando stanno parlando con la propria moglie, al proprio figlio”. Beard, negli stessi dieci anni in cui Bennett ha portato Virginia a diventare una squadra vincente, è passato da un ruolo di assistant coach proprio a Texas Tech, per assumere un incarico da allenatore capo tra i semi-professionisti dei South Carolina Warriors, in ABA. Dopo essere transitato dalla Division III alla Division II, è stato all’università di Arkansas. Di seguito, il ritorno a Lubbock, fino a Minneapolis.

“Mi dispiace”. Questo è quel che ha detto a Beard, appena terminato l’overtime con Virginia, Brandone Francis, la guardia dei Red Raiders che ha concluso il proprio cursus universitario nella notte dello US Bank Stadium, straboccante di passione e tensioni, con 72mila spettatori sulle tribune. Il tempo del college basketball è finito così anche per Matt Mooney, che si è trasferito un anno fa a TTU, proveniente da South Dakota, capace di segnare 17 punti nella partita di Elite Eight vinta contro Gonzaga, quella che ha consentito a Texas Tech di entrare tra le prime quattro e andare a Minneapolis. In semifinale, Mooney ne ha infilati altri 22 per sconfiggere Michigan State. E lascerà Lubbock pure Tariq Owens, immaginifica ala con una folta chioma di capelli trattenuti da una fascetta di spugna. Tariq, quando aveva quattordici anni, ha perso sua madre, Cassandra, uccisa da un tumore al pancreas. Suo padre, Renard, ha cresciuto da solo lui e le sue due sorelle: “Promisi a mia mamma che avrei fatto tutto qualsiasi cosa potessi nel basket, tenendomi fuori dai guai. Provo ad onorare quella promessa ogni giorno”, ha ricordato Tariq in questi mesi, mentre i Red Raiders avanzavano verso Minneapolis, partita dopo partita, vittoria dopo vittoria, non fermandosi nella sconfitta, riprendendo sempre il cammino.

Di questi ragazzi è fatta Texas Tech e quel che ne resterà. Ha detto Jarrett Culver: “Godetevi questi momenti. Questo, nelle scorse settimane, ci ha raccomandato di fare il coach. Non ci sono molte persone che possono vivere momenti così. Tutti ricorderanno che siamo arrivati alla Final Four e quanto grande sia stato per noi. Ed è come aver annusato il profumo delle rose. Vivi il momento e ogni cosa sia attorno a te”.

Believe it : credici. Niente di più perfetto.

Matteo Fontana
Twitter @teofontana
Instagram @matteofontana1976

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