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L’eroe senza lieto finendo

Matteo Floccari

30 luglio 2019

Questa è l’incredibile storia di Edouard “Joe” Gaetjens, calciatore haitiano che rese grandi gli Stati Uniti con un colpo di testa immortale ed etereo, sfuggito alle telecamere e agli obbiettivi del tempo. Eroe nazionale, al suo rientro in patria la sorte serbò per lui un destino altrettanto valoroso ed indefinito, offuscato questa volta dalla follia dell’uomo

Nel mondo di oggi, abituato a divorare tutta l’attualità a colpi di post, like e tweet, una storia come la sua sarebbe stata praticamente impossibile. Mai ci si sarebbe dimenticati così in fretta del protagonista di una delle più incredibili sorprese sportive di ogni tempo, e mai probabilmente la conclusione di tutto sarebbe stata la stessa. Nel 1950 le cose però erano molto diverse, con la Seconda Guerra Mondiale appena conclusa, tanti equilibri geo-politici erano ancora da trovare, e si potevano generare situazioni quanto meno impossibili da rivivere.

Il calcio è il grande protagonista di questo racconto, in particolare con chi, al Campionato Mondiale del 1950, mise la firma su quello che, assieme al celebre Maracanazo, fu il “colpo ad effetto” di quella manifestazione. Quello che accadde a Belo Horizonte il 29 giugno fu semplicemente incredibile. Quel giorno, Inghilterra e Stati Uniti si sfidavano sul prato dell’Estadio Indipendencia, e tutti si aspettavano un roboante successo degli inglesi. Proprio per questo motivo i fotografi si posizionarono praticamente solo alle spalle della porta statunitense, pronti a immortalare i Leoni di Sua Maestà Giorgio VI (Elisabetta II non era ancora salita al trono, lo farà solo nel 1952) scaricare una marea di palloni nella porta difesa dall’italo-americano Frank Borghi. Assieme a lui c’erano in campo altri due ragazzi provenienti dal Bel Paese (Charlie Colombo e Gino Pariani), oltre all’attaccante Joseph Eduard Gaetjens, 26enne nato ad Haiti che nemmeno avrebbe dovuto essere in quel Mondiale, in quanto sprovvisto di passaporto americano. Il giorno prima del match però, insieme a Joe Maca ed Ed McIlvenny, venne inserito in rosa, in una squadra comunque composta da semi-professionisti, con praticamente tutti i giocatori che avevano altre occupazioni oltre a prendere a calci un pallone.

Erano tante le storie uniche ed irripetibili di quella insolita selezione statunitense, che nonostante il poco allenamento insieme riuscì a stupire tutti sin da subito, tenendo sotto la Spagna nella gara d’esordio fino all’81esimo, prima di perdere 3 a 1. Poteva già sembrare un grande traguardo, ma la vera sorpresa sarebbe stata la sfida con l’Inghilterra, contro chi, per una presunta manifesta superiorità, non aveva preso parte ai Mondiali del 1930, 1934 e 1938, e che era reduce dal secco 2 a 0 rifilato al Cile nella gara d’esordio del Gruppo 2. Dal fischio d’inizio gli inglesi scatenarono subito tutta la loro potenza di fuoco, scontrandosi però con la sfortuna (due legni colpiti) e le straordinarie parate di Frank Borghi. Nella prima mezz’ora di gioco si registrarono almeno una decina di nette occasioni da rete per gli inglesi, con gli statunitensi incapaci di reagire ma bravi a non mollare. Tutto si capovolse al 37esimo minuto, quando Walther Bahr da posizione esterna vicino all’incrocio delle linee dell’area di rigore, tirò verso la porta. Non esistono riprese video di quello che accadde dopo, che è però raccontato a parole dai giocatori americani di quella partita: il tiro di Bahr incocciò sulla testa di Gaetjens in area di rigore, un tocco, quasi una scheggiata, che ne modificò traiettoria e velocità spiazzando il portiere inglese Bert Williams e regalando l’1 a 0 agli statunitensi. Di colpo i 10.000 brasiliani sugli spalti iniziarono a tifare spudoratamente per gli Stati Uniti, timorosi di una sfida decisiva contro i favoriti inglesi, e quasi non credettero a quello che successe nel secondo tempo. I britannici attaccarono a testa bassa, scontrandosi però con un’altra pazzesca serie di parate di Frank Borghi, oltre che con un errore dell’arbitro che fischiò punizione e non rigore dopo un duro contatto causato da Charlie Colombo all’interno dell’area. Al termine di 90 minuti di leggendaria battaglia, quegli Stati Uniti scrissero la loro storia calcistica con la vittoria che ancora oggi è la più incredibile della loro Nazionale di soccer, entrando nell’immortalità.

