fbpx

L’Avvoltoio che stregò il Bernabeu

Il volo del “Buitre” Butragueño: il ragazzo biondo che cambiò il Real Madrid

Matteo Fontana

19 settembre 2019

L’Avvoltoio iniziò a volteggiare e il calcio cambiò. Trentacinque anni sono passati, ma chi lo vede apparire, come un Cid uscito da brume imprevedibili per la caliente Spagna, non scorda. Non volava da solo. C’era la Covata, la Quinta. Già: la Quinta del Buitre. Il più feroce dei rapaci era uno stato d’animo. Uno scricciolo di 1 metro e 70, biondo e dai tratti efebici, con addosso la sete del “sangue” che viene dal gol. Emilio Butragueño trasformò in paradigma una generazione di giocatori. Il Real Madrid, che stava vivendo anni opachi, con il campionato ceduto regolarmente alle grandi dei Paesi Baschi (l’Athletic Bilbao, la Real Sociedad) e agli arcinemici del Barcellona, era sul punto di tornare a essere la Casa Blanca. Quanto a lui e alla Quinta, furono gli eroi di quella riconquista del potere.

Il termine se lo inventò nel 1983 un giornalista di penna fina ed elevato ingegno, Julio César Iglesias. Il 14 novembre, su “El Pais”, pubblicò un articolo intitolato “Amancio y la Quinta de El Buitre”. Amancio, leggenda madridista, era l’allenatore del Castilla, la squadra B del Real, impegnata in Segunda Division. A farne parte, in quel periodo, erano dei ragazzi di vent’anni, e a colpire, tra di loro (ma non era l’unico), era proprio Emilio Butragueño, soprannominato, per assonanza fonetica, ma anche per sua abilità nel trovare la porta, El Buitre. L’Avvoltoio, in spagnolo. Con lui, spiccavano, e davano spettacolo al Castilla, altri quattro giovani emergenti: il difensore Manolo Sanchis, i centrocampisti Michel e Rafael Martin Vazquez e l’attaccante Miguel Pardeza, unico non madrileno del gruppo, essendo originario dell’Andalusia. Pardeza giocò poche partite nel Real, ma presto si accorse che avrebbe visto il campo di rado. D’altronde, quando la Quinta passò in Prima Squadra, in avanti si affermò, come previsto, Butragueño, e in più c’erano Jorge Valdano e Hugo Sanchez. Pardeza si trasferì al Saragozza. Per il resto, per Sanchis, Michel e Martin Vazquez si aprì un’età dell’oro che li condusse a incantare, con il Buitre, a vincere tutto in Spagna, a trionfare in Europa (con il rammarico di una Coppa dei Campioni che, insieme, non arrivò mai, ma con successi imponenti in Uefa) e a essere presenze fisse della nazionale. Per capire di più di quel che avvenne, urge fare un passo indietro.

I primi a esordire furono Sanchis e Martin Vazquez, ancora nel 1983. Alfredo Di Stefano, il mito che guidava il Madrid, li chiamò per una partita con il Murcia: era il 4 dicembre. Poco dopo, toccò a Pardeza, nella sfida all’Español del 31 dicembre. Ma se Sanchis e Martin Vazquez entrarono subito con buona stabilità nel giro del Real, per Pardez non fu la stessa cosa. Tanto più quando, il 5 febbraio del 1985, debuttò Butragueño. I Blancos erano in lotta per il titolo con l’Athletic Bilbao (l’avrebbero perso in maniera beffarda), Di Stefano decise che era arrivata l’ora dell’Avvoltoio. A Cadice, il Real sta perdendo per 2-0. Entra lui, segna una doppietta, fornisce un assist: è vittoria per 3-2. Il volo del Buitre comincia da qui. Nell’estate seguente, anche Michel lascia il Castilla per aggregarsi al Madrid: la Quinta si è ricomposta. E, a questo punto, la narrazione è una poesia che si tramuta in peana.

