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L’oro fiumano. Abdon Pamich

Il crudele esodo, la marcia umana e sportiva, la vittoria olimpica. Un profugo diventato mito italiano

La città di Fiume era un piccolo paradiso. La ricorda così, a distanza di quasi un secolo dalla sua nascita, il re della marcia Abdon Pamich. Una leggenda dell’atletica nata il 3 ottobre 1933 in quella che era Italia, in quello che era un colorato polo abitativo affacciato sull’Adriatico e visceralmente legato al proprio frenetico porto.

Pamich cresce in una città cosmopolita, aperta a tutti, in cui ognuno parla la propria lingua, il proprio dialetto. Un crogiuolo di culture, un calderone di passati diversi, di presenti coesistenti e pacifici. Sogna di fare il pugile, gli viene dato il permesso di entrare in palestra solo dopo i 13 anni: la sua vita, però, cambia appena prima d’entrare sul ring.

L’ondata di Tito e del suo monolite statale, il gigante iugoslavo, fa annegare la tranquilla Fiume, la fagocita, gettandola in uno stato di confusione e terrore. Epurazioni, omicidi mirati, ombre e paure. Abdon a 13 anni è costretto a fuggire insieme al fratello di un anno più grande. Come lui faranno tantissimi italiani in un grigio panorama di paesi svuotati, case abbandonate e valige raffazzonate.

Dopo una lunga marcia i fratelli Pamich raggiungono il punto di raccolta di Trieste, per poi cominciare un viaggio della speranza. I Pamich percorrendo lo Stivale trovano tanta diffidenza e poca solidarietà. A Bologna, per esempio, il treno degli esuli non viene fatto fermare, ai tanti italiani in difficoltà non viene concesso nemmeno di rifocillarsi: gli viene contestato il fatto di essere fascisti fuggiti dal grande universo comunista.

L’adolescente Abdon Pamich si trova nella surreale condizione di doversi integrare, da italiano, nel territorio italiano. Lo fa affidandosi allo sport, lo fa affidandosi alle proprie gambe bioniche. Il fiumano è un marciatore senza precedenti, probabilmente il più grande della storia Azzurra.

È un campione chiuso, austero, di poche ma incisive parole. Lavora senza sosta, si allena la mattina presto e la sera fino a tardi, in mezzo lavora come qualsiasi altro cittadino. Prende ferie per gareggiare: lo fa anche negli appuntamenti più importanti a livello internazionale.

Forgiato dagli insegnamenti di Giuseppe Malaspina, pioniere della marcia Azzurra e creatore della prima scuola di marcia tricolore, Pamich vince 40 campionati nazionali spalmati su diverse specialità, 2 ori europei, un oro mondiale e, soprattutto, un oro olimpico.

Ha gambe lunghe, curve e robuste, sorride raramente, anche dopo una vittoria: sembra correre contro sé stesso, contro il suo passato, contro una vita cambiata e impostagli da altri.

A Roma, nel 1951, stabilisce il record nella 50 km di marcia, a Tokyo, nel ’64, strappa con violenza il filo del traguardo davanti al suo primo e unico oro a cinque cerchi. L’aveva atteso, l’aveva voluto intensamente, l’aveva perso quattro e otto anni prima, a Roma e Melbourne, per una preparazione a suo dire di scarso livello.

In Giappone raggiunge l’apice di una storica carriera, lo fa sconfiggendo anche un tè freddo che, durante la gara, gli crea incredibili problemi intestinali. Pamich si ferma sul ciglio della strada, coperto da alcuni addetti, poi riparte raggiungendo la gloria olimpica.

Non ha mai nascosto la sua condizione di profugo, anzi, ha sempre combattuto perché non venisse insabbiato un tragico capitolo della storia italiana. Ancora oggi, a quasi 87 anni, non si sottrae ad apparizioni pubbliche e interviste. Spesso parla di occasioni sprecate, nello sport come nella vita. Lo fa con uno sguardo ruvido e profondo, con un orgoglio ancestrale e fiumano. Lo fa pensando al suo piccolo paradiso diventato rapidamente inferno.

Un pensiero che l’avrà accompagnato anche a Tokyo durante la logorante sfida con l’asfalto, durante gli ultimi metri prima del filo strappato con foga, durante l’emozionante esecuzione dell’Inno di Mameli.

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