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L’oro di Coleman è sporco?

Dubbi e perplessità sull’uomo irraggiungibile per tutti: anche per l’antidoping…

Gianmarco Pacione

30 settembre 2019

Si può essere più veloci di tutto e tutti. Si può essere più veloci anche dei test antidoping: basta semplicemente evitarli, non indicare la reperibilità e non curarsi di regole che, sulla carta, dovrebbero essere ferree. Christian Coleman è l’essere umano più irraggiungibile. A testimoniarlo è l’irreale 9’’76 che è valso allo sprinter americano l’oro ai Mondiali di Doha. A testimoniarlo sono le tre date, nell’ultimo anno, in cui Coleman si è nascosto al mondo e, ironia della sorte, all’Usada (United States Anti-Doping Agency).

Oggi si festeggia un’atleta meraviglioso, un felino affamato, si sventolano bandiere a stelle e strisce nelle prime pagine dei quotidiani. È bastato rimuovere in maniera veloce e indolore un semplice particolare: Christian Coleman a questi Mondiali non avrebbe dovuto partecipare.

Il velocista di Atlanta non aveva fornito i cosiddetti “whereabouts”, liste di reperibilità per eventuali controlli, in tre date differenti: il 6 giugno 2018, il 16 gennaio 2019 e il 26 aprile 2019. Tre violazioni di questo tipo, da regolamento, comporterebbero due anni di squalifica, riducibili ad uno in caso di attenuanti.

Coleman però è passato in pochi giorni dalla paura di non correre a Tokyo 2020 al gradino più alto del podio mondiale. Dopo un consulto con la WADA, difatti, l’Agenzia americana antidoping ha fatto marcia indietro, anticipando la data della prima violazione all’1 aprile 2018 e facendo decadere la possibilità di squalifica automatica (la distanza tra la prima e la terza data, in questo caso, sarebbe stata superiore ai 12 mesi).

Una coincidenza particolare, difficile da accettare con serenità, soprattutto alla luce del terremoto Schwarzer (di cui avevamo scritto qui). Porte girevoli e poteri oscuri: da una parte un’atleta etichettato istantaneamente e finito sui banchi di un tribunale, dall’altra un campione del mondo idolatrato e riabilitato in un surreale silenzio assenso generale.

Quel 9’’76 basta e avanza a riqualificare l’uomo. Quel 9’’76 trascina nell’oblio un cavillo burocratico bypassato in serenità. In fondo quel 9’’76 è epico: che importa se sporco o pulito? Il resto, in questo caso, ma solo in questo, si può dimenticare.

Ormai sono passati più di trent’anni dall’esplosivo affaire Ben Johnson. Ancora oggi, però, il mondo degli sprinter e dell’atletica in generale vive di regole proprie, spesso impossibili da decifrare o da comprendere. Chi è colpevole? Chi è colpevolizzato? La linea di confine è labile, impercettibile e, forse, a qualcuno va bene così.

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