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L’ultimo Diez, Juan Román Riquelme

Alla Boca basta dire “Román” per evocare un’immagine sacra

Non serve neppure pronunciare il suo cognome. Alla Boca, basta dire “Román”. Chi lo fa, viene guardato come avesse appena evocato un’immagine sacra. Lo amano, qui, non meno di quanto abbiano fatto con Diego Armando Maradona. Sono pronti a giurare che sia lui l’ultimo Diez.

Nella lunga e talvolta vacua lista degli eredi del ‘Pelusa’, la preferenza va a lui, insieme a un senso di devozione. Lionel Messi l’hanno sempre avvertito come una presenza lontana – non soltanto nel barrio – e non ci sarebbe da sorprendersi, per un bambino di Rosario che è diventato grande in Spagna, ma pure in Argentina. Non sono riusciti a percepire Leo come uno di loro. Román, Juan Román Riquelme, sì.

E pensare che sono nati lo stesso giorno, il 24 giugno. Leo nel 1987, Roman nel 1978, poche ore prima che l’Argentina vincesse il Mondiale in casa, quello della giunta militare, di Mario Kempes e César Luis Menotti. Quello in cui Maradona poteva esserci e non ci fu. Mentre un Paese intero era in festa e l’orrore delle violenze dei militari e della strage dei desaparecidos veniva nascosto dall’ebbrezza del trionfo, Juan Román era una promessa di vita che dormiva e piangeva, a San Fernando, nella provincia di Buenos Aires. Sarebbe cresciuto e l’avrebbe resa felice, la città. Perlomeno, la sua parte xeneize. Ma tutta l’Argentina l’ha adorato. Come Maradona, più di Messi.

Non gli è mai piaciuto parlare. L’hanno soprannominato ‘el Mudo’. Román è fatto così. Nato sotto il segno del Cancro, le stelle gli hanno assegnato un carattere riservato, introverso. Tutto il contrario della rivoluzionaria e istrionica personalità di Diego, con cui ha vissuto in parallelo. Come lui, Riquelme ha cominciato a giocare all’Argentinos Juniors. L’ha fatto negli anni in cui c’era Maradona, che è una cosa diversa da Diego. Diego è il ragazzo di Villa Fiorito, il cucciolo figlio di don Diego e doña Tota, il tenero fidanzato di Claudia Villafañe. Maradona è il genio rimbaudiano, il battello ebbro, è quello che deve essere. Il fuoriclasse formidabile e mariuolo, il nottambulo scapestrato, è la locura. Roman lo vede segnare due gol all’Inghilterra, in Messico, al Mondiale del 1986. C’è quello truffaldino, con la mano a fregare arbitro e guardalinee. Poi, l’altro, il capolavoro solenne di cui si parlerà come di un dipinto di Van Gogh, una scultura michelangiolesca, una composizione di Wolfgang Amadeus Mozart. Riquelme è un bambino silenzioso.

Non può immaginare che il destino lo porterà a incontrare, in un cinematografico effetto da sliding doors calcistico, il tragitto di Maradona. Accadrà il 25 ottobre 1997. Diego, infine rientrato in Argentina, è tornato al Boca. Riquelme c’è arrivato dopo che il River Plate si era fatto avanti con argomenti sostanziosi per prenderlo con sé, quando era nel vivaio dell’Argentinos Juniors. Ma a casa di Román tutti tifano Boca, l’offerta supera quella del River e così Riquelme indossa il gialloblù. Ci sono gli esordi da artista di bottega, finché non arriva l’auspicio. Quel 25 ottobre, Maradona esce, all’intervallo del Superclasico di Buenos Aires. Sarà la sua ultima partita da giocatore. Al suo posto entra Roman. Il Boca sta perdendo per 1-0 al Monumental in una partita del Torneo Clausura. Nel secondo tempo, il risultato viene rovesciato: 2-1 xeneize. L’era di Juan Román Riquelme è appena cominciata.

La 10 di Maradona va a lui. Un’investitura che ha il contorno dell’inevitabile, tanto maestoso è il talento di Riquelme. La casacca di Diego gliela dà Carlos Bianchi, il santone che l’anno prima ha fallito in Italia, alla Roma. Aveva persino proposto la cessione di Francesco Totti in prestito alla Sampdoria. Era stato esonerato per i risultati pessimi infilati. Eppure, Bianchi di 10 se ne intende, eccome. Per questo affida a Riquelme, insieme a quel numero magico, la conduzione del Boca. Si apre la stagione della prima grande bellezza di Román. La sua fantasia abbaglia. Il ruolo del trequartista, simulacro dello stile di gioco argentino, ha trovato il suo miglior interprete. In tanti ci avevano provato, e ci proveranno, prima e dopo di lui. Aimar, D’Alessandro, Ortega, Saviola, in ordine sparso: nessuno riuscirà ad avere lo stesso impatto e il medesimo rendimento di Riquelme.

Il Boca torna ad essere un gigante del calcio mondiale, non soltanto sudamericano. Con Roman, vince tre campionati argentini, due Libertadores consecutive e la Coppa Intercontinentale, nel 2000. La partita con il Real Madrid si disputa il 29 novembre, a Tokyo. Il Boca è sfavorito, di fronte alla Casa Blanca di Roberto Carlos, Luis Figo e Raúl. In pochi minuti, invece, i pronostici sono spazzati via da una doppietta di Palermo. Il secondo gol è un’invenzione di Román, che lo pesca con un lancio di 40 metri. Non è un passaggio: è una sinfonia. Il gol di Roberto Carlos non sarà sufficiente al Real. Il Boca è re del mondo, Riquelme è il suo poeta. Per tutti è il miglior calciatore sudamericano in circolazione. E pure di più. Ce ne sarebbe abbastanza per continuare a scrivere una meravigliosa storia bonaerense, ma la dirigenza del Boca ha bisogno di soldi. Il cartellino di Roman ne vale tanti. Riquelme va al Barcellona, in un club in cui è appena arrivato un ragazzino dalle prospettive sconfinate e dal fisico esile: Lionel Messi.

