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Montolivo è un signore

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Odiato, insultato e schernito. L’ex capitano del Milan se l’è veramente meritato?

Gianmarco Pacione

13 novembre 2019

Ce l’hanno fatta. Missione compiuta. Riccardo Montolivo ha firmato con il sangue il suo addio al calcio dopo anni di assenza dalle scene pubbliche. Si dia fiato alle trombe, si srotolino nuovamente gli striscioni rossoneri, si organizzino feste private: il virus è stato debellato, il male assoluto ha piegato le ginocchia, per fortuna, definitivamente.

È arrivato il momento di scrivere uno stato su Facebook, di pubblicare una storia su Instagram. Sai che risate gli amici? Sai che divertente deridere ancora una volta quel personaggio emaciato e irritantemente silenzioso? Una goduria rara.

Il popolino in fondo aveva scelto già da tempo, l’onda si era tramutata in tsunami e aveva travolto vertici dirigenziali e staff milanisti: via il campo, via la fascia di capitano, via gli allenamenti in gruppo, via dalla tournée americana. Panchina, tribuna, tribuna e ancora tribuna. Una guerra psicologica impossibile da perdere, un’aggressione sportiva e lavorativa alla luce del sole e all’ombra di Milanello, conclusa nel modo più inevitabile.

Qualche quesito, però, sorge spontaneo. Tra i vari insulti e i latrati d’odio qualcuno ha mai riflettuto sulle reali condizioni di Montolivo? Qualcuno ha mai pensato al calciatore, anzi, all’essere umano vessato costantemente da acquazzoni di subdole battutine e imprecazioni vomitate? Qualcuno ha mai riflettuto sul senso d’impotenza derivante da ore di allenamento differenziato, da mesi di calcio non giocato, da anni di emarginazione forzata? Qualcuno pensava realmente di essere divertente quando esultava per un infortunio grave?

Partiamo da un presupposto. Riccardo Montolivo era (e tocca parlarne al passato, visto il ritiro) un ottimo giocatore. Gli anni a Bergamo e Firenze l’hanno ampiamente dimostrato e chi sostiene il contrario o è in malafede o, semplicemente, di calcio capisce poco. A Milano la discesa negli inferi dell’eccessive pressioni e le strane congiunzioni astrali hanno trascinato Montolivo in un blackout generale: un abisso di silente dolore dove tanti sono i colpevoli e solo una è la vittima.

L’effetto social e gli schiamazzi della grande massa hanno fatto il resto, relegando il classe ’85 dal ruolo di fulcro umorale e calcistico rossonero a tabù da allontanare velocemente sia dagli occhi che dalla mente.

A chi prova a lavarsi la coscienza aggrappandosi agli assegni incassati dal centrocampista, rispondono le parole rilasciate al Corriere della Sera in questi giorni: “Era iniziato uno stillicidio di voci. Io stavo bene, sto bene, ma qualcuno iniziava a non crederci: come se non si volesse contraddire il Milan e puntare su di me. Comunque sia chiaro: non ho mai rifiutato un trasferimento”. Il panorama calcistico europeo aveva già fatto la propria scelta, condizionato da una situazione surreale. A chi non crede alle parole dell’ex Atalanta e Fiorentina sorge spontaneo chiedere di riflettere: che felicità può trarre un calciatore dal concludere una carriera in questo modo? I soldi? Siamo così sicuri che possano bastare gli euro a rendere meno amaro un sipario chiuso così penosamente?

Ora Montolivo lascia il calcio professionistico, lo fa con la sua distintiva signorilità, una caratteristica che forse, al giorno d’oggi, altro non è che un intralcio alla popolarità e alla carriera sportiva. Forse avrebbe dovuto alzare i toni, forse avrebbe dovuto impuntare i piedi e uscire sulle prima pagine mesi addietro, forse avrebbe dovuto rispondere in modo arrogante a detrattori ed haters invece di accarezzarli…

Pensare al passato prossimo ormai conta a poco. Chi voleva Riccardo Montolivo lontano dai campi per un vezzo personale, per un capriccio dettato da chissà quale tipo di rabbia repressa o per un’istrionica necessità di ricevere consenso sul web, ce l’ha fatta. A questi esperti da tastiera e divano vanno tutti i complimenti. L’operazione è conclusa. Passate pure al prossimo obiettivo.

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