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L’eterno secondo, Raymond Poulidor

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Ci ha lasciato il francese che, perdendo, fece innamorare di sé il mondo del ciclismo

Gianmarco Pacione

14 novembre 2019

Il mondo del ciclismo è in lutto, un lutto profondo e sentito. Raymond Poulidor è deceduto ieri notte in un letto d’ospedale della sua Saint-Léonard-de-Noblat, caratteristico borgo della Nuova Aquitania. La risposta popolare a questa notizia è stata più che significativa: un triste plebiscito di mestizia e dispiacere, chiaro segnale di quanto “Pou-Pou” fosse amato incondizionatamente da francesi e appassionati di tutto il mondo.

Una carriera lunga, lunghissima quella di Poulidor. Iniziata nel mitico ciclismo dei primi anni ’60 e conclusa nel 1977, a 41 anni. Un atleta capace di sfidare, spalla a spalla, due generazioni di corridori leggendari: da Anquetil a Mercx, da Bobet a Gimondi, da Janssen a Hinault. A rendere distintiva la sua carriera, pur allietata da grandi risultati come la vittoria di una Vuelta, di una Freccia Vallone e di una Milano-Sanremo, è stata l’incredibile abitudine alla sconfitta e alle cocenti delusioni.

Nel giro di casa, quel Tour de France di cui Poulidor è stato simbolo fino ai giorni nostri, il nativo di Saint-Léonard-de-Noblat misteriosamente non ha mai vestito, anche solo per una singola tappa, la maglia gialla: particolare che gli è valso il soprannome di “Glorioso senza maglia gialla”. 14 anni di Grande Boucle, 7 tappe vinte, 8 piazzamenti sul podio finale: 3 secondi posti e 5 medaglie di bronzo. Una vita spesa all’ombra di vincenti, innaffiato da champagne altrui. Un particolare romanzo sportivo che ha permesso a Poulidor di entrare nella leggenda.

Passa alla storia il suo sorriso, la sua leggerezza, il suo essere figlio di una Francia arcaica, la sua costanza nel rimettersi in sella nonostante la frustrazione per i risultati mancati. Tra gli insuccessi più rilevanti si ricorda la tappa di Scheveningen del ’73, dove Poulidor venne staccato di un solo secondo da Zoetemelk, che lo privò della maglia gialla.

I suoi duelli con Jacques Anquetil hanno marchiato a fuoco tutti gli anni ’60, toccando l’apice della drammaticità sportiva nel Tour del 1964, quando Poulidor concluse la manifestazione con soli 55 secondi di distacco dal connazionale. Una sconfitta bruciante, soprattutto alla luce del minuto perso durante la nona tappa, la Briançon-Monaco, quando Poulidor non si accorse di avere ancora un giro da percorrere e, pensando di avere già trionfato, si distrasse facendosi superare e staccare dal rivale francese.

Altro fermo immagine della sua carriera è quello della rovinosa caduta nel 1968. Poulidor, nel cuore della sua migliore stagione, vede sfumare il sogno di vincere, finalmente, il Tour. A far svanire il miraggio della maglia gialla è una moto che lo travolge durante la quindicesima tappa. Il ragazzo della Nuova Aquitania si rompe il naso, prova a rimettersi in sella e a correre: l’eccessivo dolore, però, lo costringe al ritiro. Restano iconiche le immagini di un Poulidor sanguinante che, stringendo i denti, pedala alla disperata e ostinata ricerca della terra promessa colorata di giallo.

Onesto e leale, è riuscito a farsi amare da tutti: tifosi e avversari. “Un grande amico se ne va”, ha detto un commosso Eddie Mercx raggiunto ieri dai microfoni. “Pou-Pou” non ha mai abbandonato il mondo del ciclismo e, oggi, viene ricordato in sella dal nipote Mathieu Van der Poel, capace di vincere gli Europei di ciclocross proprio tre giorni fa. Un ultimo regalo per un grande nonno, un ultimo regalo per un grande ciclista.

Gianmarco Pacione

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