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L’alter Jordan

Il campione della porta accanto, Scottie Pippen, ci ha fatti sognare con i Chicago Bulls al fianco di Michael Jordan.
Cestista umano e formidabile, è nella lista dei 50 giocatori più forti di tutti i tempi.

Ci chiedevano dei Chicago Bulls e, prima di tutto – e non poteva andare diversamente –, parlavamo di MJ. Bastava un attimo, però, per fare un altro nome, che c’intrigava di più, perché era qualcosa di umano, a confronto con l’Irraggiungibile. Scottie Pippen, l’alter Jordan. Come Michael, mai di meno. Nella classifica delle squadre leggendarie dalla NBA, che posto occupano quei Bulls? Questione di gusti. Forse sono primi, o magari stanno dietro ai Lakers dello “Showtime”, di Magic e Kareem, o dei Celtics di Larry Bird, Kevin McHale e Robert Parish, the Big Three, o mettiamoci dentro i Golden State Warriors degli Splash Brothers, e tutto quello che volete, e i più burberi di voi saranno andati via di matto per i Bad Boys di Chuck Daly a Detroit. Però, consentitecelo, la Chicago di Pippen era una goduria che, paradossalmente, andava al di là di Jordan. Air era il Tutto, Scottie il Completamento che serve alla Perfezione.

Era il 1992, i Bulls avevano appena vinto l’Anello. Gli USA svoltavano dopo dodici anni di presidenza repubblicana, George Bush stava per essere disarcionato da un sorridente e intraprendente democratico, il governatore dell’Arkansas, Bill Clinton.  Da quello stesso stato veniva Scottie Pippen. Nato ad Hamburg, la sua è una famiglia numerosa. I suoi genitori, Preston ed Ethel, hanno dodici figli. Gente della working class, che presto si trovò a fronteggiare tremende avversità. Il signor Pippen, infatti, rimase in sedie a rotelle a causa di un infarto. Mamma Ethel tirò su i figli a prezzo di immani sacrifici. Scottie, senza una borsa di studio per il college, fu scelto secondo la procedura del walk-on – di fatto, la selezione di un’atleta al di fuori della chiamata universitaria – dal coach di Central Arkansas, Don Dyer. In quel periodo, Pippen crebbe di statura e si affermò al punto da attirare gli sguardi della NBA, sebbene non fosse nella rete della grande competizione NCAA. Central Arkansas, infatti, faceva parte di un’altra associazione, la NAIA, una sorta di confederazione intercollegiale. Scottie era talmente straripante che al draft del 1987 fu quinto assoluto, con il pick di Seattle. I Supersonics optarono per una trade con Chicago, così Pippen volò in Illinois, mentre Olden Polynice e un pacco di successive scelte alla lotteria fecero il percorso inverso. Come, pure, i destini di Seattle e dei Bulls.

Il 1992, dunque. Per i nostalgici dei vecchi spot, resta impresso il commercial lanciato dalla Nike, ormai ascesa, anche grazie all’impatto del marchio legato a Jordan e al boom delle sue Air, alla piena affermazione mondiale, prima concorrente di Adidas. La colonna sonora è “Instant Karma”, di John Lennon, accompagnato dalla Plastic Ono Band. Dal primo momento in cui sentimmo quelle note e vedemmo le immagini che le seguivano, capimmo che nulla sarebbe stato più come prima: “Instant Karma’s gonna get you/Gonna look you right in the face/Better get yourself together darlin’/Join the human race/How in the world you gonna see/Laughin’ at fools like me/Who in the hell d’you think you are/A super star/Well, right you are”, cantava Lennon, che non c’era più da troppo tempo, ucciso dalla pazzia di Mark David Chapman, in un gelido giorno di dicembre, a New York, nel 1980. La pubblicità della Nike lo fece riscoprire a chi, adolescente, lo ricordava soprattutto come uno dei Beatles. La musica andava, e sullo schermo, nella nostra stanza da ginnasiali, vedevamo, tra gli altri, seduti in mezzo a un playground a fare stretching, scherzosi e complici, MJ e Scottie. Il rullante della batteria era il ritornello che ci faceva sognare. Clinton avrebbe vinto la corsa alla Casa Bianca, cui entrò insieme alla moglie Hillary e alla figlia Chelsea. A noi interessava di più quel che avrebbe fatto Jordan e, con lui, Pippen. Non c’erano né Internet né smartphone, e neanche i cellulari, francamente, se non nel formato di una cabinovia in scala, per cui bisognava aspettare i rari aggiornamenti televisivi, qualche differita, con l’avvento imminente della pay-tv che avrebbe mutato i nostri usi e costumi. In tutto questo, c’era Pippen. E, con lui, il Dream Team: ancora il 1992, Barcellona, le Olimpiadi. Scottie, MJ, Magic, Larry, Sir Charles, Pat Ewing, Clyde the Glide, Karl Malone e tutti gli altri. Storia diversa, d’accordo, ma è giusto per farsi un’idea di quel che stava accadendo e del perché non sarebbe mai più successo. Instant Karma, appunto.

