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La rivoluzione delle donne

Gli Stati Uniti di Megan Rapinoe hanno bissato il successo mondiale di 4 anni fa. Ma in questa edizione l’hype del calcio in rosa ha raggiunto vette ben oltre ogni aspettativa.
Sarà l’entusiasmo del momento o l’inizio di un’era calcistica tutta al femminile?

 

L’altra metà del cielo ha riempito stadi, televisioni e giornali per un mese. Adesso resta da capire se quanto è accaduto durante il Mondiale di calcio femminile sarà stato un punto di partenza o un’infatuazione temporanea. Il tempo per il girl power nel pallone sembra essere venuto, anche se i dubbi, per quel che riguarda la realtà italiana non svaniscono. La richiesta del passaggio al professionismo va a cozzare con l’endemica indifferenza che, in questo paese, c’è per quel che non rientra nelle tradizioni, vere o presunte, che lo contraddistinguono. La cultura sportiva, a queste latitudini, è da sempre un optional: si parla di quel che non è calcio (degli uomini) soltanto se arrivano le vittorie. Così, gli italiani sono stati un popolo di sciatori per Alberto Tomba, di velisti quando a solcare le acque per l’America’s Cup era “Il Moro di Venezia” – oppure “Luna Rossa” –,  si sono scoperti rugbisti per i successi azzurri al Sei Nazioni (presto squagliati come un gelato all’equatore). L’elenco potrebbe continuare a oltranza. Per questo è legittimo temere che, terminato l’interesse per  il pallone delle donne, alimentato dalla splendida Italia di Milena Bertolini e delle meravigliose ragazze giunte fino ai quarti di finale, in Francia, tutto tornerà come prima. La speranza è quella di sbagliarsi, l’esperienza induce a ben altri, e pessimistici, ragionamenti. Meglio fermarsi prima, guardare tutto quanto di buono c’è stato e dire dell’impatto di una competizione, questa sì, che ha conquistato attenzioni a livello planetario, com’è giusto che sia.

L’espressione “l’altra metà del cielo”, di cui sopra, la coniò Mao Tse-Tung, nel 1968, per sostenere l’avanzamento della condizione sociale delle donne in Cina. Di certo, l’avanzamento c’è stato, nel calcio, con quel che è accaduto al Mondiale. Sono i numeri a raccontarlo, intanto: per la finale tra USA e Olanda, al Groupama Stadium di Lione, non c’era un solo posto vuoto. In 57900, sugli spalti, hanno seguito la partita. Impossibile trovare un biglietto il giorno della gara. Per la vittoria degli Stati Uniti, arrivati al quarto titolo e protagonisti di un back to back di successi, dopo la vittoria ottenuta quattro anni fa in Canada, le celebrazioni sul web hanno coinvolto vip, politici, donne che hanno segnato delle epoche con la forza delle proprie scelte, emblemi di progresso e impegno civile, come Michelle Obama e Billie Jean King. A differenza di quel che accade in Italia, negli States il calcio femminile è seguitissimo, non è parente povero di nessun altro sport e le campionesse sono cercate e ben pagate dagli sponsor che si contendono la loro immagine. Il caso di Megan Rapinoe, contrattualizzata dalla Nike e da Samsung, è l’esempio più eclatante, ma non l’unico, anzi. Alex Morgan, alla pari della Rapinoe e dell’inglese Ellen White miglior marcatrice del torneo francese con 6 gol segnati, è un’autrice di bestseller ispirati proprio alla vita e alle ambizioni di ragazze che giocano a calcio, libri tradotti in una serie a episodi, “The Kicks”, prodotta e trasmessa da Amazon Prime. La Morgan è stata testimonial di videogiochi, è amatissima negli USA ed è un’icona riconosciuta. Per il “Time”, Alex è nella lista delle 100 persone più influenti al mondo, al trentaseiesimo posto,  e il magazine le ha dedicato una copertina per la sua battaglia per la cancellazione del pay gap nel mondo del lavoro: “The Equalizer”, il titolo scelto dalla rivista per descrivere la forte partecipazione della Morgan a questa lotta. Il peso specifico delle donne d’America è sempre più rilevante. Il rilievo politico del loro modo di essere non è da meno, e lo scontro tra la Rapinoe e Donald Trump (lei, alzando la Coppa, ha portato a termine la missione, come le aveva richiesto, stizzito, il tycoon dopo essere stato attaccato dalla stella dei Seattle Reign, orgogliosamente e dichiaratamente gay e  schierata contro il Presidente, al punto da non cantare l’inno e inginocchiarsi per protesta, alla maniera di Colin Kaepernick) è la punta dell’iceberg delle numerose rivendicazioni che passano dalle prese di posizione delle campionesse degli States. E le loro non sono parole o azioni portate via dal vento: sono ascoltate e seguite, costituiscono una leva che spinge forte nel territorio dei diritti civili. La rivoluzione delle donne, già.

Altri numeri: in Gran Bretagna, la semifinale tra USA e Inghilterra, disputata martedì scorso, è stata seguita da 11.7 milioni di spettatori, con uno share, rilevato dalla BBC, che ha superato il 50%. Martin Glenn, già direttore generale della Football Association, ha osservato: “Si è passati dall’essere uno sport di interesse “tipo olimpico” ad uno sport mainstream. L’importanza di questo sport è che crea attrazione, porta le ragazze e le donne a giocare”.  Gli Stati Uniti, vincenti per 2-1, hanno fatto un regalo agli appassionati bevitori di birra, visto che l’affermazione sulle inglesi è stata premiata dalla Miller con l’annuncio con cui la compagnia di Milwaukee ha fatto sapere che avrebbe distribuito 100mila bottiglie gratis per festeggiare l’accesso alla finale. In Olanda ha tenuto banco il rendimento di Shanice Van de Sanden, la fuoriclasse del Lione che non ha inciso per quanto ci si aspettava ma che ha mostrato una profondità empatia quando, alla fine dell’ottavo vinto con il Giappone, ha consolato Saki Kumagai, sua compagna di club, che piangeva disperata per l’eliminazione:Una delle persone più carine che abbia mai incontrato. Una vera professionista, nessuno conosce tutto il duro lavoro che hai fatto prima e dopo ogni sessione di allenamento. Ma io si. Sono orgogliosa di te, puoi essere orgogliosa del tuo team e di te stessa”, ha poi scritto Shanice via social. Donna, mistero senza fine bello: quanto aveva ragione Guido Gozzano. Il mondo è vostro, ragazze: tenetevelo stretto, ve lo meritate.

Matteo Fontana
Twitter @teofontana
Instagram @matteofontana1976

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