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Mike Hailwood e il mito del Tourist Trophy

Mike “The Bike” non pensava di essere un pilota così speciale, non si prendeva del tutto sul serio, e forse per questo è diventato una leggenda.

L’isola che non c’è esiste per chi vuole una vita spericolata. Tra Inghilterra e Irlanda, Man è il regno degli Steve McQueen che escono dal cinema e galoppano su diavoli che sputano fuoco dagli scarichi, destrieri sulfurei che scappano a più di 200 chilometri all’ora, tra declivi, strettoie, imbuti in cui passano gli spilli: è il Tourist Trophy, la corsa motociclistica che, nella prima settimana di giugno, ogni anno, trasforma il silenzio in un rombo guerresco. Era la sua patria: lì Mike Hailwood ha costruito la leggenda. Ne ha vinti 14, di TT. Vita spericolata, ma sul serio. Era born to run persino prima di Bruce Springsteen. Mollò il college e andò a lavorare alla Triumph, la casa britannica che rivaleggia per fama con l’americana Harley Davidson. I cronisti di un tempo, parlando dei motociclisti, li chiamavano “centauri”, come la creatura metà uomo e metà cavallo della mitologia greca. Hailwood ne è stato la rappresentazione reale. Giocando con il suo nome, presto divenne Mike “The Bike”. Mike la moto: una cosa sola.

Man era un feudo che difendeva attaccando, girando la manopola dell’acceleratore fino a farle schizzare scintille, nei duelli con il suo più grande rivale, Giacomo Agostini, il seduttore italiano, viso alla Marcello Mastroianni, un genio che domava il fulmine. Il loro confronto ha i toni di una disfida mitologica, è analoga agli scontri tra gli dei narrati nell’Iliade da Omero, tra i numi che parteggiano per i Troiani e quelli che sostengono gli Achei. Agostini ha con sé una bellezza latina eppure apollinea, lo sguardo che nasconde, sul fono dell’iride, un filo di malinconia, un Ettore dalle molte Andromaca. Hailwood è severo, ha un’espressione austera, è un guerriero della motocicletta, un Achille immerso nello Stige dalla madre Teti, alla nascita, per renderlo invulnerabile. Soltanto così puoi evitare i velenosi dardi del Tourist Trophy. La sfida di Man era come guardare “Easy Rider” con Peter Fonda e Dennis Hopper che, invece che attraversare gli Stati Uniti, bruciavano gli angoli d’asfalto di quell’isola in cui Capitan Uncino era dietro curve nascoste. Ma Hailwood era “The Bike” fuori da Man, con una collezione di Mondiali vinti in 500, in 350, in 250. Della morte si faceva beffe montando in sella. Il motore che ruggiva era un elisir che lo trascinava via per farlo entrare nella terra dei Lotofagi. Per questo corse anche in Formula 1, dove non poteva essere un sire, ma nemmeno sarebbe stato un vassallo.

Mike Hailwood non era nato per servire: doveva battere il destino. Era di famiglia ricchissima, aveva milioni di sterline, ma non era la pace quieta assicurata dai fondi di cui disponeva, o lo stile di vita dell’alta borghesia inglese, passata nella quiete silenziosa della campagna, indossando abiti in tweed e dedicandosi alla caccia alla volpe, il desiderio che inseguiva. Era talmente grande, il carisma di Hailwood, da indurre una fetta considerevoli di appassionati italiani a tifare per lui, e non per Agostini, l’eroe nazionale. Quando, nel 1978, vinse a Man alla guida di una Ducati quattro tempi – lui che ne aveva avuta una in regalo, anni prima, da suo padre Stan affermato commerciante –, ribaltò le gerarchie commerciali del settore, portando le bicilindriche di Borgo Panigale, allora sotto il controllo statale, verso la piena diffusione mondiale. Nico Cereghini, guru del giornalismo motociclistico, di Hailwood ha scritto: “«Accidenti, e non mi sono neanche impegnato al massimo». Migliorava il record al Tourist Trophy, tutti gli si facevano intorno raggianti, ma nulla poteva convincerlo: Mike Hailwood non pensava di essere un pilota così speciale, non si prendeva del tutto sul serio, e forse per questo è diventato una leggenda. Mike The Bike. Facile. Quattro lettere, il suo nome come la moto, e in più anche la rima. Come una canzone. E quel cognome, Hailwood, che pare l’ultima sgassata del meccanico nel riscaldamento di un motore da corsa con tanti cilindri. L’ago a 15 mila giri e subito dopo a zero, immobile”. Giorgio Terruzzi, firma geniale che porta la leggerezza della poesia tra il rombante frastuono dei motori, lo ricorderà come una “figura gigantesca del motorismo, la cui storia contiene talento e passione; coraggio e vita cruda in abbondanza, qualcosa che le corse hanno perduto, che profuma di olio ricinato, mani sporche di grasso, azzardi assoluti. Mike aveva addosso una fregola strepitosa. Qualcosa che lo portò a correre e a vincere con una rapidità sconcertante, senza abbandonarlo mai”.

Quella morte che tante volte, in pista, aveva scacciato, gli tese il tranello più crudele mentre guidava sulle strade di casa, vicino a Birmingham, e viaggiava in auto con Michelle e David, i suoi figli. Stavano andando a comprare del fish & chips, un camion fece inversione sulla corsia di marcia, lungo la A435. Uno schianto, la lotta per non arrendersi alla perfidia della nemesi. L’orrenda nemica si portò via Michelle e poi lui. David si salvò. Eppure “The Bike” aveva sconfitto il demonio. La scala per il Paradiso la salì dando gas: lo attendevano gli angeli.

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