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L’uomo che inventò il Brasile

Matteo Fontana

27 agosto 2019

João Saldanha costruì un Brasile che è ancora oggi considerato la squadra più forte di tutti i tempi. Fu lui il vero allenatore che concepì ed ispirò la formazione che avrebbe vinto il Mondiale del 1970 contro l’Italia.
Reo di un credo comunista in una nazione a regime totalitario, però, fu esonerato alla vigilia del campionato del mondo.

Il Brasile più grande se lo inventò lui. Uno che da bambino contrabbandava armi sul confine con il Paraguay, che da ragazzo era stato leader studentesco e che, per tutta la vita, avrebbe militato nel Partito Comunista del suo Paese, infischiandosene delle vessazioni che avrebbe subito, in una nazione che era governata da dittatori e giunte militari. João Saldanha, quando lo chiamarono a dirigere la Seleção, il 4 febbraio del 1969, neanche sapeva che avrebbe ricevuto l’incarico. Era stato convocato nella sede della Federazione, guidata da un altro João, Havelange, ricchissimo erede di una famiglia d’origine belga, il cui padre, le armi, non le contrabbandava, ma le commerciava. Havelange sarebbe diventato presto il re del calcio mondiale. Saldanha, invece, avrebbe portato il Brasile a comandarlo sul campo. Non glielo concessero, gli fecero pagare la rettitudine e le idee in cui credeva, ma intanto aveva costruito una squadra che, secondo ogni classifica di merito, è considerata la più forte della storia del pallone.

Dopo aver vinto il Mondiale nel 1958 e nel 1962, il Brasile era stato eliminato nel girone iniziale, nel 1966, in Inghilterra. Da lì in poi, era caduto in una crisi tecnica e tattica, benché il suo patrimonio di campioni fosse sempre immenso, a cominciare da Pelé, nel pieno della sua maturità. Saldanha aveva intrapreso la carriera di giornalista ed era la rispettata, argutissima e temuta firma del quotidiano “Ultima Hora”. Havelange aveva convocato la stampa per comunicare il nuovo commissario tecnico auriverde. Nel momento in cui fece il nome di Saldanha, lo stupore fu collettivo, tranne che per il diretto interessato, che con nonchalance prese la parola e annunciò la lista dei giocatori che avrebbero fatto del suo gruppo:Questi saranno gli undici titolari: Felix, Carlos Alberto, Brito, Djalma Dias, Rildo; Piazza, Dirceu Lopez, Gerson; Jairzinho, Pelé, Tostão”. Passando alle riserve, citò Everaldo, Clodoaldo e Rivelino, ossia i tre giocatori che, insieme a otto undicesimi di quelli indicati in precedenza, sarebbero stati gli effettivi titolari del Brasile che quattordici mesi e diciotto giorni dopo, il 21 giugno del 1970, avrebbero sconfitto l’Italia, all’Azteca di Città del Messico, nella finale del Mondiale, imponendosi per 4-1 e mettendo il sigillo della Leggenda a una squadra che, in panchina, era diretta da Mario Zagallo, e non più da Saldanha, l’uomo che l’aveva creata.

A cacciarlo era stata la politica. Quella del governo totalitario guidato da Emílio Garrastazu Médici. Qualcuno sostiene che l’allontanamento di Saldanha avvenne per il suo credo comunista. Una delle ragioni di maggior rilievo può essere questa, ma la pietra dello scandalo definitivo fu un’altra, ossia la volontà di Medici di dettare la formazione al commissario tecnico. Ma João, in qualsiasi modo, non si faceva mettere in soggezione. Per questo aveva denunciato le torture e le violazioni dei diritti umani di cui si era macchiata la dittatura brasiliana, per questo il drammaturgo Nelson Rodrigues gli aveva dato un soprannome eloquente, João sem medio, ossia “senza paura”. Médici, già informato dalla sua cerchia che a capo della nazionale c’era quello che i suoi bracci destri avevano definito “un sovversivo bolscevico”, cercò di imporre la convocazione del suo giocatore preferito, Dario, detto anche Dadà Maravilha, stella dell’Atlético Mineiro. Saldanha gli rispose in un’intervista televisiva: “Facciamo un patto, signor presidente: io non dico a lei chi deve selezionare per il suo governo e lei non dice a me chi devo mettere in squadra”.

Per il dittatore l’affronto fu insostenibile. Telefonò ad Havelange e gli ordinò di togliere la conduzione delle Seleção a Saldanha. L’altro Joāo, avvezzo ai giochi di Palazzo e ai rapporti con gli intrallazzatori, eseguì l’ordine. A tre mesi dal via del Mondiale messicano, Saldanha venne esonerato, in favore di Zagallo, che poi convocò Dario, senza però farlo mai giocare. Quanto a Saldanha, appresa la notizia, si limitò a un commento poco meno che filosofico: “Perché mi hanno cacciato è molto facile capirlo. Più difficile è spiegare perché mi abbiano assunto”. Con lui, il Brasile si era già trasformato in quel che si sarebbe visto in Messico: un capolavoro senza eguali nella lunga epopea dello sport più amato e seguito, il calcio. Nelle qualificazioni, era stato lui a comporre una linea d’attacco in cui Pelé e Tostão, che in molti ritenevano incompatibili, giocarono assieme, segnando, rispettivamente, 6 e 10 gol in sei partite. Con loro c’era anche Jairzinho, mentre Gerson si abbassò a centrocampo: eppure come tutti gli altri, era un numero 10. Non fu un folle azzardo, ma una magia. Nel Gruppo 11, il Brasile vinse sei partite su sei, realizzò 23 reti e ne subì appena due, incassata in un’unica partita, quella in cui, a Rio de Janeiro, il 21 agosto del 1969, sconfisse la Colombia, travolgendola per 6-2. Se mai il calcio è stato elevato al rango d’arte, fu con quel Brasile. Senza João Saldanha nessuno l’avrebbe mai visto. Non così, almeno. Niente male, per un contrabbandiere, un sovversivo bolscevico e, quel che è peggio, un giornalista.

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