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Livio Berruti, l’Angelo d’oro

L’uomo che faceva l’amore con la pista e con le donne, il velocista italiano capace di far innamorare il mondo

“La curva mi dava un senso d’erotismo, vincere la forza centrifuga mi dava un piacere unico, mi faceva godere”

Godeva, Livio Berruti, e faceva godere il popolo italiano. Lo chiamavano ‘Angelo’ per la bellezza della sua falcata, per la leggerezza dei suoi sforzi da record, per la serenità che accompagnava ogni suo gesto, ogni suo passo. “Sembra che gli abbia nevicato dentro”, diceva di lui Gianni Mura.

Amava la pista e amava le donne, l’espresso torinese. La sua più grande conquista, in quell’Olimpiade romana del 1960, non fu tanto lo storico oro nei 200 metri, quanto il sorriso complice della ‘Gazzella Nera’ Wilma Rudolph.

Bastò uno scambio di tute, un incrocio di occhi, il 21enne studente di chimica prese per mano la ventiduesima figlia di una povera famiglia del Tennessee e la fece passeggiare con lui per un intero pomeriggio. Fu un amore platonico, concretizzatosi nella semplice e fugace contemplazione reciproca, negli sguardi meravigliati di coloro che li vedevano chiacchierare all’interno del villaggio olimpico.

Meno platonico fu l’amore per una modella russa, incrociata durante un meeting a Mosca pochi mesi prima dell’Olimpiade italiana. Fu necessario l’intervento di un atleta polacco, in quell’occasione, per permettere a Berruti di comunicare alla bellissima sovietica la propria intenzione di rincasare a bordo della stessa macchina. Si sfiorò anche l’incidente politico, con un tassista di regime che negò il passaggio ai due: poco male, Berruti convinse la bionda meraviglia a salire sull’autobus degli atleti, smascherando i suoi intenti celebrativi per la vittoria pomeridiana sui 100 e i 200 metri.

Intelligente, aggraziato, Berruti fu esponente massimo di un’Italia piena di speranze e leggerezza.

La terra battuta entrò presto nella sua vita sotto mentite spoglie, i rossi campi da tennis ospitarono difatti la prima passione del ragazzo torinese.

Giocava per ore e ore il giovane Livio, gli piaceva correre a rete come un lampo, chiudere con volée scomposte a causa di quei passi eccessivamente lunghi e famelici. “Arrivavo a rete troppo lanciato, mi toccava saltarla dopo ogni colpo”, dichiarò in varie interviste.

Al liceo classico ‘Cavour’ studiò filosofi e pensatori antichi, giganti del pensiero che non smise mai di citare. Tra i banchi scoprì anche l’atletica: in primo luogo quella tendente al cielo e al vuoto, con il salto in alto e in lungo. Poi, il magro ragazzo dagli occhiali spessi si trovò spalla a spalla con il miglior velocista della scuola. Berruti nella polvere del cortile vinse agilmente il testa a testa, fece lo stesso nei tornei scolastici e provinciali.

Iniziò così la relazione con la velocità dell’Angelo torinese. Nei primi 100 metri ufficiali, vestendo la divisa del Gruppo Sportivo Lancia, fermò il tempo sugli 11” e 4. La settimana successiva il cronometro personale era già sceso di due decimi. La natura aveva riservato a Berruti una capacità melodiosa, abbacinante, di divorare metri su metri, senza apparente sforzo.

“L’impressione che desta Berruti è sconvolgente. I muscoli deflagrano come in frenesia ma il gesto è di eleganza incredibile, mai vista”, narrava con la sua penna Gianni Brera, e ancora “L’apparizione di Berruti fu angelica e folgorante insieme. Un ragazzino costretto da qualche iddio a compiere gesti di superiore coordinazione, dunque di naturale eleganza. Lo ispira un orgoglio fisico mediocre, per non dire qualsiasi”.

Era un mondo diverso quello dell’atletica degli anni ’50. Un mondo in cui gli esseri umani erano speciali per elezione divina, più che per preparazioni estenuanti. Lo sapeva bene Berruti, “magro come un chiodo”, come gli piaceva definirsi, che durante la sua carriera ha ammesso di non allenarsi mai più di due, tre volte a settimana, impegnato contemporaneamente da un brillante percorso universitario.

Il torinese arrivò proprio come studente ai Giochi Olimpici di Roma 1960. Si concentrò solo sui 200 metri, conquistandosi la semifinale e trovando, di fianco a sé, la crema della velocità a stelle e strisce. Restò calmo, Berruti, lanciò una progressione fantastica, ascoltando il suo corpo e, contemporaneamente, i passi sempre più distanti di Norton, Johnson e Radford. 20” e 5, record del mondo eguagliato.

A distanza di due ore Berruti si sarebbe dovuto ripetere nella finalissima, questa volta per iscriversi nella storia olimpica, perlopiù da padrone di casa. Si presentò sulla terra dell’Olimpico in tutta tranquillità, ad appena venti minuti dallo sparo più importante della sua vita. Nella pausa tre le due gare sfogliò un libro di chimica organica, quasi fosse una normale giornata di allenamenti.

Apparentemente rilassato, strinse la mano a tutti i suoi avversari, sistemò gli occhiali scuri, segno di una miopia sempre più presente, e alzò le calze bianche appena sopra le caviglie. Poi corse, corse con la consueta, straripante, eleganza. Imboccò la curva e, come solo a lui piaceva fare, amoreggiò con la calce bianca.

Nel punto di massima spinta gravitazionale, una colomba prese il volo a pochi metri dai piedi del torinese. Fu un’istantanea poetica, un segno che gli àuguri romani avrebbero interpretato senza dubbi di sorta.

In quel momento Livio Berruti vinse la medaglia d’oro e il rettilineo risultò quasi un’accessoria passerella; in quel momento l’Angelo di Torino raggiunse l’estasi olimpica.

Gianmarco Pacione
Sources & Credits

 

 

Photo sources: 
https://biografieonline.it/biografia-livio-berrutihttps://notiziaoggi.it/attualita/livio-berruti-compie-80-anni-lolimpionico-lavoro-a-trivero-da-zegna/http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Roma-i-Giochi-Olimpici-del-1960-Il-fotoracconto-bffad40f-12f1-4fc4-9803-c12d8b4185b5.htmlhttps://www.google.com/url?sa=i&url=https%3A%2F%2Ftwitter.com%2Fconinews%2Fstatus%2F641947018118701056%3Flang%3Dgl&psig=AOvVaw2ZH7Z8M8HnhKdUA2b_MJ9H&ust=1589980669902000&source=images&cd=vfe&ved=0CAIQjRxqFwoTCIi59tuBwOkCFQAAAAAdAAAAABAb

Video sources:
https://youtu.be/EAeJFFAsFQE

19 maggio 2020

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