Tra gli aspetti più incredibili di quella squadra va sicuramente scavata nel dettaglio l’incredibile vita di Joseph Eduard Gaetjens, per tutti Joe, autore del gol decisivo della sfida. Nato a Port-au-Prince il 19 marzo 1924, ottenne la convocazione grazie alla promessa di prendere la cittadinanza americana al termine del Mondiale, e meno male si può dire oggi.  A 14 anni iniziò a giocare a calcio con l’Etoile Haïtienne, debuttando poi nel campionato haitiano nel 1942, segnando subito una carrettata di gol e guadagnandosi una certa fama. Chissà se fu questa la chiave, o contò maggiormente l’agiatezza della sua famiglia, per essere inserito in una programma di scolarizzazione del governo locale che gli permise di arrivare a New York nel 1947: l’idea era sì quella di studiare alla Columbia University, ma il sogno ben presente si chiamava professionismo calcistico, cosa decisamente impossibile ad Haiti in quegli anni. La vita newyorkese era però tutt’altro che agiata, tant’è che Joe dovette alternare lavoro e studio, lavando i piatti nel ristorante Brokhattan oltre a passare del tempo sui libri. Caso vuole che il proprietario del locale fosse anche il Presidente dell’omonimo club calcistico, impegnato nella locale American Soccer League. Fu quindi facile chiedergli la possibilità di mettersi in mostra in squadra, dove trovò immediatamente spazio e in tre stagioni, dal 1947 al 1950, segnò a raffica, vincendo anche il titolo di capocannoniere nell’ultima annata. Lo stipendio come calciatore era della tutt’altro che astronomica cifra di 25 dollari a partita, ma tanto gli bastò per guadagnarsi il viaggio in Brasile. Dopo il Mondiale 1950, Joe provò a sfondare in Europa, disputando due stagioni nella seconda e terza lega francese con il Racing Parigi e l’Olimpique Alès, senza però trovare né fama né gloria, quindi se ne tornò ad Haiti nel 1953. Nella sua isola natia fu accolto come un eroe nazionale. Giocò altre tre stagioni, fino alla nascita del primo dei suoi tre figli, poi prese lavoro come rappresentante della Colgate-Palmolive, permettendo alla sua famiglia di vivere in maniera agiata.

Tante volte però la storia dell’uomo è caratterizzata, anzi in questo caso sarebbe meglio dire divorata, dal contesto in cui vive. La travagliata situazione di Haiti, a partire dal 22 settembre 1957, virò verso la pura follia di François Duvalier, detto anche “Papa Doc”, che divenne Presidente della Repubblica caraibica grazie soprattutto al sostegno dell’esercito. Duvalier era un personaggio decisamente estremo, convinto sostenitore del Vudù e soprattutto uomo deciso a conservare il potere con la forza, schiacciando ed eliminando ogni possibile avversario. Gaetjens in qualche modo fu coinvolto sin da subito in questa storia, visto che Louis Dèjoie, lo sconfitto delle elezioni del 1957, era un suo lontano parente, e sebbene Joe preferì non esporsi mai pubblicamente contro “Papa Doc”, una parte della sua famiglia lo fece. Per loro fortuna, Jean-Pierre e Fred Gaetjens, fratelli più giovani di Joseph, riuscirono a scappare nella Repubblica Dominicana prima che fosse troppo tardi, mentre lui rimase nel paese convinto che il suo riserbo gli avrebbe concesso protezione. La fuga dei fratelli fu dettata dal fatto che il Presidente Duvalier creò una delle più spietate polizie segrete della storia: i Voluntaires de la Sécurité Nationale, conosciuti da tutti come Tonton Macoutes, un gruppo che senza mezzi termini può essere definito criminale, incaricato di eliminare chi anche solo pensasse male di “Papa Doc”. Per anni massacrarono la popolazione haitiana e, l’8 giugno 1964, due di loro si presentarono a casa di Joe Gaetjens, esattamente il giorno dopo che Duvalier fu proclamato Presidente a vita. I familiari erano scappati dall’isola da poche ore, ma lui no, sempre convinto che l’essere stato uno sportivo di successo, disinteressato alla politica, gli avrebbe garantito la possibilità di salvezza. Così non la pensavano i suoi aguzzini, che lo portarono a Fort Dimanche, il carcere dove i nemici dello stato venivano torturati e umiliati senza pietà. 

Come successo nel 1950, quando le immagini non riuscirono a catturare il momento del gol di Gaetjens, il buio calò su di lui, questa volta per sempre. Non esistono infatti notizie certe su cosa accadde, ma sembra che Joe morì un mese dopo la sua cattura, nel luglio 1964 e, per rendere ancora più tragica la cosa, il suo corpo non fu mai ritrovato. Una fine orribile per l’uomo che segnò la marcatura più importante nella storia degli Stati Uniti in Coppa del Mondo, e che ad Haiti non è stato dimenticato.

Ad oltre 40 anni dai fatti del 1964, Leslie Gaetjens, figlio di Joe che era fuggito negli Stati Uniti poche ore prima del sequestro, tornò per la prima volta a Port-au-Prince. Dopo aver visitato la tragica prigione di Fort Dimanche, andò allo Stadio Sylvio Cator, casa della Nazionale haitiana per la quale suo padre giocò tre partite. Una volta capito chi fosse, diversi addetti dello stadio vollero fare una foto con lui, figlio del campione indimenticato. Uno di loro tirò fuori una polverosa busta con all’interno una foto scattata il 29 giugno 1950: un calciatore usciva dal campo portato a braccia dai compagni festanti. Era Joe Gaetjens, eroe haitiano inghiottito dalla folle dittatura dell’uomo con un colpo alla testa.

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