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Mike Rostampour: sostenere le donne iraniane vuol dire sostenere l’umanità

Abbiamo raccolto le parole di denuncia di un volto di spicco del basket e dello sport iraniano

È difficile penetrare la coltre di silenzi e irreperibilità che sta soffocando le maggiori personalità sportive iraniane. Nelle ultime settimane di proteste e sollevazioni popolari abbiamo letto le pesanti parole di Sardar Azmoun, il ‘Messi d’Iran’ che aveva utilizzato i propri canali social per sfogare la propria sofferenza. Oltre alle sue parole, poche testimonianze di atleti di alto livello hanno raggiunto i media internazionali. D’altronde non è facile esporsi, non è facile guidare con l’esempio una (necessaria) rivoluzione sociale che sta creando paura, dolore, sofferenza, morte.

Michael Rostampour ha deciso di farlo. ‘Mike’, nato nel Minnesota ma di chiarissima origine iraniana, è stato per lungo tempo un punto di riferimento della la Nazionale iraniana e un giramondo del basket (ha giocato, per esempio, in Slovacchia, Messico e Canada). Con il ‘Team Melli’, soprannome persiano della sua Nazionale, ha partecipato recentemente alle Olimpiadi di Tokyo e ai Mondiali cinesi del 2019. Ora sta per compiere 31 anni e, dopo aver vinto il primo titolo nazionale nella storia dello Shahrdari Gorgan, squadra dell’omonima città iraniana, ha deciso di lasciare il parquet e chiudere la carriera professionistica.

La sua testimonianza è un fondamentale atto di coraggio, è l’urlo di un uomo di sport conosciuto in tutto il proprio Paese, è una consapevole confessione che abbiamo avuto la fortuna di raccogliere.

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Cosa sta succedendo nella società iraniana?

“Il popolo iraniano vuole la libertà. Ascoltate le voci nei video che girano sui vari media, ascoltatele bene e capirete cosa chiedono. Tutto questo è stato sotto la nostra pelle per tanti anni, ma oggi gli iraniani sono disposti a morire per la propria libertà. Non vogliono la fine di sanzioni internazionali, non vogliono un accordo nucleare. Vogliono la libertà. Un basilare diritto umano. Ecco perché ci si può schierare solo da una parte”.

Come mai questo desiderio di rivoluzione sociale è esploso solo nelle ultime settimane?

L’omicidio di Mahsa Amini ha colpito le donne di tutto il Paese. Quasi tutte, se non tutte loro hanno vissuto esperienze negative con la polizia della moralità. Sanno che tutto questo è possibile, lo sanno per esperienza personale. Ora si è creato un effetto a catena in tutto il mondo, non solo all’interno dell’Iran. Ovunque si stanno svolgendo manifestazioni per richiedere il rispetto dei diritti umani di base in Iran”.

Sei nato nel Minnesota, USA, e grazie alla pallacanestro hai avuto l’opportunità di viaggiare ed esplorare molti altri Paesi e culture. Come valuti le condizioni delle donne iraniane?

“Le donne del Medio Oriente hanno per distacco le peggiori condizioni di vita al mondo. Non è una novità. Iran e Afghanistan sono sul fondo di questa classifica. Queste donne desiderano vivere la loro vita come le donne europee o americane. Quanto è triste che gli uomini di questi Paesi permettano che tutto questo accada alle loro madri, sorelle, amiche, cugine e mogli? Dovrebbero provare un grande senso di vergogna. Se non sei a favore dei diritti delle donne, non sei a favore dell’umanità”.

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Cosa significa essere un atleta iraniano oggi e rappresentare il Paese a livello internazionale?

“Non ha significato. Ora bisogna concentrarsi unicamente sulla richiesta del popolo iraniano di ottenere dei diritti umani basilari. Se sei un atleta, se rappresenti questo Paese, devi sentirti in dovere di parlare per coloro che sono senza voce. Le persone non sono stupide. Coloro che parleranno e si esporranno saranno ricordati per sempre, quelli che non lo faranno saranno dimenticati”.

Hai avuto modo di osservare la protesta della Nazionale di calcio iraniana e di ascoltare le parole della stella Sardar Azmoun? Cosa ne pensi?

“Come ho detto in precedenza, ci si può schierare solo da una parte: dalla parte dei diritti umani. I diritti che sta reclamando il popolo iraniano. Vestire la maglia del ‘Team Melli’ è il più grande onore che abbia avuto nella mia vita. Il mio coach mi ha sempre detto questa frase: “Noi giochiamo per il nostro popolo”. Oggi migliaia di miei connazionali vengono vessati nelle strade. Ho il dovere di parlare per loro. Rappresentare l’Iran ai Giochi Olimpici per me è stato un sogno. Ora devo fare la mia parte per far sì che il popolo che ho rappresentato abbia la possibilità di realizzare i propri sogni”.

Pensi che ci sarà un futuro migliore per le donne iraniane e che otterranno quello che stanno chiedendo?

“Assolutamente, senza dubbio. Può accadere oggi, domani o chissà quando… Ma la volontà del popolo iraniano alla fine si concretizzerà, come la storia ha sempre dimostrato”.

Credits: Ashkan Mehriar

Testo a cura di Gianmarco Pacione

 

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