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Lorenzo ha deciso di smettere: nessuno può essere felice

Gianmarco Pacione

15 novembre 2019

“El Martillo” Lorenzo, il martello di Palma di Maiorca ha deciso di non dare più gas. Ha annunciato il suo ritiro in una conferenza stampa composta, quasi purificatrice. Una bandiera a scacchi precoce, sicuramente condizionata da due fattori dominanti: la paura di un’ennesima caduta, potenzialmente fatale per la sua schiena, e l’insostenibile sensazione di non essere più competitivo come un tempo.

“Adesso mi sento libero”, ha ribadito più volte. Una libertà ricercata per anni nel gradino più alto del podio, trovata ora con l’abbandono di pressioni e obblighi di vittoria severamente autoimposti.

Jorge Lorenzo è sempre stato uno spettacolo per gli occhi. Un talento naturale sbocciato come per incanto, smilzo e sbarbato, a 15 anni e 1 giorno in quel di Jerez de la Frontera. Era stato il più giovane di sempre a esordire in un motomondiale, quell’anno non si limitò ad osservare meravigliato il nuovo negozio di caramelle alla benzina: andò a punti più volte, arrivando anche settimo in Brasile.

Mai sono stati nelle corde del maiorchino la guida pacata e l’approccio scanzonato ai circuiti. Agli esordi la sua irruenza era barbarica, affascinante, la sua sfrontatezza era un pregio raro, tipico di un predestinato da sgrezzare e confezionare per il gotha del motociclismo. La personalità borderline di Lorenzo, negli anni, ha spinto le fila di haters e di ultras radicali a gremirsi esponenzialmente. È stato nemico pubblico di tanti italiani, snobbati dallo spagnolo con la stessa leggerezza della sua guida.

“Mantequilla”, burro, così recita una scritta incisa da anni sul suo freno: perfetta metafora di una guida morbida e gustosa. Di lui ha stupito la maniacale ricerca della perfezione, con quel 99 a testimoniarlo: “L’ho scelto perché è il numero più vicino al 100, alla perfezione, ma si può sempre migliorare”, diceva abbandonandosi ad un sorriso sornione, leggermente adombrato dal cappellino saldo in testa. Aveva scansato il ballottaggio con il 23 di Michael Jordan, opzione impossibile alla luce della rivalità con il Dottore di Tavullia: essere la metà del 46 era uno scenario surreale per un vincente di razza.

Il rapporto con Valentino è sempre stato contraddittorio, un continuo saliscendi emotivo, spesso fuori controllo. Uno scontro tra titani del mestiere, tra piloti destinati al mito e tra caratteri distanti anni luce. Non è un caso, però, che proprio Valentino Rossi abbia salutato la decisione del suo grande nemico con una delle dichiarazioni più calorose e pregne di significato: “È stato uno dei grandi piloti dell’era moderna, perdiamo una parte importante del nostro sport, è un campione. Fin dall’approdo in MotoGP è stato da subito fortissimo. Siamo stati compagni per anni, è stato uno dei rivali più grandi che abbia avuto. La nostra battaglia a Barcellona 2009 fu speciale, fu un weekend tirato e quando si lotta contro così resta un legame che va oltre l’essere avversari”, un legame speciale che cancella attriti, parole al vetriolo e spallate in pista.

Jorge Lorenzo merita rispetto e riconoscenza, gratitudine e ammirazione. Ha vinto tutto, l’ha fatto dominando, martellando gli asfalti di mezzo mondo con ritmi insostenibili e sorpassi caratteristici. Uniche resteranno le traiettorie all’esterno, “por fuera”, marchio di fabbrica impossibile da replicare, figlio di una machiavellica sagacia. Unici resteranno i 5 Mondiali vinti tra 250 e MotoGP.

Per questo e per molto altro nessuno può essere felice pensando che, dopo Valencia, Jorge Lorenzo spegnerà il motore per l’ultima volta.

Gianmarco Pacione

Sources & Credits

 

 

Photos sources:
https://www.instagram.com/jorgelorenzo99/?hl=it

				

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