Il campionato lo vincerà il Barcellona, nel 1984-85. Per il Real la stagione sarà turbolenta. Amancio, il demiurgo e mentore dei ragazzi del Castilla, era passato, pure lui, al piano superiore, ma l’alchimia di prima non poteva esserci. Nello spogliatoio si stagliavano figure dalla personalità omerica: Juanito, Uli Stielike, Valdano, Santillana, Ricardo Gallego, tra gli altri. Senatori che comandavano e spostavano con uno sguardo l’aria del Santiago Bernabeu. L’annata in Primera Division era stata disastrosa. Alla trentatreesima giornata, Amancio fu esonerato. Al suo posto arrivò Luis Molowny, anche lui figura apicale, da giocatore e poi da tecnico, del Real. Si trattava di salvare il salvabile. In Coppa Uefa, la squadra era in semifinale. Aveva compiuto rimonte epiche, al punto che nacque in quei mesi l’espressione miedo éscenico, per dire del timore animale che l’avversario avvertiva quando entrava al Bernabeu. Ne fecero le spese, prima e dopo, in tanti. L’abbonamento alle dure lezioni a Madrid toccò all’Inter, che in quel 1985, vinta la gara d’andata a San Siro per 2-0, perse a Madrid per 3-0, in un clima di fuoco, con tanto di una biglia che, lanciata dagli spalti, colpì Beppe Bergomi. Il ricorso del club nerazzurro ebbe esito negativo, in finale ci andò il Real, che dopo alzò la Coppa, liberandosi senza affanni dei sorprendenti ungheresi del Videoton.

Era il via a un nuovo ciclo, che si tradusse, con Molowny nel 1986 e, in seguito, con il santone olandese Leo Beenhakker, e infine con il gallese John Toschack, in una liturgia di vittorie, nel segno della Quinta del Buitre e di un circolo di campioni irripetibili. Cinque campionati consecutivi messi in bacheca, una seconda Coppa Uefa conquistata, di nuovo, nel 1986 (al solito, Inter eliminata in semifinale: dopo la sconfitta per 3-1 a Milano, il Real si impose per 5-1 ai supplementari, al Bernabeu, e in finale batté il Colonia), con quella rincorsa alla Coppa dei Campioni che franò con il Bayern Monaco, con il PSV Eindhoven e con il Milan stellare di Arrigo Sacchi – capace di strapazzare il Madrid per 5-0 nella partita di ritorno – in semifinale. Sempre il Milan superò, in un precoce abbinamento negli ottavi, un Real che intravedeva la fine di un periodo in cui era diventato, una volta di più, un simbolo. L’Avvoltoio e la Quinta avevano volato alto, ma anche per loro era giunto il momento di fermarsi sul costone della montagna e guardare il mondo di sotto.

Emilio Butragueño restò Blanco fino al 1995. A lungo, in seguito, ha ricoperto incarichi dirigenziali per il club. Manolo Sanchis è rimasto a Madrid per tutta la carriera ed è riuscito a conquistare quella Coppa dei Campioni che negli anni ’80 era sempre sfuggita: per due volte l’ha sollevata da capitano, nel 1998 e nel 2000. Si è ritirato nel 2001. Da molti osservatori viene considerato uno dei migliori difensori della storia del calcio. Michel ha lasciato il Real nel 1996. Ha poi iniziato ad allenare, passando anche per il Castilla, la squadra in cui iniziò tutto. Rafael Martin Vazquez venne ceduto al Torino nell’estate del 1990. Giocò in Italia per due stagioni e raggiunse, perdendola con l’Ajax, la finale di Coppa Uefa del 1992. Di nuovo a Madrid, la magia che c’era prima si era smarrita. Miguel Pardeza, dopo il trasferimento al Saragozza, fu uno degli idoli della tifoseria aragonese. Per dieci anni, dal 1987 al 1997, fu un campione amatissimo e un prolifico realizzatore. Con lui in squadra, il Saragozza vinse due Coppe del Re e una Coppa delle Coppe. Direttore sportivo dello stesso Saragozza, ha svolto il medesimo ruolo al Real Madrid, dal 2009 al 2014. Non poteva essere per sempre, ma anche lui, per una volta, era tornato a casa.

Share This