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L’uomo da Cesenatico che conosceva le imprese

Marco Pantani ci ha lasciati il 14 febbraio del 2004.
Una ferita che il tempo a distanza di anni non ha cicatrizzato.

È il 26 luglio del 1998: sportivamente non è un’estate magica. Maledetti rigori, e maledetti francesi che dal dischetto ci hanno spedito a casa dal mondiale. La Francia celebra in casa la Grandeur con il primo titolo della sua storia, a noi non resta che una sacca di bile.
L’occasione per tirarci un po’ su il morale, potrebbe darcela Marco Pantani al Tour de France. Ha vinto il Giro piegando la resistenza di Pavel Tonkov, e in Francia va a caccia di una maglia gialla che all’Italia manca dal 1965, quando a indossarla a Parigi fu Felice Gimondi. Vero che sui Pirenei ha sofferto e in classifica è a tre minuti da Jan Ullrich, ma dovesse fare un’impresa sulle Alpi, potrebbe sfilarla al Panzer.
Badate bene che nel ciclismo attuale c’è solo un uomo che conosce le imprese, e si chiama Marco Pantani da Cesenatico. È uno che se ne infischia di accordi e calcoli. Se sente la gamba rispondere, va d’istinto e va per il suo destino senza mica tanti discorsi. Quando si libera del cappellino gettandolo a terra, è il preludio all’attacco. 

Milioni d’italiani attendono incollati ai televisori quel momento. Siamo cresciuti nel mito dell’uomo solo al comando che ci raccontavano i nostri padri. Non ci par vero di averne ora uno tutto per noi da narrare un giorno ai nostri, di figli. Io ci credo, e allora convinco due amici a partire in moto alla volta del Galibier dove il Tour salirà l’indomani in una tappa durissima che si concluderà in quota a Les Deux Alpes. Sembra fatta apposta per il Pirata e si preannuncia una giornata epica. Zaino, sacco pelo e tenda canadese, come ai bei tempi in un remake nostrano di Easy Rider. Sotto il solleone attraversiamo le arsure padane, e da Torino c’inerpichiamo a caccia di frescura su per il Monginevro; scendiamo quindi giù a Briancon, e poco dopo Serre Chevalier raggiungiamo la vetta del Galibier. Scolliniamo lungo il versante che sale da Valloire e ci accampiamo per la notte sul prato lungo la strada. Quanta gente, ogni tornante è un feudo: tedeschi, olandesi, belgi, le immancabili bandiere basche, c’è persino qualche Union Jack. Italiani pochini, per la verità.

Austera e imponente, il Col du Galibier è una montagna severa. E quando s’incazza, fa paura. Al tramonto le nuvole catturano il cielo e monta un vento gelido. Inizia a piovere, sempre più forte. Fa un freddo boia e la pioggia si fa di cristallo. La notte all’addiaccio non è proprio un piacere. Le grappette non scaldano, e i miei amici mi stramaledicono: «Ma che c… di idea ti è venuta? Guarda dove ci hai portati…!». Dico loro di tener duro perché ne varrà presto la pena: «Ma se Pantani non fa l’impresa, che gli dico poi a questi due…» penso. E’ presto detto. L’impresa il romagnolo la fa proprio davanti a noi.

È un giorno di tregenda, nel gelo sotto gli strali di Giove pluvio, a quattro chilometri e mezzo dalla vetta il Pirata scalpita e se ne va alla sua maniera. Raggiunge il fuggitivo Leblanc e lo lascia lì. L’uomo solo al comando adesso è lui. Ci passa davanti: agile e leggero sui pedali, scatta a ripetizione. Spettacolo. Siamo a un ballo in giallo e di colpo il freddo non lo sentiamo più. Dietro, Ullrich arranca e perde terreno. Quando passa, il tedesco è una maschera di fatica: pallore e due occhiaie così. È la brutta faccia della crisi. A Les Deux Alpes il tedescone pagherà il calvario in nove minuti. L’indomani L’Equipe titola la pagina d’apertura: «C’est un geant» (È un gigante). La conservo tuttora. Trentatrè anni dopo Felice Gimondi, un italiano torna a vincere il Tour. Marco Pantani entra nella leggenda del ciclismo: come Coppi, Anquetil, Merckx, Hinault, Roche e Indurain, firma la doppietta rosa e gialla nella stessa stagione. Sarà ad oggi anche l’ultimo a riuscirci.

Passa un anno, Pantani domina il Giro demolendo a colpi di fionda uno alla volta tutti i suoi avversari. Ha appena vinto anche la tappa di Madonna di Campiglio. Il giorno seguente sul Mortirolo, promette spettacolo. È qualcosa da non perdere. E allora, stessa compagnia, stesse moto: si parte. Sul Mortirolo c’è un mare di tifosi in arrivo da ogni angolo del bel paese. Musica, birre e piadine. È una notte di movida romagnola. La mattina comincia però a circolare una voce: «A Madonna di Campiglio hanno fermato Pantani. È fuori dal Giro». La voce trova conferma. E sul Mortirolo la festa si tramuta in un funerale. Regna un assordante e surreale silenzio di delusione e incredula rabbia. Il ritorno a casa è mesto. Nessuno ha voglia di parlare.

Ti senti privato di qualcosa di bello che avevi e coltivavi dentro.

Marco Pantani ci ha lasciati il 14 febbraio del 2004, solo come un cane in una stanza di un residence di Rimini, preda delirante dei suoi tormenti e vittima di un mondo d’artifizi nel quale pensava di aver trovato rifugio. La verità è tuttavia un’altra: a morire cominciò proprio quella maledetta mattina del 5 giugno del 1999 a Madonna di Campiglio. Sono stato, mio malgrado, testimone di un segmento di vita racchiuso in due punti, uno di luce e l’altro di buio. Un segmento decisamente troppo breve di gioia e profonda tristezza. Una ferita che il tempo a distanza di anni non ha cicatrizzato. E mai lo farà.

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