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L’uomo della giungla

Lo sport può essere catartico?
Per Bruce Grobbelaarstorico portiere del Liverpool, è stato così. Ironico e sfrontato, Bruce ha trovato la propria salvezza nel calcio, sport che gli ha permesso di vincere la partita più importante: la sua.

Era tutto un gioco di gambe. Fu così, con le ginocchia e le caviglie che si piegavano ad angolo, che fece piangere un popolo. Gioco, ma all’inglese: joke, ossia scherzo. Bruce Grobbelaar aveva capito che la vita la doveva prendere così. Una lezione appresa quando aveva fatto il soldato ed era andato in guerra. Aveva diciotto anni ed entrò nell’esercito del suo paese, nel pieno di un conflitto intestino che lo spaccava. Era la Rhodesia, quella. Sarebbe diventato lo Zimbabwe. Nel 1975, Bruce era un ragazzo che sognava, e invece lo mandarono al fronte. A uccidere. In un’intervista a “The Guardian” ha confessato: Era il crepuscolo e quando il sole inizia ad affossarsi, vedi le ombre tra i cespugli. Non riesci a riconoscere granché finché non vedi il bianco degli occhi dei soldati. O vivi tu o loro. Spari, vai a terra e c’è uno scambio di proiettili. Poi senti delle voci che ti dicono ‘Caporale, mi hanno colpito!’ e fai per zittirle, altrimenti vieni ucciso tu e gli altri. Quando cessa il fuoco vedi corpi a terra dappertutto. La prima volta tutto quello che hai nello stomaco ti risale fino alla bocca!”. Così ammazzò la prima persona. Non sarebbe stata l’unica. Per resistere alla sofferenza, per andare oltre l’orrore, Grobbelaar, decise di costruirsi un mondo in cui doveva sorridere e far sorridere. Scappò in Canada, giocò con i Vancouver Whitecaps. Si accorse di lui il Liverpool, al picco dell’escalation che aveva reso il club tra i più titolati d’Europa. Lo portarono in Inghilterra. A Bruce bastarono poche partite per conquistare la Red Nation e diventare un idolo della Kop. Erano tempi, quelli, in cui non esisteva l’informazione globale. Se vivevi in Italia, ti accontentavi delle notizie brevi che uscivano sui giornali e dei pochi flash televisivi sui risultati dei campionati stranieri. Per questo, di Grobbelaar, nel 1984, si sapeva e non si sapeva. Dopo la finale di Coppa dei Campioni del 30 maggio tra Roma e Liverpool, nessuno si sarebbe scordato di lui.

Fu una dramma sportivo per i giallorossi, che giocavano in casa, all’Olimpico, e c’erano arrivati con una rovente rimonta sul Dundee United, ribaltato con un 3-0 nel ritorno dopo il 2-0 subito in Scozia. Di Grobbelaar si diceva fosse un brillante clown, un intrattenitore, con i suoi siparietti e, comunque, anche un portiere di valore. Altrimenti non avrebbe potuto essere al Liverpool. Di sé, avrebbe detto:La tifoseria mi chiamava Jungleman, uomo della giungla. Dicevano che non ero bianco, che ero un nero con la pelle bianca”. Le sue pazzie erano già proverbiali, il suo stile inconfondibile. Il mito, però, fu scritto nella notte romana, tra musica e fotografia. Il gol di Phil Neal, il pareggio di Roberto Pruzzo. Uno stadio che smania, che sogna, che palpita. Ci hanno scritto un bel libro, su quella partita, e su come andò: Quel Roma-Liverpool di un mercoledì da cani”, la firma è di Massimiliano Graziani. Graziani è tifoso giallorosso e un omonimo di Francesco, per tutti Ciccio, per sempre legato a un aggettivo che, in realtà, è limitativo delle qualità di un attaccante che ha segnato valanghe di gol: generoso. Il generoso Graziani, già. Quante volte l’abbiamo sentita, questa? Ciccio fu uno dei due giocatori della Roma che furono storditi dalla danza di Grobbelaar. Chi l’ha vista in diretta, chi l’ha riguardata, chi non smette di ripensarci, dopo trentacinque anni: ognuno ha un ricordo di quel che avvenne. Erano andati ai rigori, dopo l’1-1 finale, tra tempi regolamentari e supplementari. Dopo, era entrato in scena lui. L’uomo della giungla dei Reds, il soldato che aveva dovuto uccidere e che teneva lontano il dolore con il gioco. Lo scherzo: the joke. Bruce.

Il calcio mi ha davvero salvato dalla depressione e ha allontanato i pensieri oscuri della guerra”, dice Grobbelaar. C’era sempre lui, un anno dopo Roma, a Bruxelles, sempre in finale di Coppa dei Campioni, sempre il Liverpool, e davanti sempre un’italiana, la Juventus di Michel Platini. Il 29 maggio 1985 è una data tragica. I 39 morti dell’Heysel, vittime della violenza e della negligenza, sono stati le vittime di atrocità che nessuno ha pagato per quel che avrebbe dovuto. Bruce, il portiere che rideva, aveva la sguardo perso. Lui, che aveva visto uccidere e aveva ucciso. Lui, che non può neppure dire un numero: Ho ucciso tante persone e per questo ho sempre vissuto la mia vita giorno per giorno. Posso solo pentirmi di quello che ho fatto, ma non posso cambiare il mio passato”. Lui, che non poteva pensare alla sconfitta con la Juventus. Non importava. Altri esultavano per la vittoria. Grobbelaar sapeva. Quanto era lontano l’Olimpico. Le avevano chiamate Spaghetti legs”. Gambe a spaghetti. Proprio quello, parevano, mentre si incurvavano e i tiratori della Roma cercavano di non farsi distrarre da quel movimento vorticoso e irridente. Non c’erano riusciti Bruno Conti e Graziani. I 60mila e più giallorossi sugli spalti si erano illusi dopo che Steve Nicol aveva sbagliato il primo rigore della serie. Poi Bruce iniziò a dimenarsi, con la sua maglia verde e i pantaloncini rossi. Conti calciò fuori, Graziani altissimo. Alan Kennedy firmò il penalty che diede la quarta Coppa dei Campioni al Liverpool, in uno stadio silenzioso, in cui si sentivano solamente i tifosi dei Reds. Si spensero le luci. Grobbelaar aveva vinto.

Il 30 maggio 1994, a dieci anni di distanza dalla finale dell’Olimpico, Agostino Di Bartolomei si suicidò, sparandosi un colpo di pistola al petto. Era stato il capitano della Roma. Avrebbe alzato lui la Coppa, se l’avessero vinta. Soltanto lui e il libero Ubaldo Righetti aveva segnato su rigore a Grobbelaar. Aveva piazzato una botta centrale e fortissima. Quel tiro aveva dato il vantaggio alla sua squadra e aperto sogni che si infransero presto. Gli stessi di Agostino, spenti poco per volta, fino a quando decise che non ne poteva più: “Mi sento chiuso in un buco”, scrisse nel biglietto in cui spiegò il perché del suo gesto. Dicono che il calcio sia soltanto un gioco. Bruce Grobbelaar e Agostino di Bartolomei erano diversi. L’uno guascone e scherzoso, l’altro taciturno e introverso. Forse, però, si somigliavano. Si erano resi conto tutti e due quanto fosse duro il mestiere di vivere. Bruce si tenne dentro il dolore. Per Agostino fu troppo. Quella sera di Roma è ancora qua.

Matteo Fontana
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