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La repubblica del pallone

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul pallone, e la sovranità appartiene ai calciatori”.

Francesco Totti, l’ottavo re di Roma, ha abdicato il 17 giugno 2019. Una data che rimarrà negli annali della storia italiana

Un messaggio a reti unificate è il sintomo d’avvertimento di un grande evento, di un’emergenza, di una dichiarazione sul presente o sul futuro uno stato. Alle latitudini d’Italia, si parla, soprattutto, dell’annuale discorso di San Silvestro del Presidente della Repubblica. Se ne ricordano di storici, tra cui quello che l’allora inquilino del Quirinale, Oscar Luigi Scalfaro, tenne il 31 dicembre del 1997, diventato famoso per l’uso dell’espressione “tintinnare di manette”. Si parla, comunque, di un vertice politico. Si dice di leader di una nazione. Evidentemente, per l’Italia, Francesco Totti lo è stato, lo è e lo sarà. Per la Roma giallorossa, neanche c’è bisogno di aggiungerlo.

Questo ci ha detto l’impatto che ha avuto la conferenza stampa organizzata per annunciare l’addio al club che è stato per trent’anni la casa del campione di Porta Metronia. Adesso è il tempo delle polemiche, dello scontro, degli stracci che volano. Della Roma ai romanisti, da un lato, e dall’altro della visione manageriale che plasma le società di calcio di oggi, proiettata in un post-mercato globalizzato che non può prescindere da competenze tecniche ed equilibri finanziari: i russi, i russi, gli americani, cantava Lucio Dalla. Di certo, nel bene o nel male, per chi l’ha apprezzato e chi, invece, è in disaccordo con lui (fossimo in un contesto politico, i sondaggi ci suggerirebbero una vittoria piuttosto ampia per l’ex Pupone), il discorso di Totti resta un fenomeno mediatico da studiare. Sarebbe facile citare le parole di Winston Churchill, che disse che gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio. Un paradosso, ma neanche troppo, se pensiamo che, ad oggi, l’evento televisivo con il più elevato numero di spettatori davanti alla tv, per audience e share, nella storia d’Italia, resta la semifinale del Mondiale del 1990 con l’Argentina. Divagazioni? Neanche per idea. Si vuole segnare un territorio per capire perché, in un caldo pomeriggio di metà giugno, tre canali, compreso uno della RAI, e quindi il servizio pubblico, abbiano modificato il proprio palinsesto per fare spazio all’intervento di Totti al CONI. Tra il romanesco del capitano della Lupa (tale rimane, anche se non gioca più da due anni e per quanto, adesso, abbia preso commiato dal club), le sue evoluzioni dialettiche, l’intervento del “disturbatore” Enrico Lucci, lanciatosi in paragoni roboanti (“Francé, tu sei come Caravaggio”), le pause alla Adriano Celentano e le iperboli esistenziali dello stesso Totti (“Oggi potevo anche morire”), si è assistito a un più o meno volontario spettacolo mediatico che è il riflesso dell’Italia. Passano gli anni, cambiano i governi, il centrosinistra è finito, il centrodestra anche, ci sono i sovranisti e gli europeisti. Il debito pubblico, quello, va sempre peggio, la classe operaia è frantumata, ma c’è una costante, in tutto questo, che meriterebbe un voto qualificato per variare l’articolo 1 della Costituzione: l’Italia non è una repubblica democratica fondata sul lavoro, bensì sul pallone.

Le prime pagine di tutti i quotidiani, la notizia che ha campeggiato per ore tra i principali titoli dei tg, l’hashtag più battuto dai social network, l’argomento di discussione che ha animato la maggior parte dei dibattiti al banco del bar, da Trieste a Gallipoli, da Santa Maria di Leuca a Cantù: l’ultimo (per ora) saluto di Francesco Totti alla Roma è stato l’argomento del giorno, e rischia di esserlo ancora per qualche tempo. La crisi economica? Lasciamo stare. Le tensione con l’UE? Non importa. Il taglio delle tasse e i minibot? Vade retro. Si parla di calcio, baby, non di carabattole. Quando Totti si ritirò, si fermò mica soltanto Roma. Pure il suo matrimonio con Ilary Blasi venne trasmesso in diretta, come accade in Gran Bretagna per le nozze degli Windsor. Per l’ultima partita con la Juventus di Gigi Buffon si bloccarono gli orologi. Non ci stufa di rifilare la classica pernacchia ai tedeschi, che saranno sì ricchi ed efficienti, ma quando la Germania incontra l’Italia le prende sempre, e allora vai con le lezioni psicoantropologiche sul complesso d’inferiorità latente verso gli Azzurri. L’Inghilterra, poi, rimane la Perfida Albione. Il più caratteristico personaggio degli schermi italiani, il ragionier Ugo Fantozzi, bistrattato, umiliato, vessato in ufficio e frustrato a casa, sopporta con stoica dignità ogni sorta di beffa, non computa neppure come realistica l’ipotesi di ribellarsi. Lo fa sul serio solamente quando, mentre è già in poltrona, con la coperta, il pigiama di flanella, la frittatona di cipolle di cui va ghiotto e una familiare di Peroni, sta per gustarsi la sfida della Nazionale a Wembley con i detestati inglesi, e viene chiamato ad assistere a un film d’essai per ordine del crudele cinemaniaco Guidobaldo Maria Riccardelli, potentissimo dirigente della mega-azienda in cui Fantozzi è impiegato. Mai così affranto, Fantozzi, mai così depresso, e poi mai così arrabbiato, fino a reagire con quella sempiterna frase su “La Corazzata Kotiomkin” che non smette di farci sorridere, ogni volta che la sentiamo, con il  pestaggio e il dileggio del Riccardelli (“Sui ceci!”), l’iconoclasta distruzione dell’odiata pellicola e l’occupazione della sala, stroncata dall’intervento della polizia dopo tre giorni di assedio. In Italia, la rivoluzione non è stata una possibilità reale. Dovesse mai esserci, sarebbe per il calcio. E, accadesse, andrebbe in onda a reti unificate.

Matteo Fontana
Twitter @teofontana
Instagram @matteofontana1976

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