Non è un esilio, per Román, la Spagna. Ma il Boca è la fede, è l’amore. Gli argentini non soffrono la nostalgia, non sanno cosa sia la saudade dei brasiliani. Hanno il tango sempre dentro, il mate come compagno di viaggio. Barcellona, semplicemente, non fa per lui. Non lo attraggono le luci delle ramblas, non lo conquista il panorama che si ammira dal Tibidabo. Soprattutto, finisce prima di cominciare il rapporto con Lois Van Gaal, guru olandese che ha rinnovato la leggenda nell’Ajax e che a Barcellona vuole riprendersi i trionfi europei. Non ci riuscirà, né comprenderà l’estro di Riquelme, sempre impiegato in maniera incongrua. L’addio sarà inevitabile. Roman si ricostruisce in provincia, al Villarreal, dove va in prestito: è il 2003. Si prepara la stagione della seconda grande bellezza di Riquelme. Quella che lo porterà a un passo, e a undici metri, dalla finale di Champions League.

Sono, quelli con Roman, gli anni epici del Submarino amarillo, il Sottomarino giallo, il soprannome del Villarreal, per il colore delle maglie della squadra. Con Riquelme, l’ascesa è impetuosa, scandita dalla fantasia dell’argentino e da una compagnia di giro che comprende altri campionissimi: Diego Forlan, splendido centravanti uruguagio, l’infaticabile centrocampista Marcos Senna, Juan Pablo Sorin, connazionale di Riquelme, difensore di ferro. Poi, lottatori nati come Javi Venta, Rodolfo Arruabarrena e Quique Alvarez. Con loro, e con Roman a inventare celestiale calcio, il Villarreal entra prima nell’élite di Spagna, e dopo in quella d’Europa.

Il picco è l’accesso alla semifinale di Champions del 2006. Con l’Arsenal, persa l’andata per 1-0 ad Highbury, il Sottomarino giallo, nella gara di ritorno, al Madrigal, va all’attacco. All’87’ conquista un calcio di rigore. Riquelme si appresta a batterlo. Segnasse, si aprirebbe la strada verso i supplementari, un budello nell’ignoto. Ma la roulette del pallone non riserva liete novelle. Roman angola il tiro, ma non a sufficienza. Jens Lehmann, il portiere dell’Arsenal, glielo para. Il sogno si esaurisce qua. E, neanche fosse stato un altro segno del destino, anche la parabola incantevole di Riquelme al Villarreal si avvicina al termine. Da tempo Roman è in conflitto con Manuel Pellegrini, tecnico con cui è riuscito a convivere a denti stretti. Pochi mesi dopo la beffa con l’Arsenal, Riquelme, per contrasti con l’allenatore, finisce fuori rosa. A curare i suoi dolori non può che essere un club: il Boca Juniors.

La terza grande bellezza di Roman è ancora xeneize. Il suo ritorno alla Bombonera è un fremito, un brivido caldo. Lo stadio lo venera, gli rende tributi da eroe. Lui, girato in prestito dal Villarreal per quattro mesi, da febbraio a giugno del 2007, ritrova la pace perduta. Il figliol prodigo ricambia l’amore ricevuto portando, ancora una volta, il Boca in cima al Sudamerica. La galoppata in Copa Libertadores è un inno alla gioia, culminato nella doppia finale con il Gremio. La collezione di capolavori di Riquelme si allunga in un canto infinito, descritto dal calcio di punizione con cui segna il gol del 2-0 a Buenos Aires, dopo la rete di Rodrigo Palacio, el Trenza. In tribuna c’è Diego Armando Maradona, che esulta, abbracciato alle figlie Dalma e Giannina, per i gol del Boca. Sugli spalti, compare uno striscione: “ROMAN ce de 4 meses amor x siempre”. Quell’ammirazione sarà presto culto religioso. Chiusa l’andata sul 3-0, per vincere la Copa bisogna evitare il crollo a Porto Alegre, la settimana dopo. Il 20 giugno 2007, assorbita la spinta del Gremio, il Boca, trascinato da Riquelme, infila due gol. Li segna entrambi Roman. La Libertadores è gialloblù, Riquelme viene premiato come miglior giocatore della competizione.

Ma i quattro mesi sono passati. Il congedo dal Boca è una ferita profonda. Al Villarreal c’è sempre Pellegrini. Román non gioca. Eppure, l’amore di sempre lotta per riaverlo con sé. Il Boca paga 9 milioni di euro, Riquelme è di nuovo a casa. Ci resterà finché, nel 2013, non deciderà che nient’altro poteva succedere. C’è un cerchio da chiudere: un ultimo anno in campo, all’Argentinos Juniors, dove tutto è iniziato. La squadra è retrocessa in Primera B. Alla prima partita, contro il Boca Unidos de Corrientes, il suo destro firma il gol della vittoria per i Bichos Colorados. Li riporterà dove devono stare, in Primera Division. Poi, si ritira. L’ultimo Diez non ha mai smesso di far sbocciare sogni.

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