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L’estate di Pietro

A 40 anni di distanza l’epica impresa di Mennea: la “Freccia del Sud” che fermò il mondo a 19″72

Matteo Fontana

12 settembre 2019

Fu l’estate di Pietro Mennea. Le foglie non avevano ancora iniziato ad ingiallire quando lui, “La freccia del Sud”, firmò uno strabiliante record mondiale nei 200 metri piani. Era il 12 settembre del 1979. L’autunno stava per arrivare in Italia, ma era così distante a Città del Messico. Lì, in quella metropoli che undici anni prima aveva assistito alla conquista del medesimo primato da parte di Tommie “Jet” Smith (sì, proprio lui, l’uomo che con John Carlos alzò il pugno guantato di nero all’Olimpiade del 1968). Fu così che Mennea entrò nella memoria collettiva, per non uscirne mai più.

Tommie Smith e John Carlos – Olimpiadi città del Messico 1968

Il Messico, per gli italiani, ha il richiamo della leggenda sportiva. Il 4-3 alla Germania Ovest al Mondiale di calcio del 1970 ne è il picco il più elevato. Enzo Jannacci, in quel periodo, uscì con quella “Messico e nuvole” che è una canzone-manifesto e un capolavoro di stile. E un capolavoro fu pure la marcia di avvicinamento che condusse Mennea a riscrivere la storia dell’atletica leggera. Aveva imparato a battere gli americani, i re dello sprint, muscolarmente imponenti, e l’aveva fatto costruendosi giorno per giorno, in allenamento, e con una cura monastica del proprio corpo. Aveva iniziato a correre presto, Pietro, figlio di un sarto e di una casalinga, originario di Barletta. Nel 1972, ventenne, era già alle Olimpiadi, quelle di Monaco di Baviera, ed era salito sul podio, terzo nei 200, dietro all’imprendibile sovietico Valerij Borzov e al velocista USA Larry Black.  Agli Europei di Roma del 1974 è primo nei 200 e argento nei 100, alle spalle di Borzov, e nella staffetta 4x100. Di nuovo alle Olimpiadi, nel 1976, non è al pieno della forma, tant’è che non vorrebbe neppure partecipare ai Giochi. Lo fa, ma non arrivano medaglie. A Montreal, sarà quarto nei 200 e nella staffetta. Sarà soltanto un rallentamento, come fosse arretrato di qualche metro per prendere la rincorsa. Nel 1978 è di nuovo campione europeo nei 200, e stavolta bissa, con l’oro nei 100: a Praga, Mennea è più che un principe, è un sovrano.  Ed è così che entra in quel fatidico, e mitico, 1979. Pietro non è solamente un atleta eccezionale, ma anche un applicato studente. Iscritto a Scienze Politiche, e non per un semplice pro forma (tant’è che nel 1981 annuncerà il ritiro – che sarà, poi, provvisorio – dalle competizioni per seguire gli impegni accademici), si prepara a disputare le Universiadi che si terranno, appunto, in Messico.

Racconterà, di quella gara in cui chiuse con un 19”72 che non venne superato fino al 1996 e alla prestazione da 19”66  con cui Michael Johson vinse l’oro alle Olimpiadi di Atlanta, intervistato da Emanuela Audisio per “la Repubblica”: “Ero alla ricerca di un tempo, troppe volte perduto. Pensai fosse la volta buona. Remai un po’ in curva, controllai la sbandata all’entrata del rettilineo, non smisi di spingere, stavo andando a trentasei chilometri all’ora con le mie gambe. Corsi i primi cento in 10’’34 e i secondi in 9’’38. Arrivai con sei metri di vantaggio. Il pubblico urlò, ma io non ero sicuro della vittoria, ero confuso. Non c’erano tabelloni elettrici, allora. Mi girai. l’unico cronometro era alla partenza. Guardai le cifre, 19”72 e subito pensai che forse avevano sbagliato anno? Eravamo nel ’79 non nel ’72, mi vennero tutti addosso, ci fu una grande confusione, non riuscivo più a respirare. La gioia fu immensa”. Eppure la pista era in condizioni sfavorevoli, consumata, logora. Colmo dei colmi, a contorno, nei giorni precedenti il suo nome, sui tabelloni, era uscito con un errore di battitura: “Petro”, e non Pietro. Inoltre, gli avevano attribuito la nazionalità francese. Non furono, tuttavia, infausti presagi. Mennea era, in Italia, un’equazione che faceva rima con velocità. Dopo quanto avvenne a Città del Messico, la sua popolarità si fece immensa. Il mondo intero parlava di lui. Muhammad Ali lo vide negli States. Il dialogo tra i due, riferito da Mennea, è un aneddoto gustoso: “In California incontrai Muhammad Ali che per me è sempre stato Cassius Clay. Mi presentarono come l’uomo più veloce del mondo. Lui mi squadrò sorpreso e mi disse: “Ma tu sei bianco”. Sì, ma sono nero dentro”. Quella tarda estate messicana non fu un punto d’arrivo. Un anno dopo ci fu la medaglia d’oro olimpica a Mosca, con la clamorosa rimonta sul britannico Allan Wells. Il volto tirato, i muscoli tesi come delle corde, l’espressione tagliente, Mennea si sottoponeva a una preparazione ferrea, sotto la guida del professor Carlo Vittori, un santone che non usava pozioni magiche (e truffaldine) per migliorare le prove degli atleti che seguiva. Gli allenamenti di Mennea erano massacranti. Ogni giorno ripeteva per 25 volte i 60 metri, 10 volte i 150 metri. Dati e numeri che non avevano eguali per gli altri velocisti. Era un uomo di fatica, Pietro, e che abbinava al talento un aspetto che, nello sport e non solo, è ancora più determinante: un’applicazione feroce. In Messico ci furono gloria, epica, coraggio. Coronamento.

Se ne andò, quell’estate del 1979. Se ne è andato, Pietro Mennea, nel 2013, sconfitto da un tumore. Aveva sessant’anni ed è stato uno dei rarissimi fuoriclasse italiani che si possano definire larger than life. Cinque lauree, attivo  in politica (fu eurodeputato dal 1999 al 2004), avvocato, revisore contabile, docente, giornalista, uomo di lettere, ha segnato il nostro tempo con un marchio inconfondibile di classe e onestà morale. Disse, pochi mesi prima di spegnersi: “Ogni tanto c’è qualcuno nel parco che mi chiede: e tu che fai? Vorrei avere abbastanza fiato per rispondere: ho già fatto. 5482 giorni di allenamento, 528 gare, un oro e due bronzi olimpici, più il resto che è tanto. A 60 anni non ho rimpianti Rifarei tutto, anzi di più. E mi allenerei otto ore al giorno. La fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni”. Le nuvole, in Messico, a volte spariscono.

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