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Marc Marquez. Amore impossibile

Anche dopo 15 Mondiali vinti continueremo ad odiare Marquez?

Gianmarco Pacione

18 ottobre 2019

In fondo ci abbiamo provato, che non dicano il contrario. Abbiamo riconosciuto la classe indiscussa di Marc Marquez, l’abbiamo anche applaudita timidamente, soprattutto agli albori. In quel 2013 avevamo visto venire alla luce un nuovo dio più che un sadico mostro divora-mondiali: uno smilzo spagnolo di 20 anni, 2 mesi e 3 giorni aveva deciso di cambiare lo storia del motociclismo, diventando il più giovane di sempre a conquistare una vittoria tra i grandi.

Un eletto, un pilota del destino, una leggenda da venerare. Forse.

Poi la salita e la contemporanea discesa. Da una parte una crescita sportiva inarrestabile, una ciclica e noiosa Marcha Real colorata di arancio-rosso Honda; dall’altra il sempre maggiore borbottamento popolare, la nascita di movimenti opposti e radicali, l’esponenziale aumento del tifare contro

Marquez vola sull’asfalto eppure non piace. Marquez vince e stravince eppure viene odiato aspramente dal popolo italiano. Il dualismo con Valentino Rossi non fa altro che gettare benzina sul fuoco: non c’è un duello senza strascichi polemici, non c’è sorpasso senza insulti deplorevoli. Anche ammettere la superiorità dello spagnolo diventa tabù, chi prova ad incensare il suo stile di guida viene immediatamente zittito, guardato con rancore.

Dominare uno sport non basta per diventarne il volto amato, e Marquez poco fa, nel corso degli anni, per cambiare l’opinione di chi non sopporta vedere quel 93 davanti a tutti. Anzi. “El Cabroncito” di Cervera sembra quasi provare gusto nell’essere il cattivo, il villain, l’antieroe: entra a piene mani nel personaggio. A tratti pare aizzare volontariamente la fazione opposta, pare provocare, irridere irrispettosamente quegli occhi prevenuti e inviperiti.

La finta umiltà, quella pulizia da migliore della classe, pronto a metterti spalle al muro e a spifferare tutto al preside. Il sorriso forzato, quell’aurea da bello e bravo ragazzo, da chierichetto delle piste. A peggiorare le cose sono arrivati negli anni anche gli scimmiottamenti al Dottore: sceneggiate preparate a tavolino, prive di creatività; la follia estetica ricercata disperatamente ma mai trovata, un’esuberanza studiata che sa tanto di brutta coppia della leggenda di Tavullia.

La spontaneità di Valentino sarà sempre una chimera per lo spagnolo, così come la sua genialità e la sua tendenza unica a far innamorare non solo del pilota, ma anche, se non soprattutto, del personaggio, dell’uomo. Marc Marquez è un amore impossibile per noi italiani. È un secco no emozionale per noi figli del 46: sarebbe inaccettabile una presa di posizione differente.

Ultras maligni, detrattori sbuffanti tra cui, con il passare degli anni, cominciano a figurare i colleghi stessi: piccati segnalatori di presunte scorrettezze, annoiate figure di contorno, frustrati sconfitti senza possibilità di mutare la propria condizione. “Valentino ha più talento” è stata l’ultima, gratuita bordata di Dovizioso in sala stampa. Una brutta parola su Marquez, in fondo, non guasta mai.

Tanti, troppi nemici. La normale reazione empatica, però, in questo caso non riesce a scattare. Continuerà a vincere, continueremo a guardarlo vincere. Nessuno, o meglio, solo una nicchia di alternativi masochisti esulterà qui in Italia per i trionfi, scontati e prevedibili, del pilota più forte della storia. Saranno 9, 10, 15 i Mondiali vinti, ma amare Marc Marquez, o anche solo farselo piacere resterà utopia, resterà impossibile.

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