Di Pippen, ha scritto Phil Jackson, il coach-mito dei Bulls, e dopo dei Lakers di Kobe e Shaq, nel suo fondamentale libro “Eleven Rings”:  Possedeva la rara dote di saper prendere un rimbalzo e andare fino in fondo nel traffico per tirare a canestro dall’altra parte. Anche marcare in allenamento Michael rese Scottie un difensore formidabile. Ma quello che più impressionò quando iniziai a lavorare con lui era la sua capacità di leggere cosa stava succedendo in campo e di reagire di conseguenza. Mentre Michael cercava sempre nuovi modi per segnare, Scottie sembrava più interessato a fare in modo che l’attacco nel suo insieme funzionasse. In quell’aspetto, s’ispirava più a Magic Johnson che a Michael Jordan”. Pippen è stato un giocatore all-around, terribilmente efficace in difesa, pressoché una garanzia in attacco. In tutta la carriera, ha tenuto una media di 16.1 punti a partita in regular season, con il picco dei 22 a gara del 1992-93, nell’annata che si concluse con il terzo titolo consecutivo per i Bulls, conquistato al termine un’epica serie nelle Finals con i Phoenix Suns di Charles Barkley. C’è chi noterà che da allora, per un anno e mezzo, ossia nel periodo segnato dall’addio di MJ alla squadra per dedicarsi al baseball e giocare con i Birmingham Barons, in Alabama, Chicago smise di vincere. Se le statistiche non possono fare altro che confermarlo, i fatti reali sostengono che, di sicuro, non fu per la mancanza d’impatto nel roster di Pippen. Perdere Jordan per qualsiasi team al mondo sarebbe stato agonisticamente devastante. Inoltre, poi, altre certezze dei Bulls, da Bill Cartwright a Horace Grant, salutarono, per andare altrove, e John Paxson si ritirò. Se Chicago non si sfaldò, ridimensionandosi al ruolo di comprimaria, fu per il lavoro di Jackson e il carisma di Scottie. Il rientro di Jordan coincise con l’apertura di una nuova era, con al fianco di Air altri campioni, da Steve Kerr a Toni Kukoc e Dennis Rodman, ma a rimanere fu sempre una costante: il 33 in maglia rossanerobianca.

Pippen ha lasciato i Bulls nel 1998. Ha giocato a Houston e a Portland, ma poi è tornato a Chicago, per un ultimo frammento di storia insieme. Nel 2004 ha salutato l’NBA. La Naismith Hall of Fame l’ha accolto sei anni dopo. La sua grandezza è andata oltre quel che faceva sul campo. Più di tutto, è stato un superlativo uomo-squadra: “Dovevamo salvaguardarci e proteggerci l’un l’altro. Non potevamo permetterci gente che portava amici agli allenamenti e ci scocciasse con gli autografi. Se non riesci a sentirti libero neanche stando coi compagni, quando mai ci riuscirai?”, dirà. In questo, ha sempre avuto un’indole persino più determinante di quella di Jordan, tant’è che Kerr racconterà: “Penso che i ragazzi cercassero di avvicinarsi a Scottie perché era più simile a noi. Michael aveva una presenza talmente dominante che, a volte, nemmeno appariva umano. Niente poteva scalfire Michael. Scottie era più umano, più vulnerabile, come noi”. L’instant karma di John Lennon era proprio questo. Se c’è chi lo ha sempre capito, ebbene, di sicuro è Scottie Pippen da Hamburg, Arkansas. E adesso, scusateci, ma vorremmo tornare nella nostra cameretta di teen-ager a guardarci una partita.

Matteo Fontana
Twitter @teofontana
Instagram @matteofontana1976

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